Visualizzazione post con etichetta Vita Nuova. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Vita Nuova. Mostra tutti i post
martedì 13 settembre 2011

PostHeaderIcon From Dreamland – A stranger hither

Questo è un addio, o un arrivederci, o qualsiasi cosa voi vogliate definirlo.

Inutile prendersi in giro.

Dubito che tornerò a postare qualcosa, a raccontarvi qualcosa. A scrivere, in breve, in questo luogo. Che, nonostante tutto, nella sua breve vita, ha saputo darmi molto, ha saputo creare materialmente i sogni che provenivano dal mio inconscio di fantasie e immaginazioni.

Non so se tornerò a scrivere.

Non so cosa farò della mia esistenza.

Ma mi rendo conto che questa è in continua mutazione, sceglie da sé il suo futuro, frattanto che io impari a farlo coscientemente.

Intanto mi pareva giusto lasciare un piccolo appunto: non sperate che torni a fare nuovi post. E se ciò accadrà, avverrà fra molto tempo. Magari cambierò anche grafica, sfoltirò di nuovo i vecchi post per lasciare giusto quelli a cui sono più affezionata, cancellerò commenti di cui non sento il bisogno. Cambierò questo luogo, questa “dimora di sogni incompiuti”, arredandola di nuovi sogni in attesa di concludersi.

Perché questi di cui avete letto e di cui ho raccontato, pare che, in un modo o nell’altro, abbiano ora trovato la loro fine.

Ora sono una straniera che vaga alla ricerca della sua terra. Una straniera… rinchiusa fra mura di marmo che riflettono le mie paure e i miei sorrisi insinceri.

domenica 23 gennaio 2011

PostHeaderIcon I Can Wait Forever, Interludio III

Lo so che conoscere la storia a spezzoni, saltando da un blog all’altro, è un po’ scomodo. Vi chiedo solo d’avere pazienza. Procediamo veloci, e in ogni caso potete sempre ricorrere alla pagina creata apposta per fare meno confusione possibile ;)

 

«Scacco matto.»

«Oh, perdessi meno spesso» sospira Evangeline.

«T’amerei di meno?» Il ragazzo fa per rimettere a posto le pedine, un giocatore accorto, che carezza ogni pezzo levigato con la stessa cura di una sarta che ammira la sua ultima creazione. Un sorriso mesto spunta appena dal suo volto, quindi prende un respiro e continua: «A dodici anni m’innamorai per la prima volta. Una ragazza di strada, capelli rossi, l’accento di Nantes. Una figlia di Satana.»

«Un po’ azzardato, per un bambino.» Lo aiuta nel richiudere la scacchiera in cristallo, dopo che l’esercito è ritornato silenzioso nelle sue bare, custodite da quella lastra lucida, troppo pulita per portarsi dietro così tante vite mangiate. Il re nero giace accanto alla sua regina, ma non si tengono per mano: muto è il ringraziamento verso quella figura femminea che, di nuovo, lo aveva salvato.

«Non ero immaturo» dice, quasi stesse cercando una scusa per il suo comportamento, quindi si alza dalla poltrona rivestita di velluto rosso. Il salone è pervaso dalla solitudine, solo il fuoco nel camino crepita stanco le sue lamentele. Pochi sono i riverberi di luce, qualche candela poggiata su un candelabro dorato, sparse per l’ampia stanza con la casualità di un cameriere distratto.

Tutto giace nell’immobile penombra di una scena da consumarsi al buio.

«Non lo sei mai stato, vero? Non hai età, non hai mai avuto anno in cui annotare un cambiamento nel tuo spirito.» Evangeline resta seduta, e osserva l’uomo percorrere il tavolino rotondo di legno, lentamente, un passo per volta, accompagnando il tutto con una mano che soprappensiero ne ripercorre il bordo incavato. Un dito che segue il percorso del destino, lasciandosi trasportare, senza rivolte.

«Ho cristallizzato la mia vita nel momento in cui mio padre è morto. L’ho visto cadere come un bicchiere di vetro. L’ubriaco tira un po’ la tovaglia, e il calice s’infrange al suolo. Sparge un veleno d’imbrogli.» Lo sguardo, invisibile, coperto da ombre fragili e impalpabili come nebbia, è privato anche del suo consueto chiarore. Il ricordo si disperde, è il liquido che macchia il tappeto una volta che il bicchiere ha completato la sua caduta. « Lei, la rossa… quella bambinetta dei miei sogni, colpa sua» e l’incertezza si diverte a colpire la sua voce in balbuzie stolida. «Mia madre mi aveva… avvisato, e così aveva fatto con lui. Chi ha i capelli di fuoco è solo un bugiardo partorito dall’inferno.» Una pausa: la voce roca sfuma nel soffio di una vita devastata. «Io ho aperto le porte dell’oltretomba, portandola in casa. Era un angelo sperduto fra la polvere di Vaucluse, ma poi s’è rivelato demone dell’anima mia.»

«Continua, per favore.»

«Fuggimmo, incontro alle lavande in sboccio. Vaucluse non è mai stata rifugio più casto: eravamo aliti dispersi nel vento, non eravamo nulla, eravamo la proiezione di un passato cancellato male. Io e la rossa, che ci confondevamo fra i fiori, amandoci fino allo scandalo, fino al disastro, il sangue che riverse la mia vita. Colpa sua, maledetta!» È arrivato alle spalle della donna, ma non la tocca. Osserva la dolce linea della sua nuca piegata in basso, i capelli castani raccolti in uno chignon semplice, gli occhi socchiusi in un ascolto assorto. Osserva le sue bugie, i suoi segreti taciuti, scivolare a terra e liberarsi della loro coltre di gelo.

«Lei… è ancora viva?» chiede.

«Oh, Eva, non sai che il demonio non muore?»

martedì 18 gennaio 2011

PostHeaderIcon I Can Wait Forever 9

02/03/1823

Le Havre si è rivestita, con l’arrivo della tua lettera, di una calma surreale… pare aver trattenuto il fiato assieme a me, mentre leggevo. Mi avevi già preannunciato, giorni addietro, della grave fine cui andavi incontro, ma sentirne il dolore, palpabile, il tuo forse stupore a dover accettare il tutto… mi spiace.

Le vite volano via come un soffio, ognuno, in un modo o nell’altro, dovrà passare il periodo dell’ammissione di una perdita. L’arte di perdere non è difficile da imparare, diceva qualcuno. Anche se alla fine si tratta solo di relegare la sofferenza in una parte del cuore, farla giacere e maturare finché essa non deciderà da sola di raggiungere scogli più quieti, privata della forza della mareggiata, e divenire, ormai, un palpitare sordo, l’ombra triste di un ricordo lontano.

Vorrei essere lì con te, in questo momento, consolarti, per quanto le mie fragili membra possano riuscire a farlo. Non sono mai stata brava con le parole, ho comunicato, lungo la mia vita, solo per immagini: il narratore di ogni nostra ballata sei sempre stato tu, con le tue dita lunghe e sottili, da pianista, ogni storia un tasto – nero, bianco, nero, bianco, bianco… un tasto nero è la dolente visione di ogni racconto che non raggiunge il lieto fine. Non ti sembra ridicolo? Piccolo, relegato nell’alto, più duro a premersi, ma così struggente! Lucidato, si riflette dei lucori altrui, per nascondere sulla sua superficie solo gorghi oscuri in cui smarrirsi per sempre.

Ed è per questo che ritengo opportuno venire da te. A salvarti, finché può la mia sola presenza eluderti dal commettere sciocchezze. Non che non confidi nel tuo buon senso, o altro. Oh, non ho più voce per spiegarmi meglio. Desidero solo stare al tuo fianco, rassicurarti, stringerti la mano e con un bacio asciugarti una lacrima fuggitiva che s’allontana dai tuoi occhi tristi. Perdonami se non potrò essere in grado di fare altro, ma quel poco permettimi di donartelo.

Le giornate nella tua villa a Le Havre trascorrono lente. Tua zia è stata molto gentile con me, ad accogliermi come ha sempre fatto, nonostante stavolta tu non eri con me. Ha preso la notizia con garbata mestizia, ma nella notte l’ho sentita abbandonarsi a un breve pianto, nella sua stanza affianco alla mia.

È una donna forte. La mattina dopo, nella sua crocchia argentea, era di nuovo perfetta come lo è sempre stata. Solo due cambiamenti ne incutevano le sembianze: la veste nera, a collo alto, e una luce un po’ più spenta negli occhi.

Io ho trascorso oziosi pomeriggi di lettura. Non mi riesce facile abbandonarmi all’arte, quando ogni pennellata s’inasprisce di rimembranze infelici. Solo una storia può portare, in questo momento, la mia mente altrove: non immagini quanti mari ho navigato, quanti posti ho visitato, nella notte, all’alba, fra le coltri di un cielo cosparso da costellazioni diverse, più nuove, più vive! Ho letto con attenzione trasognata di amori così simili al nostro, ma che mai si sono rivelati più intensi del sentimento che custodisco in me.

Ieri, per festeggiare il sopraggiungere di Marzo – sai bene quanto ami questo mese, quanto gioisca delle ultime, sparute nevicate che ogni tanto mi fanno visita a sorpresa – mi sono addentrata nel giardino della villa, lasciando indietro il patio da cui sovente avevo già assaporato l’aria marina di Le Havre. Il sale pare corrodere qui, prima che negli altri luoghi, la neve che in Febbraio vi si era posata. Ho scovato, nei rami di un biancospino, spuntato come un fiore, un mucchietto residuo di neve. L’ho sfiorato, incauta, graffiandomi la mano e permettendo che i guanti in pizzo venissero pizzicati dalle fronde, ho goduto del suo tocco gelido e dell’incavo sciolto che il mio dito ha formato nel grumo. Per un istante mi sono sentita una bambina. Quante volte mi hai chiamato così, lambendo parti del mio animo che a me stessa erano ancora sconosciuti.

Passeggiare in solitudine, scortata dalle meraviglie della natura fino al pergolato d’ipomee che tanto amo, è stato piacevole e ritemprante. Forse l’ispirazione di un nuovo quadro, qualcosa, stavolta, di davvero sensazionale, si sta affacciando alle finestre della mia mente occlusa dalla nostalgia. Potrei provare a darvi una prima bozza a Londra, che ne pensi?

Ah! Dimenticavo di comunicartelo. È passato di qui tuo cugino per visitare la madre, durante un pomeriggio. L’ho trovato in ottima forma, fresco come un frutto estivo, e sono contenta che la moglie stia conducendo una vita felice. Mi ha chiesto, impudente, quand’è che anche noi decideremo di condurre in matrimonio la nostra relazione. Ho sviato la domanda con una risata lieve, dopodiché mi ha sfidato a scacchi per trascorrere il tempo, accorgendosi forse della sua sfrontatezza e ritornando sui suoi passi. Ha imparato bene dai tuoi insegnamenti, dalle diverse partite che abbiamo fatto non sono riuscita una volta a batterlo.

Sapendo della tua passata sosta, però, si è infervorato non poco. Credo siano due anni che non vi incrociate, dopo un’infanzia intera trascorsa fra le pareti di un’unica dimora, e tu hai eluso una delle possibilità che avevi anche solo per stringergli la mano, come si fa fra vecchi amici. Ha promesso che al tuo ritorno verrà di nuovo.

Ho l’impressione che non siano in pochi coloro che ti danno la caccia.

Post scriptum: nonostante tutto, la domanda del tuo parente mi ha scosso. Quando, per una buona volta, mi sposerai? Non ce la faccio più a far tacere i timori del cuore e le dicerie della gente.

Tua, per sempre,

Evangeline Leibniz

martedì 11 gennaio 2011

PostHeaderIcon I Can Wait Forever

Un piccolo pensiero, una lettera che, in fin dei conti, parla molto di me. E quella nella foto qui sotto sono io, in effetti, mentre scrivo ^^

22122010799

23/12/1822 – Lettera al mio amato

 

Oggi, in qualche parte del mondo, è il compleanno di qualcuno. Forse il tuo.

Scrivo su un tavolo minuto che non mi è mai appartenuto, e che per caso s’è trovato in questa stanza dove sommariamente soggiorno. Il letto è a due posti, ed è strano addormentarsi da sola in questo vasto spazio, con coperte calde e morbidi cuscini che nella notte prendono forme umane, ma non mi abbracciano. O, almeno, non lo fanno come lo facevi tu.

Al nostro addio, ci siamo detti che nessuna distanza avrebbe potuto dividere i nostri cuori. L’uno nell’altro, mano nella mano, sangue che scorre in due vene di due corpi diversi, ma che – disgrazia! – è lo stesso, condiviso come una caramella fra due bambini. Ogni goccia mia ha sapore di te.

Oggi mi sono tagliata. Un piccolo graffio sull’indice, sottile. Colpa del gatto. Ed è sgorgato un po’ di sangue, sai? Ma non sapeva di te. Era aspro, acido, era solo mio, era qualcosa d’estraneo a ciò che ero abituata a condividere.

Posso aspettare. Posso aspettare di sentire di nuovo quella dolcezza scivolare fra il liquido rosso, e avvolgermi del suo incantevole odore. Ma intanto… ogni giorno senza di te – senza te con me – è come un coltello che va a recidere sempre la stessa ferita, e apre cascate acidule da cui non vorrei mai attingere vita.

La sedia da dove ora ti scrivo è un semplice sgabello in legno, la parte superiore rivestita di un cuscino duro e ruvido al tatto, color panna. Odio quel giallognolo che mischiano dappertutto, è un colore così obsoleto! Rivoglio la mia stanza acquamarina, quella che condividevo con te. E rivoglio quello specchio sottile in cui apparivo così fantastica, come lo eri tu quando mi sedevi al fianco e mi carezzavi la schiena, dolcemente, un ricordo cui per ora non desidero rimembrare. Altrimenti finirei per disperarmi ancora.

Qua lo specchio è un enorme lastrone posto in fronte alla scrivania, e ogni volta che alzo lo sguardo dalla pergamena vedo il mio volto deturpato dalla solitudine. Le guance incavate sotto il naso, che seguono lunghe curve fino ai bordi delle labbra, perennemente rivolti al basso. Gli zigomi sembrano ancora più appuntiti di come lo sono di solito, e il viso è gonfio, gonfio di dolore e della cioccolata che mangio. Divoro tutto, perché ho paura che la mia bocca, nell’astiosa brama di muoversi, cerchi altre lingue cui concatenarsi. Che pensiero stupido. Sono solo golosa. Golosa di qualcosa che s’avvicini al sapore del tuo collo, delle tue labbra, del tuo corpo…

I miei stessi capelli sono spenti. Vorrei che ci fossi tu a pettinarmeli; perché, ricordi? Ti dicevo che erano troppo lunghi, ma tu non volevi che li tagliassi, e allora mi venivi alle spalle, mi toglievi delicatamente la spazzola dalle mani e prendevi a lisciarmeli fino in fondo alla schiena. Eri così leggero che quasi non sentivo il tuo tocco, e i nodi restavano lì dov’erano perché temevi di farmi male, eseguendo più pressione del dovuto. Nodi che creavano un groviglio imbarazzante, invero, però quanto mi mancano, ora!

Posso aspettare a lungo, forse per sempre… e chiedermi quanto durerà questo maledetto viaggio lontano da te. Non ho nemmeno un ritratto che riassuma i tratti del tuo volto. Non ho avuto il tempo di fartelo. Deplorevole, non credi? È che ho paura di uccidere la tua bellezza, se solo cercassi di riprodurla con le mie mani grossolane, poco gentili. Tuttora ho paura, di cosa non so.

Mi sento come una margherita: m’ama, m’amerà ancora, davvero m’ama ancora? E intanto sfiorisco. Deliziosa, mi ritroverai che sarò solo un gambo! Un tuo bacio, solo uno, e sboccerò di nuovo. È una promessa.

domenica 5 settembre 2010

PostHeaderIcon L’Impenetrabile Reame

Una breve premessa a quello che è il mio mondo, il mio blog, la mia vita. Un breve delirio in attesa.

(Non chiedetemi il perché delle immagini. Lo trovate qui. In fondo, Jonsu si spiega da sé. Stupore.)

Chiedimi. Come l’urlo del lupo, lassù abbarbicato su una cima arcuata, su una coltre imbiancata di neve in discesa. Come il canto dell’aquila, che va svelta su boschi verdi di frescura incantata. Come… come il respiro dell’amante che brama, ancora, nuova pelle da addentare, nuove curve da toccare. Qualcosa… da possedere.

Sono le immagini velate di un barlume distante, i cantori dell’anima in pena. È il percorso, insano, che si prova quando si vola via, o si prende spontaneamente il volo: sarà che forse, perdendo l’equilibrio, ora grido mentre precipito nel vuoto, o il salto è stato agognato, o anche la spinta (sì, la spinta) può essere arrivata da sé.

Insomma, ora è il vuoto. Tutt’intorno, circonda e abbraccia. Come se tempo fa avrebbe potuto esserci altro, oltre al vuoto, come se questo cesto potesse essere colmo di qualcos’altro che non sia stato solo il vuoto. Forse erano mele? Immature. Ma giuro di sentirne ancora il profumo.

Il vuoto sa di mele.

Può, il vuoto, essere così attraente? Certo. E se lo tocchi, si scuote di dosso le foglie secche (e le mele), e sentirai l’aulente sapore un po’ acre dei funghi del sottobosco, mischiato a del sangue che, da una ferita riaperta da poco, riluce e gocciola nel torrente. Lo tinge di rosa, di cipria, di sfumature e lacrime che sono il riverbero di un fiore appena sbocciato. Che cambiamento. Ma in fondo stiamo cadendo da così tanto…

Saranno le bugie, poche, intrise in questo corso infernale, racchiuse in uno scrigno che sa tanto di prezioso concetto (barocco). Rinascimentale. E indietro nei secoli.

JMedioevo nel mio cuore. Confusione come guerra a suon di spade e archi infuocati, ballate che sono le dame racchiuse in cerchio (com’era che si chiamava? La ronda! La mia vecchia anima lo ricorda ancora). I cerchi dei druidi, celtici, di magie misteriose.

Medioevo nel mio cuore. Arde come il candelabro della donna che va a trovare il principe adagiato nelle sue stanze, arde come un capanno andato a fuoco per ingiuria al re. Eppure c’è la calma di un lago gelido a lambirne i bordi, quasi a creare la barriera, la copertura ideale per un mondo che fuori non è che ferro pronto a infilzarti. No, l’ascia, il pugnale, la scure… fan meno male.

Perché deliro? Perché non ho altro da fare.

Chiedimi cos’ho, ma non saprò riversarti addosso altro che non siano i miei desideri, ma le mie colpe (no!) resteranno rinchiuse, carcerarie cullate nelle loro celle d’oro e vetro satinato. Negli specchi incontrano i loro volti veri, corrosi, inaciditi, ma nel riflesso c’è la bellezza macabra del loro peccato. E il desiderio può essere più puro di ogni singolo errore? Non sono per caso gemelli, partoriti dalla stessa mente malata? Desiderio passa, attraverso la grata di lucide gocce d’onice, pezzi di pane imbevuti nell’Hausbrand. Peccato svia lo sguardo, e allora un calice d’idromele (dolce profumo) lo raggiunge arrivato da chissà dove, e nel suo stillare ambrato trova la lingua, il bacio, il ricordo che Desiderio tramite Passione gli cede.

Passione? Dove? Chi ha nominato Passione? Ti ho perso troppo tempo addietro per solo ricordarmi dove forse ti eri nascosta. Passione! No, scappi di già?

Forse la carcere vera e realistica, tangibile, non è quella che riservo ai miei sentimenti. Oh, beati, potessi essere protetta, deliziata, come loro. E Gola ha il suo bagno di cioccolato, e la Tristezza s’apprezza dei fiori donati da Gioia che, addossandosi il peso, risolleva dal pantano anche Malinconia. Gioia oggi è abbigliata di bianco, come un angelo caduto dal cielo.

J1Forse la carcere vera e realistica, odiabile, è quella che davvero esiste intorno a me. E scopro che in verità Passione gioca a nascondino con tutti gli altri, si diverte nell’Eden del mio corpo. Come fa esso ancora a vivere, se scosso da tanti sogni, non me lo so spiegare neanche io. Eppure, se guardo oltre la tenda, lì, fuori dal castello (Medioevo nel mio cuore!), c’è qualcosa… no, non il drago che sorvola il cielo, no, non la sirena che nuota nel lago, no, neanche quel fauno sul prato! Lì, nel bosco. Brava mente, avvicina l’immagine, inquadra quella radura…

Qualcuno piange. Uno, due, tre vaghe forme che sembrano bruma e hanno aspetto di fanciulla. Sì, sono loro, povere, indifese. Lussuria, Dolores e Solitudine.

Siamo caduti. Attraverso un vuoto che sa di mele, e poi per carceri e segrete che sono la reggia dell’espiazione. Ora siamo al quinto piano di un castello…

Dal basso verso l’alto. Le celle si trovano in basso. Ma ora si vede un cielo così limpido, terso, così fantasticamente delizioso nel suo azzurro venato di viola come se esso ne fosse l’intricato merletto. Dal basso verso l’alto. Allora siamo saliti!

Ho creato un mondo: sa di salsedine di un mare che non esiste (bugiarda! Sì, lo so), ha delle montagne, più in fondo, che ricordano i limiti della poesia. Come se essa avesse limiti (bugiarda! No, è il mio cuore ad avere limiti, cara).

Ho creato un mondo. O è solo un villaggio? Una contea… solo una contea per far vivere, dolcemente, ogni singola parte di me. Prendono brevi vacanze dalla realtà e si rifugiano qui, dove non tutto è concesso, ma almeno sono io che concedo. Ora che ci penso, Senno sono già diversi anni che è qui, e pare di non volersene andare.

J3Sono in tanti, non li posso controllare. Qui non ho il dovere di farlo, almeno, e allora perché non abbandonarli? Il vero involucro di me si svuota ogni giorno di più, è la tinozza che lascia scivolare l’acqua dal tappo tolto dalla bambina giocosa, è la bottiglia che si rovescia e che riversa tutto fuori. È il barile trafitto da una katana che non duole.

La riunione di Lussuria, Dolores e Solitudine procede calma. Chiudo le imposte. Mi allontano.

Il mantello struscia sul pavimento in pietra (che bel mantello! Tinteggiato d’acquamarina, è la voce del mio spirito). Il piede incontra una pozzanghera di inchiostro nero che cola dal soffitto. L’inchiostro è il veleno del reale che s’infiltra, maledetto, e che per quanto io cerchi di rinforzare questo cielo d’inverno, riesce sempre a spirare più forte. Sento lo sciabordio del liquido che si muove, e, già in trappola, mi trascina fuori dallo schermo del mio benessere confusionale. Mi avvinghia le caviglie, mi chiama verso il suo posto fin troppo normale. Perché dovrei vivere lì? Io appartengo a questa contea. Io resto qui.

E allora, miracolo, la nera polla si secca ed evapora. Sparisce. Prigioniera della mia fantasia, una volta per tutte! Rido. Non tutte le gattabuie sono dispiaceri.

Ecco, chi vuole, (abbiamo anche il giullare! Chi? Perfido. È un bravo attore), venite al mio breve giro, da turisti, con calma, niente foto. Non è un circo, sebbene potreste divertirvi, è in verità quel che qui più potrebbe somigliare a un museo. Toccherete quello che è l’Impenetrabile Reame, l’angolo dei sentimenti e delle emozioni che si rifugiano. Questi appartengono a me unicamente, accompagnati dai ricordi appena appannati dallo scossone del viaggio. I miei cari fanciulli, qui, tutti insieme…

Benvenuti nell’Impenetrabile Reame! La mia, ebbene sì, incantevole prigione.

mercoledì 25 agosto 2010

PostHeaderIcon Squarcio d’estate

 

Cos’è da cui fugge (ri-24082010661

fugge) questo spirito

Angelico –

Dal mare in burrasca

S’allontana gentile.

Come se un cielo di

Splendido avorio

E fiammeggiante, più in

Fondo

Di un rosso tramonto

Come se il cielo fosse più

Puro

Dell’acqua che esso

Riflette24082010664

In un giogo di luci, e

Colori, e pensieri

Che son solo il sogno

Della cangiante volta

Indorata.

Sa di sale com’è zucchero

Filato lì in fiera fra

Le nuvole di fragile cera,

sa di sale e d’incanto

la luna, stasera.

 

2308201065423082010660

Foto mie (dal cellulare), fatte dopo la scrittura della poesia qui sopra. Ero a meno di un metro dall’acqua, completamente sola, dopo aver dormito ore sulla spiaggia… coperta da numerosi teli da mare per il freddo che stranamente mi percorreva le membra.

Il mare mi fa un effetto straziante. Sono legata a lui… in una maniera che non so spiegare.

lunedì 16 agosto 2010

PostHeaderIcon Impressioni

07082010644Strano a dirsi (e forse non ve n’eravate neanche accorti), ma sono appena tornata da una settimana fantastica di vacanze estive. Forse l’unico periodo di questi giorni afosi e insopportabili in cui ho trovato un po’ di svago che non sia uno schermo del computer o un buon libro. La bellezza non è tanto di una Sicilia che si ripresenta in una veste ancor nuova, ancor splendida e luccicante, quanto nel riscoprire davvero l’amicizia che questo viaggio ha portato con sé.

09082010646

Qui di seguito, infatti, riporto alcune impressioni dei pomeriggio passati in compagnia di Vinci e Crystal, miei migliori amici. Non sono proprio resoconti perfetti, ma semplici stralci, immagini riportate su carta. Non hanno l’obiettivo di intrattenere, o di meravigliare, non cercano di raccontare nulla. Le considero piuttosto modeste, ma ben fatte, almeno per essere lette e rilette dai protagonisti silenziosi di queste giornate deliziose.

Stars

La Baia

White Flowers

Spensierato è il volto di chi nella timida gioia respira… Saltella, gazza dalle piume arruffate, sul campo irto di sterpaglie dorate dal sole come campi di grano. Accostano il sentiero alti alberi di aghi verdini. Ella prende il volo, s’agita svelta, in un cielo terso e blu nontiscordardimé. E anche il mare, laggiù, che pare e scompare ad ogni singola svolta, è indaco e violetto, azzurro e acquamarina, è freddo spettro dalla bianca spuma che gioca a nascondersi fra i flutti. Qualche nube distante, che sembra il respiro di una creatura dormiente, s’addensa e si specchia nel mare.

Un miagolio indistinto, occhi curiosi, la via che percorre serpentina i suoi variopinti corsi briosi. Il sapore dolce scivola per la lingua, è una goccia di cui ne brami di più. La folla è sparsa, il resto s’addossa come scarpe gettate alla rinfusa. A distanza, troverai l’elemento che completa il paio. Una chiusa perfetta:BESTHEARTEDIT

– Cos’è che ti ha colpito?

– Ciò che è ancora ignoto.      

 

Libri e Pensieri

White Flowers

A Catania si mangiano le granite più buone di tutta la Sicilia. Così come è vero che Catania è capace di manipolare il tempo: sormontata dal volto vetusto dell’Etna, lo usa come ricettacolo magico del suo incantesimo ardito. Le attese vengono ivi protratte per minuti interminabili, spesso s’agghindano boriose per sfilare davanti alla povera vittima come strumenti di sadica tortura. Il dilettevole si trasforma in fuoco d’artificio, tanto bello quanto fugace. Perlomeno il suono ne lascia uno strascico di ricordo dolce e, in speranzosa richiesta, durevole nel tempo.

Sebbene essa, con l’obelisco e l’elefantino che si ergono in tutta la loro onorevole rispettabilità, abbia un non so che di appartato, minuto, piccolo spazio invitante, Piazza Duomo sarà eternamente luogo gioioso nella colorata fotografia di chi la scorge il primo istante. Finalmente l’attesa è finita: fra la gente che cammina e scorre come fotogrammi scartati con mano lesta, spunta la figura di tanto tacito tremore. Il passo è sicuro, il sorriso aperto, i capelli rifulgono al candido riverbero del sole. Il mio gattino, saltellante, mi viene incontro.BESTHEARTEDIT

 

Ritorno

White Flowers

E un po’ mi fa ridere affacciarmi in corridoio e vedere montagnole di abiti, divise per colori, sparse per il tappeto rosso in prossimità del bagno. Sembra che stiano facendo la fila per la lavatrice come delle brave casalinghe al supermercato, tutte pigiate fra loro quasi che questo contribuisca ad accorciare la distanza dalla cassa. Gli abiti rosa sono un po’ discosti, non hanno comprato il biglietto per il loro turno, e una maglia elegante attende e sbuffa, poggiata sul cassettone, perché le scarpe da ginnastica l’hanno preceduta nella pilla delle cose da lavare a mano. Passo passo è più tangibile la strana sensazione di essere davvero tornata a casa.BESTHEARTEDIT

venerdì 9 luglio 2010

PostHeaderIcon Brezza di nostalgia

 

Sorride al pensiero di tutte quelle parole che le stanno sfuggendo via. E' lei, seduta all'angolo del letto, alcuni fogli sbiaditi a giacere sulle ginocchia, il capo dondolante al ritmo di una musica sconosciuta. Non si preoccupa se s'accorge che un'intera storia ormai è andata, se la penna è ormai solo vittima di spenti scarabocchi e la mente vaga, perduta anch'essa, al bacio dell'altro dì, all'abbraccio di quella mattina. O semplicemente si spegne, candelina di qualche compleanno antecedente che trascina con sé lo strascico di un desiderio errato… e se si placa, quel che resta è fumo della sua fatua fiammella.

Oggi non è giornata per scrivere. Lo sguardo scorre sull'intrico di fiori della coperta. E' oggi giornata per vivere?

S'abbandona alla stanchezza degli eventi, all'indietro il suo corpo cade come un velo steso all'ombra di un pesco. Il piumino lancia uno sbuffo, arricciandosi ai lati della sagoma affossata che vi ha preso posto. Un sospiro lo segue. Ha portato l'ispirazione dei gesti, ma il sapore di un racconto sembra ancora lontano.

E allora arriva il sonno, dolce, ristoratore, piccolo viaggio racchiuso nelle accoglienti pareti di una stanza da letto. Pareti lilla, finestre che s'affacciano su ciuffi di alberi e spruzzate di bianco. Anche i fogli sono bianchi, come la neve là fuori. Fra essa, le sottili orme di qualcuno che sta tornando a casa. Sulla carta, le impronte di stelle collegate con ponti di legno: le fragili reti di idee mai sfiorate.

Distante, nella dormiveglia sempre presente, il salire di scale. Vicino, nel respiro che accarezza il collo, il tocco di mani che ricoprono fra fresche lenzuola. Candido, richiesto, forse appagante nel fallimento del giorno, il corpo che, al suo timido fianco, si addormenta con lei.

Piccola scrittrice, oggi non è giornata per scrivere. La notte sorvola il cielo con la sua coltre cobalto, tinteggiata di chiare gocce d'opale che scivolano sulla stoffa brillante. Stende il fondo dei sogni, dipinge gli schizzi dei più cari ricordi. Una mano percorre le forme serene. Oggi è giornata per vivere.

mercoledì 19 maggio 2010

PostHeaderIcon Presents

19052010604

Ci sono giorni in cui non accade nulla, e tutto scorre in una maniera statica e noiosa.

E poi ci sono giorni in cui, per qualche strana coincidenza, torni come sempre da scuola e incappi in un’inaspettata sorpresa.

Soprese che potrebbero contenerne tante altre, più piccole, ma che sanno donarti una giornata allegra e spensierata per la sola emozione del pensiero che va al di là dell’oggetto.

E poi c’è quel senso di straniamento quando vedi qualcuno che s’interessa a te così tanto da ricordarsi ciò che ami. Oppure quando chiedi un favore e questo viene realizzato presto e con piacere.

Sono contenta che mia zia, quando in un negozio ha visto la maglia di Lady Gaga, ha fatto di tutto per prendermela, anche se di una taglia più grande. Perché sa che adoro Lady Gaga, e mi ha pensato.

Sono strafelice quando ho visto la lettera di Ianel, con all’interno l’autografo di Licia. Il mio secondo autografo, poiché l’anno scorso avevo avuto il piacere d’incontrarla personalmente.

E sono anche soddisfatta che l’equipe di EMP Online mi abbia inviato il catalogo, seppure sia una cosa che fanno per migliaia di persone sparse in tutta Italia.

Sarebbe carino se anche i miei genitori, ogni tanto, invece di lamentarsi perché sono nei loro confronti ingrata, irrispettosa, o mancante d’affetto, sarebbe carino se anche loro si preoccupassero di dimostrarmi con piccole cose che s’interessano a me.

sabato 20 marzo 2010

PostHeaderIcon For Love in Limbo

Ville Valo

Un’altra poesia… tranquilli, dovrete sopportarle ancora per poco :)

Vedrò di proporvi al più presto qualcosa di sostanzioso (le anticipazioni sul blog di Crystal, fra i commenti c’è uno spezzone del racconto su cui sto lavorando).

Purtroppo fra le lezioni da autodidatta di finlandese (suona strano, ma amo questa lingua XD), il disegno di Ville assolutamente da finire, il Certamen Clusonense che si avvicina (concorso di Latino), e IL MIO COMPLEANNO (a proposito, tanti auguri a meee ^^) , c’è stata un po’ troppa confusione.

A breve tornerà la calma, spero. Anche se vi avviso che la primavera e l’estate non sono proprio due stagioni che mi mettono “ispirazione”. Amo il freddo e gelido inverno.

Questa poesia è dedicata al “poeta della mia anima”. Senza di lui, non so che farei. Forse starei meglio, questo è vero, ma al contempo è una di quelle emozioni a cui ti ci affezioni, di cui non puoi fare a meno, benché a volte irrimediabilmente dolorosa. E se non saprà mai che qualcuno qui gli dedica versi e poesie, poco male. Io so che il mio ‘Kiitos’ arriverà comunque.

Vi consiglio (impongo!) di ascoltare questa canzone, nel frattempo:

S’inchina la lacrima scura

Vergata di lurido inchiostro

Che pende dall’occhio sinistro.

Mai si smarrirà, distorta e distratta

Mai lascerà questo viso maldestro

Perché immobile, come il sorriso

Ghiacciato da candida cipria.

Poeta della mia anima,

quale sarà la tua ballata d’inferno?

Indossa la cupidigia degli uomini

Il colore sgargiante dei glicini

Canta e intrattiene con strofe mai facili.

Rimesta sature gocce di vero

E nasconde ciò che di lui è certo

Dietro il riso spento del fine lieto

Dietro una vita di fuga scandita.

Poeta della mia anima,

quale sarà il tuo ultimo volo?

Ecco che l’acqua lava via il trucco

La maschera si scioglie e rivela

Il segno del passare del tutto.

Non evadere dal nostro rifugio

Lì ancora al limitare ti scorgo

Dietro i tuoi occhi ramati

Dietro il riflesso del bosco.

Canterai ancora per me,

ora che ti respiro vicino,

ora che vedo il tuo volto,

e non temo il tuo splendido bacio?

20032010449

Il primo assaggio del mio Happy Birthday :P

domenica 28 febbraio 2010

PostHeaderIcon Fra mari d’argento

Oggi stavo facendo un po’ l’inventario dei miei lavori, anche per un dubbio che mi ha fatto venire Crystal (e qui v’invito a partecipare al suo contest, uno dei suoi disegni vale cento racconti!). Praticamente non ho una storia a lieto fine.

Ne sono rimasta… stupita. Davanti a me sfilano i miei racconti, in otto muore qualcuno, in cinque si tratta proprio del protagonista, in altri due c’è una sorta di malinconia intollerabile di sottofondo, uno contiene problemi familiari e in altri due si toccano argomenti tristi come stupri, malattie mentali, povertà.

I miei racconti sono una disgrazia continua.

E mi chiedo perché. Ma anche mi chiedo se dovrei cambiare stile, cercare un tono più allegro, provare un genere che abbia come costante un finale gioioso. E se così facendo perdessi tutte o parte delle mie capacità? In fondo io do il massimo così, non in altri modi, non per altre vie.

Voi che ne pensate? Necessito consigli :)

E intanto un’altra poesia… deprimente come al solito, sul tema del bullismo. L’ho scritta per commissione per Crystal, ma pare non le serva più, quindi la riutilizzo ^^

DivisoreLuna

Fra mari d’argento,

grido e mi volto

quivi nel letto

da solo ricordo.

Amico, sfavilla

la tua anima brilla

di nero dolore

di candido cuore.

È lì che mi picchia

mentre il battito cala

e sale nel vento

il silenzio del gesto.

Io cado e dispero

c’è colore che abbaglia

fra i colpi nel ventre

un rosso canaglia.

È sangue, mi dico

son stanco, ma prego

che ritorni bambino:

Son morto, non vivo.

giovedì 14 gennaio 2010

PostHeaderIcon Freestyle



Sento il fruscio delle bombolette spray. L’immagine prende lentamente forma, seguendo i colpi decisi dell’artista di strada. Lui ha i pantaloni cascanti, delle sneakers rosse e una felpa col cappuccio calato. Una medaglietta argentata gli pende sul petto. Sorride e continua l’immagine di una donna dai capelli corti, una frangia che le copre l’occhio destro e due treccine verdi e sottili che le si posano sul petto.
Fermo, immobile nel suo salto mortale. I piedi saldi sullo skateboard, il ragazzo è a testa in giù mentre compie un’acrobazia spettacolare sulle scale mobili di una metropolitana londinese. È completamente rasato, e sul capo si scorge la scritta ‘Freestyler’. Una musica rap s’infiltra nelle orecchie, il ritmo incalzante.
Poi c’è lei, che pare una bambina, sdraiata sull’asfalto e vestita con un jeans strappato e un top fucsia che lascia scoperte pancia e spalle. Anche lei con un taglio particolare, caschetto nero e striature blu.

Questi sono i poster che, assieme a molti altri, mi accolgono appena entro nel locale. Qualche pianta arreda il pavimento altrimenti grigio e polveroso, un divano sdrucito con davanti un tavolino colmo di riviste risalenti a qualche anno fa. Non ho bisogno di attendere, perché è già il mio turno.
La donna che mi accoglie, al contrario della aspettative, ha una capigliatura bella ma semplice, così come il suo vestiario. Il trucco è leggero: una donna così comune che a stento ne ricordo i lineamenti, e a cui mi verrebbe da chiedere dove trova tutto il coraggio per fare quel mestiere. È una parrucchiera, di certo avrà moltissimi clienti che chiedono solo una messa in piega, o un trattamento contro le doppie punte. Ma se le si presenta un giovane che le fa quella precisa richiesta, ne esce trasformato. Dicono che è brava come i parrucchieri che preparano le acconciature alle modelle. Io dico di più.
“Voglio un taglio che si noti da lontano.” Dico sorridente, e mi accomodo sulla sedia girevole, nera e dai braccioli di freddo metallo. Lei risponde al mio sorriso e comincia a lavorare. Mi fido, conosce i miei gusti e so che non sbaglierà nemmeno stavolta.
Solo ora mi accorgo che non sono sola. Vicino a me, a una distanza massima di un paio di metri, c’è anche un ragazzo. Ha ancora la carta stagnola fra i capelli, quindi credo che la donna con lui ha quasi finito. Ha gli occhi truccati di nero, e corvini sono anche i pochi ciuffi che gli cadono sulla fronte. Si alza e mette un cd hip-hop nello stereo che sta sopra al ripiano, nascosto fra boccette di colore e accessori vari. Qui sono i clienti che scelgono la musica.
Il tempo vola. Sono pronta, e per la prima volta mi guardo allo specchio. Sono uno schianto: i miei capelli castani si sono scuriti incredibilmente, e per metà sono riportati sul lato destro del viso. Quel ciuffo è tutto blu, con sopra delle fantastiche ciocche rosa chiaro. Anche il mio compagno ormai ha finito, e lui si è anche fatto lo smalto alle unghie. Ha un taglio spettacolare. Da dietro i capelli sono tutti alzati e scompigliati verso l’alto, e hanno preso delle sfumature che ricordano l’arcobaleno. Le unghie sono smaltate di nero, con sopra degli sticker argento che ritraggono un teschio.
Me ne vado, ringraziando la donna e quasi ridendo fra me e me.


Ho sempre amato i look estroversi, un po’ pazzi, ma soprattutto personalizzati. Forse tutti, indipendentemente dalla scelta comune, sono concordi nel dire che se dipendessimo un po’ meno dall’aspetto esteriore sarebbe un mondo migliore. Io credo di no. Perché la nostra esteriorità è l’unico modo che abbiamo per evitare di esprimere solo a parole il nostro essere: la figura, l’immagine che rendiamo di noi stessi è importante, perché – se creata con i giusti precetti – è specchio dell’anima.
Gli abiti che scegliamo devono assolutamente essere affini a noi. Come una seconda pelle, ci devono calzare alla perfezione e devono farci sentire a nostro agio. Per esempio, se mi fate mettere una minigonna in tulle o un maglione qualsiasi che non abbia almeno uno strass, mi sentirei a priori strana, più chiusa. Ma datemi qualcosa di punk e la metterei ovunque, in qualsiasi occasione. Con quel genere di vestiti mi sento bene: ho la sensazione che posso combattere e affrontare qualsiasi cosa. Mi piaccio.
Inoltre, ogni mattina, prima di andare a scuola, scelgo gli abiti con criteri precisi. Parto dal mio umore e dall’immagine che voglio dare di me: se desidero essere seria, camicia e pantaloni neri; se voglio essere dolce vado sul rosa o sul rosso; se sono infuriata partono i pantaloni di pelle o i jeans strappati, con tanto di catene e bracciali di borchie. Mi viene naturale.
Scrivendo questo mi sono venute alcune domande che mi piacerebbe farvi… qual è il vostro rapporto con il vestiario? Concordate o meno con la mia opinione? Scatenatevi con i commenti, perché apro il mio personale dibattito.
lunedì 28 dicembre 2009

PostHeaderIcon Fotografie di una nuova quotidianità

I polacchi fanno prevalentemente una vita di campagna. La distribuzione della popolazione è assurdamente omogenea, pochi vivono in città, e quelli che lo fanno sono spinti più che altro da motivi di lavoro. Le famiglie si ammassano nei paesini della periferia, che si susseguono a ritmo costante, intervallati da lunghi campi gelidi e boschi, dove spuntano fra enormi querce dei simpatici cespugli di more, mirtilli e fragole.


Quando si parla di paesi, in Polonia, non dovete immaginarvi gruppi di case distanziate da stretti vicoli. La strada è una, quella principale, percorsa anche da tir e pullman che vanno verso altre nazioni; non ci sono vie secondarie. Le dimore si affacciano alla strada, una dopo l’altra, come tante villette. Spesso sul retro si nasconde un orto, oppure parte di bosco di proprietà privata. Sono pezzi di terreno edificati, con un giardino grande e un’inferriata che corre lungo tutto il perimetro della zona. Lo stesso vale per le scuole, che qui sono curatissime come una casa normale, e che sono provviste di tende alle finestre, vasi di fiori ai davanzali, ciabatte per gli alunni e gli insegnanti. Cimiteri, Chiese, supermercati e servizi seguono la stessa regola: una sola strada su cui danno tutti gli edifici, a volte anticipati da un piccolo vialetto non lungo più di qualche metro. Così per chilometri e chilometri, e il passare da un paesino all’altro viene annunciato solo da un cartello che ne riporta il nome. Se questo cartello mancasse, forse non ci si accorgerebbe nemmeno del cambiamento.


La Polonia è una nazione abitudinaria, calma. Laddove mancano i paesi che ne fanno il segno di riconoscimento, si notano immense praterie, con foreste fitte e laghi il più delle volte ghiacciati. L’aria è pura e fresca, scende giù per la gola come un balsamo rigenerante. Non ho potuto conoscere che una piccola parte della vita di città che si conduce qui, ma so che sono soprattutto luoghi in cui si concentrano i servizi, i vari lavori, il centro. Le città polacche le ho sempre viste spente, perché vivono solo in funzione dei paesi vicini, quasi come punti di riferimento. Sai che ci sono, ti rechi lì per le emergenze o per l’indispensabile, a volte ci passi la domenica, ma poi ti rintani nella tua villetta di campagna, a smuovere il terriccio dove crescono le patate, a raccogliere i funghi nel bosco, a leggere un libro vicino al fuoco con il tuo gattino in grembo.


È anche una nazione povera. Molti vivono ancora in case completamente in legno, e dall’esterno hanno un aspetto fatiscente e triste. Numerosi sono i comignoli che sputacchiano fumo giallognolo, a volte nerastro; ed è disarmante credere che quel focolare a volte è l’unica fonte di riscaldamento. I polacchi sono superstiziosi, attaccati alle loro tradizioni in modo morboso, sono il classico popolo del nord che guarda al progresso con scetticismo e paura. Per fortuna con le nuove generazioni qualcosa sta cambiando, anche se conservano lo stesso queste caratteristiche di fondo. D’altro canto sanno essere dolci, generosi, e stranamente timidi.


A Natale, la Polonia si accende di colore, si veste a festa ritirando fuori dagli armadi tutti i suoi gioielli, s’incipria il volto come una fanciulla al suo primo ballo. Ogni casa è ricca di luci, avvolte attorno a balconate, finestre, alberi, ringhiere e colonnati. È quasi una gara per chi addobba: si cerca di essere i migliori, i più originali, e nel frattempo l’aria si carica di atmosfera e di attesa incontenibile. Il vischio è appeso ad ogni porta, per scacciare gli spiriti maligni e forse trovare un nuovo amore. Le canzoni natalizie risuonano in ogni angolo, cantate a mezza voce, accennate nel ritmo, battute con le dita sul manubrio della macchina. Il 25 dicembre, poi, tutte le Chiese si affollano, e molti attendono fuori per assistere alla celebrazione della Messa. Quindi i giovani di ogni famiglia cominciano con la tradizione: si travestono da morte, diavolo, pastore e re, e fanno il giro delle case cantando e recitando poesie. Si dice che sia una specie di rituale per scacciare il male, e nel frattempo i ragazzi guadagnano qualche spicciolo portando gioia di porta in porta. Il più delle volte ci si ritrova con bambini sperduti che biascicano a stento qualche parola, vestiti malamente, sembrano stati gettati a forza in mezzo alla strada giusto per far godere la famiglia di quel poco che sarebbero riusciti a racimolare. Fanno un po’ pena, talvolta spunta un mezzo sorriso, ma sono accolti calorosamente e si fa di tutto per far sì che si trovino a loro agio. Il giorno di Natale si sta in casa, con tutti i parenti riuniti, si mangia, si beve, si gioca a carte. Ci si diverte sperando di riuscire a ignorare almeno momentaneamente la realtà.


A Capodanno, la nostra signora si cambia d’abito: rimangono le classiche decorazioni del periodo, ma si aggiungono palloncini, fiori, nastri, cappelli a punta dai colori psichedelici, e tanti, tantissimi fuochi d’artificio. Il cielo, in questa notte, si vanta di nuove stelle. La musica risuona dalle casse approntate al momento, si da il via a danze sconnesse e spesso imbarazzanti, frutto dell’alcol assunto in precedenza. È una notte senza limiti, dove la tv è sempre accesa in modo da controllare l’ora e guardare i concerti spettacolari che danno nelle principali città. Si possono passare ore senza far niente, stando solo insieme, e anche dopo la mezzanotte questa strana festa continua, imperterrita, finché le membra non si dichiareranno da sole impossibili di proseguire oltre. Ma i fuochi, i fuochi dell’ora di punta, i primi… è come vagare per l’universo, non riesci a contemplarli tutti con una sola occhiata. Se ne vedono a migliaia, perché ogni sparo proviene da una casa diversa, e continuano per minuti interminabili. Contengono la magia e la speranza del nuovo anno. E ti viene da pensare, nel gelo del balcone a cui ti affacci, fra le luci delle fatue stelle, di tutte quelle volte che, scrivendo, sbaglierai anno, nostalgico del passato, incredulo del presente, inconsapevole del futuro.


sabato 26 dicembre 2009

PostHeaderIcon La lapide della strega


Per chi abbia letto un noto libro di Gaiman, la citazione dovrebbe essere chiara. Per chi invece non l’ha ancora fatto, vi dico che il romanzo in questione è “Il Figlio del Cimitero”, capitolo IV. Qui il protagonista Nobody dona una lapide a una strega defunta, bruciata al rogo per presunta eresia, e sepolta in un cimitero per indegni, criminali e, appunto, streghe. Nel cimitero, che affianca quello ufficiale, non ci sono lapidi, le sepolture sono fatte male e ammassate, non c’è nessuno che faccia compagnia agli spiriti. Ma non sto qui a raccontarvi il sunto del capitolo, se volete leggerlo ve lo consiglio (sia per la nota bravura dello scrittore in questione, sia per la bellezza del libro in sé), e procedo col narrarvi la mia storia.


La temperatura è stazionaria sugli zero gradi. Benché sia già inverno, uno strato di foglie secche ricopre il terreno; hanno colori ambrati e di un marrone dalle venature dorate, rilucenti al tardo sole pomeridiano. Scricchiolano piacevolmente sotto il passo svelto e deciso di Sławek. La strada è in continua salita, e per adesso seguiamo un sentiero un po’ fangoso utilizzato anche dalle automobili. Arrivati al crinale della collina, si profila davanti ai nostri occhi una cappella dipinta di bianco. È piccola, con in cima una croce in ferro e al lato dell’entrata un vaso pieno d’acqua piovana. Nella strada percorsa per arrivarci, Sławek mi ha raccontato la storia di questo posto…


Nelle ere primordiali, quando ancora gli uomini primitivi di razza bianca solcavano i boschi selvaggi dell’Europa orientale, nuove religioni si affacciarono loro. La natura richiedeva i suoi sacrifici, il Dio Sole e la Dea Madre proclamavano i loro templi. Gli uomini della zona, impauriti e devoti, costruirono tre cerchi di pietra, scavati nei rudimenti della collina dove noi ora siamo: i tre cerchi erano disposti a triangolo, quasi a ricordare arcani simboli celtici. Al centro, attualmente occupato dalla cappella, convergeva il potere supremo del loro luogo di culto: ivi si facevano i riti sacri, ivi si invocava la magia. In questo territorio fuori dal tempo e dallo spazio, si svolgeva la religione primizia, quella non contaminata che reclamava il suo prezzo senza perdersi in contrattazioni con i miseri umani.


Quando, nel corso dei secoli, le foreste selvagge furono intervallate da castelli in pietra e regioni feudali, la Chiesa ordinò eretici coloro che proseguivano in tali pratiche pagane, e fece distruggere i cerchi magici. Penetrando la cultura barbara, la Chiesa ha fatto sì di instaurare il suo dominio con la distruzione: se la Polonia è una delle nazioni più cattoliche dell’Europa è anche perché qui i templi pagani proliferavano, accompagnati dalle cosiddette streghe. Dando fuoco e profanando i luoghi dediti alla Dea Madre, la Chiesa ha destato la sua furia, che ora giace sepolta in attesa di una nuova rinascita, di una covata rivalsa.


Ma ciò non basta: i predicatori dell’unico Dio hanno eretto cappelle e simboli cristiani ove sentivano il confluire della Magia, cercando di scacciare e sostituire un potere più forte di loro. Così è nata la chiesetta verniciata di bianco, costruita prima in legno nel 1850 e poi rifatta in mattoni. Essa si trova al centro dei tre cerchi druidici, in cima alla collina. Alcune lapidi anonime e ricoperte di muschio la attorniano, quasi stessero lì per fungerle da vialetto. Forse sono le tombe delle streghe, uccise mentre professavano la loro fede nella Magia, prese nell’estasi divina… e ancora le vedo, le sento, a ballare nude fra gli alberi, foglie e rami fra i capelli, il fuoco acceso nella radura lì di fianco.


Ora del loro potere resta ben poco. La pietra nascosta nella collina, quella con cui sono stati edificati i cerchi, è stata quasi del tutto divelta, obiettivo di cave affamate del loro valore monetario. Solo un piccolo tratto, difficilmente raggiungibile, è ancora in piedi. Nonostante i graffiti e gli anelli degli arrampicatori di free-climbing, la sua potenza traspare senza tormenti. Si confonde con la natura perché sua figlia. E credo che rimarrà lì fino alla fine dei tempi, perché nulla si crea e nulla si distrugge, e per quanto impegno si metta il passato torna sempre nelle sue importanti e affascinanti vestigia.


Adesso Sławek mi chiama via, dobbiamo andare. Il racconto è finito, e domani mi aspetta un’altra piccola gita fra gli immensi boschi di questo paese sperduto e inesplorato, spesso sottovalutato. Ma che sono quei suoni, quegli stridii che scendono dal cielo? Sono i rami smossi dal vento… oppure gli spiriti che vagano, e cercano vendetta nella notte che scende, cupa, su ognuno di noi.


sabato 19 dicembre 2009

PostHeaderIcon The Broken Glass


In questi giorni mi sento come un bicchiere travolto per il peso eccessivo del cucchiaino che aveva all’interno, quel bicchiere che anche se lo rialzi poi ricade di nuovo, spargendo il suo contenuto in un macchia in continua espansione. Il bicchiere sono io, il cucchiaino è il costante peso dei miei pensieri, la macchia è la mia ispirazione che viene assorbita dalla tovaglia e non trova sbocco. Forse il bicchiere si è rotto scivolando giù dal tavolo...
Ho tante, troppe storie che vorrei raccontare, piccoli aneddoti che sono venuti a trovarmi nel sonno, racconti che cercano di spiegare qualcosa ma che alla fine restano fatti fini a se stessi. E poi c’è il disegno di Kendra e il Veggente (a cui ho finalmente trovato un nome…), il Tyrsek che si culla nell’incompletezza dei suoi dieci episodi. C’è la partenza, che sembra così imminente che io non ho nemmeno tirato fuori la valigia dall’armadio a muro, ma che ha già intaccato la mia voglia organizzatrice facendomi scrivere tutta una lista degli oggetti inutili che mi vorrei portare.
Che c’è nella lista? Il cellulare per le foto con tanto di caricatore, libri, le tracce dei due temi d’italiano che dovrei farmi nelle vacanze, la penna USB con i “My Works” ovvero la cartella con tutti i miei scritti, il set da disegno, qualche cd di buona musica. E se trovo un po’ di spazio anche dei vestiti.
Odio il periodo natalizio. Nella sua perfezione si lascia odiare. Perché c’è la scuola che ti riempie di compiti, tutto qui. Il fatto che ogni anno sono costretta a partire, mi mette in condizione di fare i compiti nei giorni più impensabili e agli orari più incredibili. Non sono i compiti in sé che mi spaventano o mi fanno irritare, alla fine sono semplici esercizi o riassunti di brani che riesco anche a ripescare e copiare dal web, ma mi spiace dovermi sbrigare e spesso allontanarmi dal buon lavoro che vorrei fare solo per non portarmi chili di libri scolastici appresso e di cui alla fine avrei utilizzato poche pagine per poche ore. Insomma, forse è anche questo che inibisce la mia voglia di scrivere, sarà la parafrasi di Eneide e il tema sulla pietas che mi girano per la testa gridando “scrivimi, scrivimi” e che fanno a boxe con le mie storie, storie semplici, fragili come fogli di pergamena, fatte della mia stessa pasta mutevole e spesso sottomissiva.
Penso che proverò col buttare su carta quel racconto un po’ triste, un po’ cattivo, che da giorni preme per uscire. Spero solo di riuscire a scriverlo bene, perché altrimenti perderebbe tutto il valore del contenuto. Chissà, forse fra un paio d’ore troverete un nuovo post…
mercoledì 9 dicembre 2009

PostHeaderIcon Multi-ethnic, Multi-cultural

Oggi è stata una giornata lunatica, direi piuttosto fuori dalla mia solita routine.
Sono un po' giù perchè mi manca da morire una persona.
Sono come al solito un po' arrabbiata perchè certa gente non riesce a comportarsi a dovere nemmeno nei giorni di festa.
Ma d'altra parte sono schizzata e felice perchè mi sento multi-etnica, libera da ogni pregiudizio, aperta all'integrazione della specie; sono contenta di manifestare queste mie (credo) qualità, perchè poi d'altra parte chi si accoglie rende il suo ringraziamento più prezioso. E gli italiani non lo capiscono ancora.
Ho passato il pomeriggio a lavorare in albergo, e lì ho finalmente potuto provare l'Hennè che mi aveva donato una donna marocchina amica di mia zia. E non m'importa dei commenti vari, del 'non fidarsi', dell'evitare alcuni tipi apparentemente loschi, che tali non sono nemmeno a prima vista.
Ho cenato cinese, roba deliziosa a mio parere. E non m'importa se dicono che i cinesi sono poco igienici, se sputano in terra, se sono tutti uguali. Cucinano da dio, e sono persone dolcissime.
Da questi 'stranieri' incompresi, che ogni volta mi parlano dei loro problemi d'integrazione, mi sento quasi capita, apprezzata. Sarà perchè da loro ricevo attenzioni che mi fanno sentire bene, sarà che con loro sono felice, e tanti altri motivi che ancora non mi sono ben chiari.

Ma è pensando a questo che mi godo il mio nuovo tatuaggio.
venerdì 27 novembre 2009

PostHeaderIcon Waiting for Christmas

Il Natale è una delle feste più amate e celebrate al mondo, che siano bambini o adulti, tutti amano questa festa. Perchè rende allegro un altrimenti povero e buio inverno, e lo colora con le sue luci multicolore e gli abeti vestiti a festa. Perchè, nonostante sia stata trasformata in una festa commerciale (una fine che ogni festività attende, ma a cui nessuna aspira), trattiene quel poco di spirito e lo rilascia gradualmente, donando sorrisi un po' ovunque.
Il Natale è un dono prezioso, e chi è nato e cresciuto con la contemplazione di tutte le tradizioni legate ad esso, è consapevole di non saperne fare a meno.
Il Natale è momento di riunione, dove le famiglie addobbano alberi e creano presepi, dove le madri cucinano i piatti tipici, dove i bambini attendono la preziosa neve.
Il Natale è anche attesa, magari manifestata da un lucchichio egoista negli occhi davanti a qualche regalo, oppure semplice comunione aspettando la Messa di mezzanotte.
Per me il concetto natalizio è un po' diverso, si tratta di tornare in Polonia, più che altro. Si tratta di aiutare mia madre ad addobbare tutta casa e giardino, ed è poca cosa dire che è una faticaccia, e ci mettiamo quasi sempre una settimana o anche più.


Ecco quindi alcune foto del nostro work in progress...


La scalinata in marmo che porta al piano superiore con le camere da letto.


L'albero di natale che abbiamo allestito nel salone.


Il mini-presepe in cartapesta.


Il bellissimo angelo in cartapesta, il mio preferito, con come sfondo l'albero.


E l'ultimissima: l'abete bianco che abbiamo in giardino, con luci e decorazioni sui colori argento-blu.

Per le altre foto dovrete aspettare un po', primo perchè molti addobbi sono da finire, secondo perchè per le foto in giardino sto cercando la luce giusta, perchè di notte sfoca troppo e vengono male.



Lettori fissi

Sto leggendo...

Più riguardo a La diciassettesima luna

La mia Libreria

  • Cronache del Mondo Emerso
  • Le Guerre del Mondo Emerso
  • Leggende del Mondo Emerso
  • Le Creature del Mondo Emerso
  • Guerre del Mondo Emerso - Guerrieri e Creature
  • Wojny Świata Wynurzonego - Sekta Zabójców
  • I Regni di Nashira
  • Favole degli Dei
  • High Voltage Tattoo
  • The Tattoo Chronicles
  • Encyclopedia Gothica
  • White: A Decade
  • Arlene's Heart
  • Favole
  • Misty Circus
  • Graceling
  • Fire
  • Fallen
  • Torment
  • Passion
  • Rapture
  • Fallen in Love
  • Il Bacio dell'Angelo Caduto
  • My Land
  • La Sedicesima Luna
  • La Diciassettesima Luna
  • La Corsa delle Onde
  • I Lupi di Mercy Falls
  • La Saga del Lupo
  • Esbat
  • La Profezia delle Inseparabili
  • Black Friars
  • Il Sangue di Faun
  • Gli Eroi del Crepuscolo
  • La Strada che Scende nell'Ombra
  • La Leggenda di Earthsea
  • La trilogia di Sevenwaters
  • Il Ciclo dell'Eredità
  • Harry Potter
  • Queste Oscure Materie
  • Alice nel Paese della Vaporità
  • Il Signore degli Anelli
  • Il Silenzio di Lenth
  • Il Risveglio delle Tenebre
  • La Guerra Degli Elfi
  • Artemis Fowl
  • I Guardiani della Notte
  • La Scacchiera Nera
  • L'Ombra Del Guerriero
  • Il Ciclo di Shannara
  • Cronache del Ghiaccio e del Fuoco
  • La Leggenda di Otori
  • Le Cronache di Spiderwick
  • Le Cronache di Narnia
  • Reckless, lo specchio dei mondi
  • Septimus Heap
  • L'Alchimia di Nina
  • La Bambina della Sesta Luna
  • La trilogia di Geno
  • Morga, la Maga del Vento
  • La Ragazza Drago
  • Tiffany e i Piccoli Uomini Liberi
  • Un Cappello Pieno di Stelle
  • Il prodigioso Maurice e i suoi geniali roditori
  • Il Libro del Drago
  • Fairy Oak
  • I Misteri di Fairy Oak
  • Arthur e il popolo dei Minimei
  • Coraline
  • Il Figlio del Cimitero
  • Stardust
  • Timeline
  • La Fine del Mondo e il Paese delle Meraviglie
  • 1Q84
  • La Ragazza Fantasma
  • Io & Dewey
  • Io & Marley
  • Luisito, una storia d'amore
  • L'Arte di Correre Sotto la Pioggia
  • L'anno della lepre
  • Chocolat
  • Le Scarpe Rosse
  • Cinque Quarti d'Arancia
  • Vino, Patate e Mele Rosse
  • La Scuola dei Desideri
  • Le Parole Segrete
  • Il Seme Del Male
  • Il Ragazzo Con Gli Occhi Blu
  • Profumi, Giochi e Cuori Infranti
  • La Lettrice Bugiarda
  • La Ragazza Che Rubava Le Stelle
  • La Casa dei Mai Nati
  • La Biblioteca dei Morti
  • Il Colore del Sole
  • L'Ombra del Vento
  • Il Gioco dell'Angelo
  • Marina
  • Le Luci di Settembre
  • Il Palazzo della Mezzanotte
  • Il Prigioniero del Cielo
  • Crypto
  • Angeli e Demoni
  • Il Codice Da Vinci
  • Il Simbolo Perduto
  • Snow Flower And The Secret Fan
  • Memorie di una Geisha
  • Sašenka
  • Ai Piani Bassi
  • La Bambinaia Francese
  • Mille Splendidi Soli
  • Il Cacciatore di Aquiloni
  • Beautiful Malice
  • Le ho mai raccontato del vento del Nord
  • La Settima Onda
  • Per Non Dirle Addio
  • Ricordati di Guardare la Luna
  • Quando Ho Aperto gli Occhi
  • A Voce Alta - The Reader
  • Pastorale Americana
  • Miles Gloriosus
  • Aulularia
  • Eunuchus
  • Phormio
  • La Favola di Eros e Psiche
  • Saffo - Poesie
  • Decameron
  • Elogio della Follia
  • La Locandiera
  • L'Ingannatore di Siviglia
  • La Vita è Sogno
  • Shakespeare - Tutto il Teatro
  • Don Chisciotte della Mancia
  • Lettere a un giovane poeta
  • Il Piacere
  • Il Fuoco
  • Le Vergini delle Rocce
  • L'Innocente
  • La Lettera Scarlatta
  • Le Affinità Elettive
  • Madame Bovary
  • Educazione Sentimentale
  • La Vergine e lo Zingaro
  • Moll Flanders
  • Sherlock Holmes
  • Il Ritratto di Dorian Gray
  • Notre-Dame de Paris
  • Il Conte di Montecristo
  • I Tre Moschettieri
  • Ragione e Sentimento
  • David Copperfield
  • Il Giovane Holden
  • 1984
  • Dracula
  • Carmilla
  • M. R. James - Tutti i racconti di fantasmi
  • Lovecraft - La tomba e altri racconti dell'incubo
  • Poe - Il Corvo e tutte le poesie
  • Magick

ch-bann-blog2a