sabato 31 ottobre 2009

PostHeaderIcon Amore di Strega


Mentre io metto a posto quel po' di spesa che ho fatto alle Befane di Rimini, vi lascio qualcosina da leggere ;) Nei prossimi giorni programmo di scrivervi un resoconto delle mie serate a Imola.
Avendo passato la prima fase del contest della Ragazza Drago (con il racconto Tyrsek, la bussola del cielo, parte I), ecco il racconto della seconda fase. Tema: Halloween


“Il mio compito è finito qui, lo sai. Perché ti ostini a chiamarmi ancora?” Una voce nell’aria, che sussurra austera con respiri stridenti, come foglie d’autunno mosse dal vento, come il crepitio del fuoco da cui il suono proviene.
“Mi manchi. Non puoi togliermi il piacere di sentirti, di parlarti. È solo una volta l’anno, per giunta.” Replica una donna con tono triste.
“Una volta in cui sempre giuri a te stessa che sarà l’ultima. Una volta in cui ti ricordo sempre di andare avanti e dimenticarmi.”
“Ma io non posso! Non posso! È stata tutta colpa mia se…” ma i singhiozzi interrompono la frase, mentre una foschia aleggia nella mente della donna, i pensieri si fanno confusi, e mille immagini sfocate irrompono le barriere del presente.

Forti strepitii arrivano dalla strada. L’acciottolato stride sotto i colpi delle forche, gli stivali che pestano pesantemente il terreno. Si avvicinano a passo svelto verso una capanna un po’ discosta dalle altre, più malandata e con un orto ben curato sul retro. Nell’interno non ci sono luci accese, ma due persone conversano animatamente.
“Stanno arrivando…” dice un uomo. È di bell’aspetto, con uno sguardo penetrante ora velato da una sorta di preoccupazione. Una donna giovane e attraente è seduta sull’impiantito, costituito da assi di legno impolverate. Accucciata in un angolo, si stringe le gambe al petto, mentre lacrime nere le solcano il pallido viso. “Vai nel seminterrato. Nasconditi, fai presto!” le ordina l’uomo, costringendola ad entrare in una botola che conduce in un vano sotterraneo, prima di porvi sopra delle casse per nasconderla alla vista.
Intanto un manipolo di contadini fa irruzione nella casa. Imbracciano attrezzi da lavoro, alcuni dei fucili. “Dov’è la strega? Dimmi dov’è!” gridano, e cominciano a perquisire la piccola stanza, buttando a terra mobili e sedie. “Qui non c’è nessuna strega. Andatevene.” Dice l’uomo, dissimulando falsa sicurezza. Ma non riesce nel suo intento, perché la furia degli abitanti del villaggio è più forte. Uno di essi lo trapassa da parte a parte con un forcone. L’uomo cade piano a terra, gli occhi aperti in una muta richiesta. Sembrano invocare a quel sordo potere che alberga nella natura di accettare il suo sacrificio, e di salvare la vita della sua amata. Forse qualcuno, o qualcosa, ha sentito il suo disperato richiamo.
I contadini escono, ancora più infervorati per non aver trovato ciò che cercavano. “L’arpia se n’è andata. Quando ci ha visto arrivare ha preferito fuggire con i suoi trucchetti da maga, e lasciare suo marito a morire.” Urla uno sputando a terra. “In ogni caso, la casa ormai è infestata. Diamole fuoco.” E le fiamme iniziano a lambire la piccola capanna, estirpando il male; ma non si tratta del male di un incantesimo, o di un’invocazione: estirpano il male dell’omicidio, dell’ingordigia degli uomini dalla mente chiusa.
Fra le fessure delle assi di legno, la donna ha osservato ogni istante della scena. Sentiva i passi pesanti sopra la sua testa, e le ragnatele che si stavano impigliando nei suoi folti capelli neri mentre cercava con lo sguardo il suo amato. A stento reprime un urlo quando vede il sangue infilarsi dalle fenditure dell’impiantito, e bagnarle l’abito. Piange in silenzio, maledicendo i suoi poteri. Non si accorge del fumo che pian piano le sta mozzando il respiro, sente solo le parole della sua Dea Madre bisbigliarle di andare nel bosco, e lì restare per notti intere. Arranca fino alla botola, esce. Tossisce violentemente: non le resta più molto tempo. Così lascia a malincuore il corpo dell’uomo a bruciare nella sua dimora, e scappa fra gli alberi finché non raggiunge un ruscello. Immerge la testa nell’acqua, e le idee si fanno più chiare. “Madre, perché mi hai salvato? Perché mi hai condannato a questa eterna solitudine?” urla alla notte. Ma non le giunge risposta.

La festa quest’anno è uno sballo. La palestra del liceo è irriconoscibile: hanno fatto proprio un bel lavoro. Palloncini neri e arancioni ricoprono l’alto soffitto, mentre altri sono legati ai canestri da basket o ai pali per la rete di pallavolo. Alle pareti sono stati appesi lunghi striscioni che dicono frasi sanguinolente tipo: “Buon Halloween!” o “Qui troverai il tuo riposo, vampiro!”. Forse non sono poi tanto originali, ma si nota l’impegno. D’altronde, sono una che si accontenta facilmente.
Valerie si avvicina con due bicchieri di sidro in mano. “Che bella festa!” urla per sovrastare la musica a palla, con il suo sorriso smagliante stampato in faccia. Mi porge la bevanda e poi parte a caccia di qualche ragazzo con cui scatenarsi in una danza sensuale. Questo suo modo di fare non mi è mai piaciuto, ma per il resto è una buona amica. Sorrido osservandola. Stasera è vestita come un angelo, i capelli biondi acconciati in voluminosi boccoli, la bocca rosea, un vestito bianco e un paio d’ali piumate a coronare la scena. Io, invece, ho preferito uno stile total black, cercando di passare inosservata. Quando all’entrata hanno chiesto che costume avevo, così da poterlo segnare sulla lista dei candidati al ‘miglior travestimento dell’anno’, ho biascicato un “vampiro” poco convinto. Sospetto che non mi abbiano nemmeno segnato.
Pensandoci, ne sono proprio sicura. Non sono mai stata tanto popolare nella scuola, se non per gli eventi inspiegabili che accadono in mia presenza. Quando mi fanno arrabbiare, i vetri si spaccano da soli. Fino adesso ho distrutto l’intero laboratorio di biologia, e dopo non ho osato mettere piede in quello di chimica per almeno una settimana, perdendomi tutte le lezioni. Poi c’è stata la volta degli armadietti. Il mio ex mi aveva appena lasciato con un sms lapidario, e all’improvviso tutti i lucchetti della mia fila sono caduti a terra. Decine di armadietti saccheggiabili. Quando sono felice o particolarmente allegra mi va meglio. Riesco a far nascere i fiori dal nulla, oppure condiziono il tempo e anche in una giornata di pioggia faccio apparire un caldo sole primaverile. Lo psicologo della scuola ha spiegato questo dicendomi che sono ‘troppo emotiva’, e che erano per lo più coincidenze. Fatto sta che hanno cominciato tutti a evitarmi, casomai facessi scoppiare loro i cellulari o lo specchietto della cipria. Tutti tranne Valerie.
La festa procede a ritmo costante, abbiamo una notte intera per fare baldoria. Ma io non ne ho voglia, e sinceramente sento che comincia a mancarmi un po’ l’aria; così decido di uscire a farmi due passi.
Il liceo si trova vicino a una riserva naturale, piena di alberi secolari e leggermente inquietanti. Ha un grande spazio verde attorno, una sorta di parco per noi ragazzi. Appena uscita noto subito qualche coppietta sulle panchine, e i più imprudenti sono seduti sulle foglie secche a coccolarsi. Non mi va di disturbarli, e mi dirigo verso il limitare del bosco. Girano brutte voci sulla riserva, e anche i professori intimano di non avvicinarci troppo. In verità è solo perché è così fitto che è facile perdersi, e non ci sono sentieri sicuri. Valerie dice che vi abita una vecchia strega che ha maledetto tutto il bosco, e che nella notte di Halloween accende un fuoco per attirare gli incauti.
Smarrita fra i miei pensieri, m’inoltro sempre più nel folto della foresta. La scuola adesso è solo un edificio bianco in lontananza, a tratti coperto da rami di betulla. Non lo perdo di vista, così da poter ritornare indietro appena lo desideri. Guardo avanti a me, e mi sembra di scorgere una luce rossastra pochi metri più in là. Aguzzo la vista, e sono quasi certa che sia un fuoco. Sento anche una voce femminile spezzata dal pianto. Proseguo, incuriosita.
Fra gli aghi dei pini vedo una donna: folti capelli neri intrecciati a foglie, un abito logoro stretto da un corsetto in vita. Probabilmente un tempo era bellissimo, perché noto dei filamenti dorati fra le pieghe della gonna nera. Anche la donna ha un aspetto un po’ trascurato, ma che non offusca la sua incomparabile bellezza.
Si è accorta di me. Butta una polvere strana sul fuoco, che si spegne all’istante. Prende la sacca che aveva con sé e comincia a correre dalla parte opposta alla mia.

“Sento qualcuno, nella foresta… Ci sta guardando. Presto, interrompi il rituale!” grida l’uomo, e la sua voce assomiglia sempre più al suono della legna scoppiettante. La strega non se lo fa ripetere due volte, nonostante le dispiaccia abbandonare così il suo amore, e butta della polvere occultante sul fuoco. Le fiamme s’interrompono senza produrre un filo di fumo. Ma l’incantatrice non si ferma a guardare, perché si sta già dirigendo verso la sua capanna nel bosco. Sente che quel qualcuno la sta seguendo, e perciò affretta il passo tanto quanto la lunga veste le permette. Il velluto s’impiglia nei rami, provocando nuovi strappi al tessuto già rovinato.
La capanna è in vista, e la strega vi si barrica all’interno.

Mentre corro all’inseguimento della donna misteriosa, per un istante mi sfiora il pensiero che si tratti della strega di cui parlava Valerie. Ma le streghe non esistono, e se così fosse, sono state tutte bruciate nei primi del 1600. Sempre se la storia di Salem non affermi il falso, il che è molto probabile.
Scaccio queste strane congetture dalla mente, e cerco di convincermi che sia solo una vagabonda o una zingara che sopravvive di elemosina, e che ci siamo entrambe trovate nel posto sbagliato al momento sbagliato. Sì, è così. Aveva un’aria talmente triste e depressa che non lasciava presagire una bella vita.
Sono arrivata nei pressi di una baracca. Sembra una di quelle che disegnano nei libri per bambini, le casette di un villaggio medievale. Sotto il tetto sono appese strane erbe a seccare, e diversi amuleti pendono dagli alberi vicini. “Superstizioni, vecchie credenze” mi dico, mentre una strana sensazione mi attanaglia lo stomaco. Io non dovrei nemmeno essere qui! Dovrei trovarmi alla festa e divertirmi e fare casino! Ma qualcosa mi ha portato quasi forzatamente a seguire la donna, e io non ho potuto far altro che accodarmi a questa specie di istinto. Busso alla capanna, attendendo una risposta. “Non voglio farti niente!” dico, scoraggiata, come se così potessi abbassare i suoi pregiudizi.

La strega per un attimo sussulta. Avverte un’aura magica, attorno alla fragile ragazza che ora batte incessantemente i pugni sulla porta della sua casa. È potente, ma incontrollata. Comprende che si tratta di una novizia, una strega che non ha ancora scoperto la sua vera natura. Se adesso fosse stata con la sua congrega, avrebbero deciso insieme di prendersene cura e insegnarle l’Arte. Ma tutte le sue compagne sono morte, e la Dea Madre l’ha rinchiusa in quest’isolamento eterno, violandole il diritto di cercare una nuova congrega. Forse sa che un giorno lontano le streghe di Salem si sarebbero risvegliate. E quindi è compito suo, dell’ultima, istruirle per ricreare l’Ordine.
Apre leggermente l’uscio e lascia entrare la ragazza. Ora la sua aura è più forte, e si manifesta con un leggero tremolio attorno al corpo. Segue ciò che le dice il cuore, le racconta tutto. E quando la ragazza le chiede del falò che aveva visto nella radura, parla anche di lui, del suo amore. Nessun segreto.
“La prima cosa che si insegna a una futura strega è l’amore. Una strega vive in eterno, è immortale. Solo se uccisa o per ordine della Dea Madre può lasciare il mondo dei vivi, per il resto è chiamata a servire la natura per decenni, secoli a volte. L’amore di strega è speciale perché anch’esso eterno. Una strega non s’innamora che una sola volta nella vita, e poi è legata per sempre all’anima dell’uomo a cui ha donato il cuore… per questo, ogni anno, nella notte di Samhain, quando il divario fra il mondo dei vivi e quelli dei morti si fa più sottile, compio il rituale per rivedere il mio marito defunto.
“Ricorda, ragazza, l’amore di strega è ciò che di più duraturo esista al mondo, varca confini invalicabili, e si protrae per tempi che i comuni mortali faticano a concepire. Solo in una strega risiede il vero spirito di ciò che noi chiamiamo Amore.”
sabato 24 ottobre 2009

PostHeaderIcon Tyrsek, la bussola del cielo IV

Eccovi la parte quarta di questo racconto a puntate. Siccome ormai del Tyrsek si discute poco, mi piacerebbe rinominarlo... se avete delle idee fatevi avanti :)


L’incantesimo di scambio aveva sortito il giusto effetto. Ora la pietra bianca giaceva apparentemente innocua sopra l’altare, mentre l’oggetto, liberato dalle maledizioni poste a difesa del tempio, era posato sui cerchi d’onice. Si trattava di una rosa di cristallo, con uno stelo adamantino irto di spine, e i petali vorticanti quasi fossero liquidi. Dalle spine stillavano piccole gocce rossastre che appena toccavano terra si diradavano in volute di fumo. I due viaggiatori esitavano a prendere la rosa, ben consci dei suoi poteri oscuri.
Keren’hir non è sempre stato un pianeta disabitato. Dapprima era un continuo di selve e savane, in cui si svilupparono esseri simili a rettili, enormi serpenti pieni di aculei e talvolta provvisti di ali membranose. Nella loro evoluzione presero ad adorare –o quantomeno a proteggere- l’unico roseto del pianeta, cresciuto esattamente nella congiunzione astrale delle nove lune nere, sotto la splendente Deneb. Nei suoi pressi non vi erano fonti d’acqua, perciò produceva solo una rosa l’anno, delle più belle, ogni volta di un colore diverso. I rettili erano usi definire i periodi della loro storia con il nome della varietà di rose nata quell’anno. Quindi vi furono le dodici guerre della rosa tea, e la lunga Pace della rosa blu, durata addirittura tre cicli. Finché non venne l’era della rosa rossa, l’Immortale, e vi fu morte per ogni cosa. La rosa si nutriva della linfa delle piante del pianeta, e i rettili, non trovando cibo, presero a divorarsi fra loro. Quando la terra diventò un deserto di desolazione, semicosparso di alberi secchi e sterpaglie che si polverizzavano ad ogni minima folata di vento, l’Immortale era l’unica pianta rimasta. I pochi rettili superstiti tentarono l’impossibile, ruppero il culto che avevano proclamato per intere generazioni. Attaccarono la rosa in piccoli gruppi, per nutrirsi della linfa vitale che essa serbava in sé e per distruggerla, ma nessuna sortita uscì vittoriosa. Appena i rettili si avvicinavano al rovo, perivano inspiegabilmente, e la rosa diventava pian piano più grande, e più fatalmente bella.
Gli abitanti di Keren’hir entrarono nella disperazione; decimati, comprendevano la loro inevitabile fine. D’altro canto, la rosa divorava anche i clan più lontani –e le fu facile, perché Keren’hir è un pianeta di piccole dimensioni-, mai sazia nella sua sete di sangue. Perché era di ciò che si nutriva: le sue vittime morivano dissanguate dall’interno, quasi prosciugate e senza lasciare segni visibili delle cause, se non i loro corpi pallidi e flosci; mentre lei gioiva nell’immergersi in quel liquido scuro.
Nelle ere successive, la fine di Keren’hir fu nota anche ai pianeti vicini. Si sa che, nell’immensità dello spazio, le informazioni, così come la luce, faticano a propagarsi. Quando alcuni stregoni sopraggiunsero per salvare il pianeta, ormai non vi era più speranza. Protetti da sortilegi oscuri, sigillarono il potere dell’Immortale per evitare che allungasse le sue dita bramose sulle altre popolazioni, recidendo il rovo che la proteggeva e posandola su un altare d’ebano. Occultarono l’altare e maledissero il pianeta: se su Keren’hir non ci poteva essere più vita, allora nessun’altro avrebbe dovuto percorrere quei territori, né tentare di recuperare colei che definirono la Rosa di Sangue.
Così narrano le leggende, ma mai fino ad allora qualcuno aveva creduto all’esistenza di tale abominio, seppure evitavano di sostare sul pianeta, e chiamavano la desolazione di Keren’hir un semplice scherzo del destino.
Il Veggente raccolse la rosa con la mano coperta dal guanto. Se la sottometteva al suo volere, avrebbe potuto distruggere un intero esercito in pochi minuti, osservando la scena da lontano. Ma non era quello il suo scopo, e la rosa doveva rimanere sigillata per altro tempo ancora. “Su, Kendra, torniamo a casa.” disse, dirigendosi verso un sentiero che conduceva a nord.

“Si è chiuso!” disse Kendra, sconvolta. Non smetteva di voltarsi intorno alla ricerca di qualcosa. “Non è possibile…” riprese la donna. Il Veggente la interruppe: “Calmati, sarà pure da qualche parte. Forse nel terremoto si è spostato.” Ma Kendra non ascoltò le parole dell’uomo. Si era fermata sulla soglia di un precipizio, e guardava l’abisso con occhi terrorizzati. “Ah, bene.” Disse il Veggente, raggiungendola.
Nel baratro riluceva un ovale ceruleo, dai contorni poco definiti, sospeso a mezz’aria: un varco spazio-temporale. Il principio su cui si basava per funzionare era semplice, connubio fra scienza e magia, al suo interno annullava il tempo e lo spazio permettendo agli uomini di spostarsi per lunghe distanze. Una volta entrati nel varco era necessario visualizzare la destinazione, altrimenti sarebbe stato come passare da una porta che ti riconduce alla stessa stanza. Per i novizi ciò avveniva spesso, perché le visualizzazioni non erano ancora abbastanza potenti, ma il meccanismo di per sé difficilmente falliva. Quindi erano stati creati diversi varchi, alcuni perenni, altri con una determinata durata, altri ancora che duravano solo il tempo di un viaggio.
La preoccupazione della donna era dovuta ai suoi problemi di visualizzazione, e anche al fatto che aveva un solo tentativo a disposizione. “Andiamo in due” disse il Veggente. Kendra lo guardò, confortandosi alla vista del suo volto deciso. Si presero per mano, arretrarono di qualche passo, e poi si lanciarono nel vuoto.
Kendra chiuse gli occhi e strinse forte la mano del compagno, incurante delle ferite. La caduta sembrava infinita, un attimo che dura un’eternità. I mantelli volteggiavano sopra le loro teste in una danza di onde. L’impatto con la barriera del varco fu come scivolare su uno spesso strato di bolle. “Ti prego, ti prego, ti prego…” bisbigliò la donna, prima di sentire il suo corpo toccare il pavimento freddo.
venerdì 23 ottobre 2009

PostHeaderIcon Tyrsek, la bussola del cielo III



Ecco a voi il terzo episodio ;D











“Hai ancora intenzione di recuperare… quel coso?” disse Kendra, appena raggiunse il suo compagno. “Le tue parole sono sempre fuori luogo. Ebbene sì, credo non abbiamo scelta.” Rispose il Veggente, in un sospiro gravoso. “Fammi vedere le mani” aggiunse poi.
La donna mostrò i palmi insanguinati, distogliendo lo sguardo. La pelle era aperta in più punti, coperta da strati di sangue rappreso, mentre filamenti rossastri si erano seccati nelle venature del palmo. Della pelle ambrata della donna si vedeva ben poco. Il Veggente estrasse dalla sacca una borraccia d’acqua, semivuota. “Ma sei pazzo? Qui non c’è nemmeno una fonte, niente, e tu vuoi sprecare gli ultimi sorsi così? In fondo non sono gravi.” Sbottò Kendra, ritirando le mani dalla sua presa. Il suo spirito di contraddizione si faceva vedere anche qui, nonostante tutte le difficoltà il suo carattere scontroso e lunatico non era ancora sopito. In fondo era una buona donna, e un’ottima Vestale. Se non fosse stato per questo, l’uomo non l’avrebbe mai scelta come alleata.
“Eravamo d’accordo che avrei deciso io. Se non ti lasci curare le ferite si infetteranno, e allora diventerà veramente inutile proseguire.” Quindi la donna si mostrò più accondiscendente; non voleva farsi sottomettere, ma al contempo comprendeva la gravità della situazione. Il Veggente sfruttò il minimo d’acqua per lavare il sangue rappreso, poi strappò alcune strisce dal mantello già logoro di Kendra, e coprì le ferite.
Mentre si accingevano a riprendere il cammino per avvicinarsi nuovamente al tempio, Kendra si decise a parlare. “Signore, dovrei dirvi una cosa.” Mormorò, più gentile del normale. “Parla” rispose l’altro. “Durante il terremoto, quando mi arrampicavo… io… ecco… mi è caduto il Tyrsek. Però l’ho recuperato subito, adesso è con me.” E così dicendo estrasse l’oggetto dalla bisaccia. “Solo che non sono in grado di verificare se sia ancora intatto.” Aggiunse, preoccupata sia per il manufatto prezioso che per la reazione del compagno. Il Veggente rimase impassibile; muto, prese il Tyrsek dalle mani della donna e aprì lo scomparto nascosto. Numerose venature estranee intaccavano la pellicola grigiastra. Lo puntò al cielo. Comparirono alcuni punti, qualche scritta, ma nello schermo erano evidenti i vuoti enormi nelle prossimità dei graffi. “Si è rotto.” Constatò il Veggente, atono, senza manifestare rabbia o rammarico. “Mancano numerose stelle, e i pianeti sono invisibili. Però non tutto è andato a male. Ringrazia il fato se con le mie conoscenze astronomiche riusciremo lo stesso a capirci qualcosa.” E così riprese a camminare, attento ad aggirare gli abissi e i sentieri pericolosi. Non restituì la bussola celeste, bensì la tenne stretta nella mano avvolta da uno spesso guanto di pelle. Non aveva mostrato la sua collera per il semplice fatto che sarebbe stato del tutto inutile, in una situazione così era ovvio cercare di evitare ogni minima discussione, e quindi andare avanti verso la meta in ogni caso.
Raggiunsero nuovamente l’altare. Restarono alcuni secondi a contemplarlo: pareva invitarli a fare un altro passo falso, un altro ancora, così da poter porre fine alle loro vite. Ma i viandanti non si sarebbero arresi così presto. “Che facciamo?” chiese Kendra. “Sinceramente, non lo so” e così il Veggente si sedette sulla terra brulla, entrando in meditazione.
“Ti sembra questo il momento per dormire?” disse la donna dopo un po’, guardandolo di sottecchi. “Forse è ora che cominci a calmarti, signorina. Fino adesso ho tollerato il tuo comportamento, ma a quanto pare non ti sei accorta che per tutto il tempo sei stata d’intralcio. Ora, fa qualcosa di utile. Fammi vedere che hai portato con te.” Gli rispose a tono l’uomo.
Kendra obbedì. Svuotò di malagrazia il contenuto della borsa: una sacca di tela che conteneva il cibo, due borracce d’acqua e una più piccola contenente un liquido dai poteri curativi, un grimaldello, quattro cerchi di onice di diverse dimensioni e una pietra bianca levigata di dubbio uso. Il Veggente prese questi ultimi, e li osservò nella scarsa luce riflessa dagli smeraldi. Era un sortilegio comune, spesso influenzato dal Sacerdote che imponeva l’incantesimo, che quasi certamente non avrebbe funzionato. Ma ormai era agli sgoccioli, e anche la sola speranza di una riuscita era capace di rianimarlo. Quindi posò i quattro cerchi uno all’interno dell’altro, esattamente di fronte all’altare. Poggiò la pietra sopra di essi e attese. I cerchi levitarono lentamente, assorbendo la luce rossastra emanata dal piccolo tempio, trascinando con sé anche la pietra. Questa prese a brillare lievemente, per poi mandare una luce tale da impedirne la vista. I bagliori erano vermigli con sfumature bianche, e scendeva lentamente, tanto che sembrò che i cerchi si stessero pian piano riportando a terra. Tutto tornò come prima, tranne che al posto della pietra adesso giaceva qualcos’altro… “Visto che dei miei sortilegi non si può mai dubitare?” esclamò Kendra, sentendosi finalmente riscattata.
giovedì 22 ottobre 2009

PostHeaderIcon Tyrsek, la bussola del cielo II



Ora di supplenza. Non so che cosa fare. Ripenso al contest, ai commenti al mio racconto. Una pecca: manca di azione.
...And
what if...?








Una luce li travolse. Furono scaraventati pochi metri più in là, mentre il tremore che scuoteva il pianeta si faceva sempre più insistente. I due si guardarono intorno spaesati. L’altare era circondato da un bagliore rossastro, che impediva loro di vedere l’oggetto posto al suo interno. Il panno di seta giaceva scuro sulla rena, e veniva pian piano sommerso dai granelli di sabbia scossi da quel terremoto perenne. “C’è qualcosa che non va” mormorò il Veggente con voce spezzata. Stare in piedi era impossibile, il tutto tremava costantemente. Solo l’altare rimaneva immobile nel suo tenue splendore.
Gli attimi trascorrevano densi, e le menti dei viaggiatori correvano veloci alla ricerca di una via d’uscita. Per un istante il tremore cessò, e i due ebbero il tempo di rialzarsi. Il silenzio regnava sovrano, nascondendo qualcosa in agguato.
All’improvviso le dune parvero rinchiudersi su sé stesse, attirate da una forza oscura, mentre la sabbia veniva aspirata in profondità. La terra ricominciò a tremare, e dalle voragini s’innalzarono alture di smeraldo puro e tetro, dalla forma di piramidi capovolte, con numerosi spuntoni ai lati. I viandanti vennero risucchiati verso i gorghi, ma riuscirono comunque a inerpicarsi sulle colonne di pietra. I bordi erano taglienti, e le superfici lisce e levigate. Un solo passo falso e avrebbero potuto ricadere nell’abisso in continuo movimento, che adesso scorreva come fiume verso le fenditure apertesi nel terreno.
Kendra respirava a scatti, il petto che si alzava irregolare. Mai nella sua vita aveva immaginato un luogo così irreale, quasi fantastico, eppure adesso le si presentava così, nella sua più struggente e fatale bellezza. Afferrava gli appigli che trovava, incurante del tagli alle mani che avevano preso a sanguinare copiosamente. Il mantello le si impigliò su una sporgenza appuntita. Fece per liberarsi, ma la stoffa si aprì in un lungo squarcio, lasciando scivolare un oggetto appeso a una sottile catenina dorata.
La donna proruppe in un grido. La loro ultima speranza di ritrovare la via era svanita, se l’era fatta sfuggire dalle mani… ma forse non tutto era perduto. Un lieve luccichio proveniva da qualche metro più in basso. Kendra cominciò la discesa e riafferrò il Tyrsek. Non aveva tempo per controllare se fosse ancora intatto, così lo cacciò nella sacca che portava a tracolla e riprese la sua dura inerpicata.
Il Veggente attendeva sulla cima dell’altura che gli aveva quasi salvato la vita. Si trattava di un quadrato liscio, di un verde bottiglia che non rifletteva nulla. Il terremoto si stava lentamente calmando. L’uomo di guardò intorno, supplicando mentalmente Keren’hir di lasciarli andare: in fondo, erano solo profughi alla ricerca di un bene perduto; sì, certo, i loro scopi non erano dei più puri, ma forse meritavano ancora una possibilità per riscattarsi.
Da quell’altezza aveva un’ottima visuale della distruzione che lo circondava. Non v’era più nemmeno il ricordo di quel manto fosforescente che era stato Keren’hir. Gli smeraldi enormi troneggiavano cupi sul paesaggio. Nel fondo, fra gli stretti sentieri che distanziavano le alture, vi erano numerose crepe e baratri che impedivano il passaggio. Lontano, si intravedeva, velato, l’altare, immutato. Sulla sua destra scorse la sua compagna, anche lei ferma a osservare i dintorni, intenta a metà della scalata. Le fece cenno di cominciare a scendere, e lei rispose con un deciso cenno del capo.
Entrambi erano all’oscuro delle motivazioni di tutto ciò. Cosa era accaduto? Ma, soprattutto, perché? Il pianeta stava forse giocando con loro? Se era davvero così, allora li aspettava il gioco più duro che avessero mai intrapreso nella loro breve vita. Solo una cosa era certa: la caccia era ricominciata.
martedì 20 ottobre 2009

PostHeaderIcon Ho bisogno di una storia


Stamattina a scuola si entra alle nove e un quarto. Mia madre mi accompagna con un discreto anticipo, quindi aspettiamo un po’ di minuti in macchina ascoltando il cd di Yanni. Sul marciapiede al mio fianco passa una persona a minuto, a volte due. Sono di mezza età, e mi viene da pensare che con le tre scuole superiori tutte affiancate sulla strada probabilmente siano tutti prof. C’è anche una donna, che cammina con passo aggraziato, e noto la strana bombetta cilindrica che porta sulle ventitré, nera e tutta in feltro. Cavolo, la vorrei avere anch’io.

Scendo e mi unisco agli altri. La mia scuola ha un’entrata misera, con il soffitto così basso che i più alti devono abbassare la testa per non sbattere. L’intonaco scrostato, il marciapiede in frantumi. Nel lungo e angusto porticato, ragazzi che fumano fra una lunga fila di motorini.

I miei compagni prendono una strada sulla destra: da lì si arriva al retro della ragioneria, dove fra gli alti muri austeri trovi le solite scritte oscene. Parlano, gridano, canticchiano motivetti da spot pubblicitari. E lì, su una panchina verde scuro, di quelle che si trovano nei parchi, c’è lei.

Di solito non faccio caso agli sconosciuti che mi attorniano, distolgo lo sguardo dai brutti elementi, evito i luoghi affollati perché mi mettono in soggezione. O meglio, faccio caso solo a chi m’interessa e m’ispira qualcosa. Ma lei è diversa, lo sento.
Ha accavallato le gambe, e ora legge un plico di fogli bianchissimi intrisi di scritte, tenuto insieme da una di quelle spirali che ti mettono nelle copisterie. Ha dei guanti di un rosa antico, che stringono decisi i fogli e fanno scorrere le dita sulla carta. Degli
stivali neri che arrivano fin sotto al ginocchio, e un paltò che fa molto retrò, dello stesso materiale della bombetta. Una borsa verde a tracolla, che poggia semifloscia sulla panchina. I capelli sono verdastri, o almeno così vedono i miei occhi. È un colore indefinito, che manifesta superiorità, nei boccoli poco curati e forse crespi. Non saprei dire quanti anni ha, ma sono rimasta a fissarla tutto il tempo, prima che lei si alzi e si diriga elegantemente verso l’entrata posteriore della ragioneria. È strano come nello squallore sia lo stesso perfetta, quella perfezione figlia della saggezza, dove le parole fanno scudo al progresso. Ho pensato che in un lontano futuro avrei potuto essere come lei, sicura, inattaccabile. Ho anche pensato che un disperato bisogno di rincontrarla, forse solo per guardarla più a lungo.
Quali misteri può nascondere una donna così?


Dieci punti e il mio sorriso per chi mi offre lo spunto più convincente :D
P.S.: vi avrei messo una foto dell'entrata della scuola, o 'di quei paraggi là', ma sono stati così gentili da non inserirla sul sito :) ...inoltre nei link ci sono delle immagini che si avvicinano alla descrizione, diciamo per rendere più l'idea.
giovedì 15 ottobre 2009

PostHeaderIcon Tyrsek, la bussola del cielo



Questo è il racconto che ho proposto per la prima fase del contest della Ragazza Drago, organizzato attraverso i commenti da noi fans :)


Due figure ammantate procedevano lente fra le dune del deserto. I loro corpi erano leggermente piegati, e il vento sferzava il loro viso. Flebili orme segnavano il loro percorso, subito cancellato dalla sabbia depositata dall’aria gelida. La volta celeste era buia come l’oceano invernale, l’orizzonte ornato da curvi cumuli di rena, appena distinguibili nella tempesta. I granelli scintillavano, nonostante non ci fosse nessuna fonte di luce, di un verde fosforescente. Tutto il paesaggio riluceva di quei colori spettrali e al contempo mistici.
E le due ombre, macchie indefinite nella desolazione, proseguivano imperterrite.
“Keren’hir non è mai stata così spenta…” bisbigliò uno dei viaggiatori, con una soave voce femminile coperta dal mantello avvolto attorno alla bocca. “Ma, guarda, la rena splende ancora.” Rispose l’altro, con lo stesso tono sommesso, appena udibile. Erano uomo e donna, i due viandanti sperduti.
“Sei ancora sicuro che funzioni? Sono giorni che camminiamo, e il tempio non è ancora in vista.” Riprese la donna.
“A volte sottovaluti con chi hai a che fare, Kendra. Non è ciò che sembra. O, almeno, Keren’hir non lo è.” L’uomo fece un gesto di stizza, ma non aggiunse altro.
“Stai forse insinuando che il tempio sia sotto i nostri piedi, o, peggio ancora, a un palmo dalle nostre mani? E noi non siamo capaci di vederlo perché questo stupido pianeta non ce lo permette?” Infuriata, l’ombra di nome Kendra accelerò il passo, come se il vento la stesse inseguendo rabbioso.
“Prova a farti accettare, e forse anche le stelle torneranno a splendere. Oggi è buio. Non vedo nemmeno le nove lune nere…” e l’uomo alzò lo sguardo al cielo, assorto, dimentico delle folate che si abbattevano violente sul suo volto.
“E lo capisco, che non le vedi, Veggente, con questa oscurità sarebbe impossibile riconoscere qualcosa a un palmo dal mio naso, figurati le tue lune tenebrose a cui piace tanto giocare a nascondino…” quindi la donna proruppe in una breve risata acuta, zittita subito dal suo compagno. “Taci, idiota.” Lei lo guardò irritata. “Pensa piuttosto a controllare il Tyrsek.” Più parlava, più il tono del Veggente si faceva distaccato. Ormai i due non camminavano più.
“Sì, Signore.” Rispose Kendra, questa volta sottomissiva, prendendo da sotto il mantello qualcosa dai riflessi dorati. Si trattava di un oggetto piatto, dallo spessore di due centimetri circa, caratterizzato da un semicerchio d’oro inciso di rune lucenti. Al suo interno un cerchio blu scuro, punteggiato di brillanti. La donna fece scorrere il disco verso sinistra, mostrando un pannello nascosto, una pellicola quasi trasparente sui toni del grigio. Lo puntò verso l’alto. Attraverso il piccolo schermo, invece di scorgervi il cielo scuro, si accesero numerosi puntini aurei, bianchi e luminosi, con varie sfumature di diversi colori. Affianco ad ogni punto, si stavano formando minute scritte, che come nastri d’oro si intersecavano a formare nomi e coordinate di stelle e pianeti.
“Veggente…” ma la donna non seppe proseguire, la voce repressa da un gemito compiaciuto.
“Siamo sotto Deneb, non è così?” proseguì al suo posto l’uomo, accennando a un sorriso da sotto il cappuccio. “Allora credo che il tempio stia solo aspettando il momento giusto per mostrarsi.” E così dicendo si sedette fra la sabbia, come aspettando qualcosa, e dando l’impressione che ciò che attendeva si sarebbe fatto desiderare per molto tempo ancora.
Kendra si era addormentata quando ormai le prime stelle illuminarono il cielo, schiarendo di poco il buio circostante. “Svegliati, Kendra.” Disse il Veggente, scuotendola. Era rimasto seduto a gambe incrociate, in meditazione. “Keren’hir ci ha finalmente accettati.”
La donna aprì gli occhi giusto quando un nastro d’oscurità scese da una luna nera e avvolse le dune verdi che li circondavano, prendendo la forma di un altare d’ebano, scarno e privo di decorazioni, sulla cui cima sostava un oggetto ricoperto da un panno, nero anch’esso.
Le due figure si alzarono lentamente, accelerarono il respiro, stupite. La terra vibrava leggermente sotto i loro piedi, alzando cumuli di sabbia. Il Veggente scostò lentamente il drappo di seta…
domenica 11 ottobre 2009

PostHeaderIcon Il Riflesso del Lago

Mia sorella: perchè non scrivi una favola? Come Andersen o i fratelli Grimm???
Io: cosa? Ma è roba per bambini.
Mia sorella: ti pregooo...!
Io: vabbè poi vedo...
Ieri sera le ho mostrato la bozza della favola, le è piaciuta tantissimo... solo che mi ha fatto cambiare il finale: voleva il lieto fine :)


Anni orsono, alle belle bimbe vanitose e presuntuose, si soleva raccontare una fiaba che narrava di una principessa e di un umile scudiero.
L’uomo passava sere intere ad ammirare la principessa che si specchiava nelle acque del lago che delimitava il castello, affacciata dalla minuta finestra della sua stanza. Ogni sera, mentre spazzava l’atrio antistante la scuderia, volgeva gli occhi all’apertura sulla torre più alta, aspettando che la sua bella facesse la sua comparsa. I boccoli dorati della principessa rilucevano dello stesso splendore della luna, e come sua figlia il suo riflesso compariva accanto alla romantica falce nelle scure acque del lago.
Lo scudiero era a conoscenza dei capricci della ragazza, del suo umore mutevole, e, appoggiato all’asta di legno del rastrello, rimuginava su come poterla conquistare. Solo la perfezione meritava una donna così eterea, solo una rosa senza spine poteva sfiorarle il volto… e fu di quest’ultima che partì alla ricerca lo scudiero disperato. Chiese al giardiniere del re il permesso di visitare i vasti roseti del castello, e di indicargli le piante più belle e perfette. Fra esse, un pomeriggio di tarda primavera, scorse un piccolo bocciolo che si affacciava timido fra i rovi: coperto dalle sue sorelle già sbocciate e quasi sfiorite, appariva giovane e indifeso. I fiori più belli sono quelli che impiegano più tempo a fiorire, e così quel bocciolo si era preso una primavera intera per crescere sull’unico stelo privo di spine dell’intero giardino. Del rosso di un tramonto estivo, chiedeva, ambiva, ad essere colto solo per la donna più incantevole. Lo scudiero prese le forbici che gli tendeva il giardiniere del re, e recise quello stelo sottile con la massima cura. I rovi gli avevano provocato numerosi graffi sulle mani e sulle braccia, ma il sacrificio era nullo per un dono simile.
Quella sera, quando la principessa si affacciò alla finestra, sul davanzale c’era qualcosa ad attenderla. Una rosa, bellissima e senza spine, con i petali più morbidi e delicati della pelle di un neonato o della seta più fine. La principessa la prese fra le mani, ne carezzò le forme, per poi lasciarla cadere con un sorriso triste nel lago sottostante. Non una rosa poteva conquistare la più bella.
Lo scudiero si sentì il cuore trafitto da quel sorriso, ma non desistette. Una rosa prima o poi muore, la mia amata ha bisogno di qualcosa che duri in eterno, pensava fra sé.
La mattina dopo andò a far visita alla sarta di corte, colei che tesseva gli abiti migliori della contea e, se possibile, con le sue creazioni rendeva la principessa ancora più bella. Le chiese un abito color della sera, in cui si sarebbero specchiati tutti i giochi di luce del lago leggermente increspato nelle notti di luna piena. La sarta accettò quel difficile compito, perché era una donna buona di cuore che soleva aiutare gli innamorati. Quando l’abito fu pronto, fu lei stessa a portarlo nella stanza della principessa, come dono da parte di un ammiratore. La ragazza guardò l’abito, ne saggiò la fattura. Non ne aveva mai visti di migliori, e il tessuto le scorreva fra le dita come acqua di ruscello, liscio e fresco al tatto. A ogni movimento, la stoffa blu notte mandava bagliori argentati e riluceva di luce riflessa. Ma la principessa, sola nella sua stanza, non indossò l’abito, ma si affacciò alla finestra e lo fece scivolare con un sorriso triste fra le acque del lago, dove si confuse fra le profondità marine. Non un abito poteva conquistare la più bella.
Lo scudiero si sentì il cuore trafitto da quel sorriso, ma non desistette. Cosa poteva rendere felice la sua amata? Cosa poteva, quindi, renderla gentile e più propensa nei suoi confronti? Se la bellezza altrui non riusciva a scalfire il suo animo, allora sarà lei stessa ad appagarla, pensava fra sé.
Il giorno successivo, lo scudiero scese giù al villaggio, e si recò dall’artigiano più rinomato del paese. Egli costruiva oggetti dal dubbio uso e dall’incontestabile magnificenza. Fra essi, scorse uno specchio che rifletteva in ogni particolare l’ambiente circostante. Era piccolo e dotato di un manico sottile e intarsiato da filamenti d’oro. Lo comprò e lo portò al castello.
Quella sera, un altro dono attendeva la principessa. Si era ormai fatto inverno, e una folta pelliccia ricopriva le sue spalle quando si affacciò alla finestra. Sul davanzale c’era lo specchio. Lo prese, si specchiò, e una dolce lacrima amara le scese sulla guancia, seguita poi da molte altre. Gettò anche il terzo dono nel lago, che lo inghiottì sordo appena l’oggetto sfiorò la sua superficie. La donna chiuse i battenti della finestra e tirò la tenda, per nascondere a occhi indiscreti il suo pianto. Non lei stessa, non lei stessa era capace di conquistare la più bella.
Lo scudiero si sentì triste, partecipe di quel dolore oscuro, e ogni sua fatica sparì alla vista della sua bella in lacrime. Possibile che il suo gesto d’amore le avesse ricordato tristi giorni passati? Possibile che fosse egli stesso creatore di quella disperazione?
Nei giorni a seguire la principessa non tornò più alla finestra. Ogni sera lo scudiero l’attendeva, e ogni sera attendeva invano.
Ma una notte una figura incappucciata prese parte all’immutabile paesaggio del lago: l’acqua, la luna e lo scudiero furono interrotti dal loro malinconico e muto scambio di sguardi. La principessa si era riaffacciata, era tornata a far parte del quadro. Gocce trasparenti le rigavano il volto, quando con un balzo leggero si buttò nell’acqua del lago. Il suo volo fu lento come la discesa di un cigno, e l’impatto del suo corpo non fece alcun suono. Nel timido freddo invernale si era formata una sottile lastra di ghiaccio, che dalle rive si propagava in tutto il lago come le venature delle foglie di quercia, per poi perdersi nelle gelide profondità lacustri, dove il corpo della principessa affondava lento e bianco come un lenzuolo, inghiottito dalla voracità del lago. Il suoi occhi erano aperti, ma sereni nell’ultimo addio, le labbra aperte in un sorriso triste. Neanche l’uomo che aveva assistito alla scena proferì verbo, ma corse verso la riva per gettarsi anche lui dietro la sua amata. Quando riemerse, stringeva un corpo inerte fra le braccia. Posò la principessa sull’erba verde e umida del prato, e nella notte pianse e gridò il suo dolore, di amante disperato, di amante mai amato.

Se c’era una cosa che lo scudiero non aveva compreso, era che la stessa bellezza a volte è fautrice del male: la principessa odiava la sua perfezione in quanto tale, perché era una donna saggia che cercava all’interno i doni del fato. Quando lo scudiero gli regalò la rosa, ne ebbe la prima conferma. Quando ricevette l’abito, ebbe la seconda conferma. Lo specchio fu ciò che la fece sentire peggio. Nella sua vita non aveva mai voluto superfici riflettenti nella sua stanza, per paura di vedere un corpo che non voleva come suo. La notte si specchiava nel lago perché l’acqua increspata deformava le sue fattezze, e al contempo rifletteva il suo animo vero: frutto di un incantesimo di una fata del bosco, regalo per il suo decimo compleanno, era l’unica cosa che le rimaneva di caro al mondo. Nella solitudine dei giorni che seguirono, trovò pace: decise di liberarsi della sua bellezza, perché solo così, per lei, ci sarebbe stata consolazione, e la sua anima avrebbe vagato finalmente libera da quel sgradito fardello. Dietro alla sua morte, però, c’era un dispiacere: le portava tristezza non poter più vedere quel giovane uomo che, ogni sera, per anni, l’aveva ammirata dalle sponde del lago…
Fu questo ciò che raccontò la principessa allo scudiero, quella sera stessa, davanti al piacevole calore di un camino acceso. L’amore aveva battuto ancora una volta il mistero della morte, riportando indietro la principessa per darle la possibilità di ricongiungersi al suo amato.

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