venerdì 10 luglio 2009

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Scritto il 21 Dicembre 2008. Liberamente ispirato... dal mio libro di storia di 3 media che ha descritto il periodo della Rivoluzione Industriale meravigliosamente ^^

Music: http://www.youtube.com/watch?v=lYNt2yZxxEA







Inverno 1889. Parigi.
Cammino stretta nel mio cappotto lungo le strade della città, una neve che scende leggera a farmi compagnia. Sulla strada, passano carrozze e auto, in un lento susseguirsi di scalpitare di zoccoli e fremere di motori. Il marciapiede è coperte da un lieve strato di ghiaccio e qualche centimetro di neve fresca, agli angoli delle vie laboriosi spazzaneve muniti di scope. Mi affiancano numerosi lampioni, silenziosi compagni della mia solitaria e frettolosa passeggiata. Il freddo ti si infila fra le ossa, mentre il sole lentamente scompare dietro le case diroccate della periferia di Parigi, lasciando nel cielo il riflesso di raggi viola, e compaiono le prime stelle.
Mi trovo nei quartieri alti della città, pieni di giardini curati nonostante il gelo e palazzi alti con infiniti ghirigori ai bordi delle finestre e sugli ampi balconi, da cui fuoriesce una musica calma che sa di solitudine, suonata forse da qualche giovane dama alle prese con un pianoforte a coda. È strano che mi trovi qui, io, abituata a vagare senza meta fra le case basse e diroccate della periferia dove anch’io dimoro, abituata a scacciare fastidiose mosche e altrettanti noiosi mendicanti che affollano quegli stretti vicoli. Qui le strade sono ampie, luminose, non c’è nessuno che interrompa la tua calma interiore, e puoi camminare liberamente. Lì, viuzze anguste, illuminate solo da quel poco che penetra da qualche finestra aperta e dal cielo sovrastante, un luogo in cui non ti puoi sentire mai sicura e a tuo agio.
Penso al mio lavoro in fabbrica, alle mie mani continuamente sporche e rovinate, le unghia corte e spezzate, i vestiti luridi e sgualciti dai colori che ricordano vagamente le pozzanghere autunnali. E ora guardo le sfuggenti ragazze che mi passano affianco, avvolte in pomposi scialli o soffici pellicce, con addosso ampi vestiti e guanti di velluto che nascondono mani che non hanno mai visto il lavoro e che nella loro vita hanno toccato solo pagine di pergamena e penne con cui vergare le loro lettere d’amore.
Continuo a camminare, ed ora mi trovo di fronte al gigante di ferro della “Tour Eiffel”, rappresentante quantomeno vistoso della rivoluzione industriale che ha sconvolto il nostro paese da ormai una ventina d’anni. La sostituzione dell’uomo da parte della macchina… Per quel che ne so, la vita di milioni di persone non sarà più la stessa, si è innescato un meccanismo che ormai nessuno potrà più fermare. Perché basta guardarsi intorno, tutta Parigi è cambiata ed il cambiamento è tutt’ora in atto.
Ricordo una lettera che mio padre mi scrisse qualche anno fa, quando mi ero trasferita da poco per lavorare nella fabbrica. Poche parole con una scrittura infantile, tremante e insicura. Poche formalità; mi chiedeva come stavo, mi informava sulla salute cagionevole di mia madre. E poi quelle frasi che mi colpirono così tanto e che mi strapparono anche qualche lacrima:

La rivoluzione, Julianne, mi ha portato via quanto di più caro avevo al mondo: te. E lo sta facendo anche con tutti i genitori pieni di acciacchi che vivono nelle campagne, troppo vecchi per trasferirsi con i loro figli e permettersi una nuova dimora. Però, nonostante tutto, nonostante probabilmente moriremo prima di dar loro un ultimo abbraccio, continuiamo ad amarli, anche se il progresso prosegue col strapparceli dalle braccia sempre più in tenera età…

Ed eccomi qui, al crocevia dove i lampioni alimentati ad elettricità lasciano il posto a quelli più modesti a gas, segnando quasi un confine fra il progresso e i simulacri della vecchia era in cui si viveva così bene. Forse aveva ragione mio padre, quello che diceva era vero. I cambiamenti sconvolgono, per quanto possano essere positivi. E quando sono così drastici, le conseguenze lo dimostrano ancora di più. Quindi mi chiedo: è davvero ora di cambiare?

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