sabato 6 ottobre 2012

PostHeaderIcon Finestre di periferia

Dalla finestra della mia camera si vede il cielo, fra qualche sparuto albero e nessun palazzo ad oscurare la vista. Per quello squarcio Ottobre è un mese speciale: di notte riesci a seguire il percorso della luna fino a dopo mezzanotte, e al mattino il sole infuocato si lascia guardare, basso all’orizzonte, con i raggi che picchiettano di rosso la trapunta.

In questo mese lascio sempre le tende spalancate. In questo mese mi addormento assieme alla luna che naviga e scorre un poco più in là, dopo avermi fatto compagnia per ore, e mi sveglio all’alba con un altro cielo a riscaldarmi i pensieri.

White Flowers

 

Preziosi ritagli carezzano cornici di pallido giglio –

Si affacciano nel grigiore alte lune

e bassi fuochi fra albe e notturni;

nel tempo ove i riverberi occludono la vista

alle stelle ed ai venti, le loro fanti

si tramutano in porta-voci di luce.

 

Le alte lune restano capricciose, sospese,

sorridono a falci ombrose di mezza-notte

negli archi d’Ottobre, nella criptica sera.

I bassi fuochi, spiaggiati su colline senza contorni,

gote vitree abbracciate da palmi arrossati,

sfumano fra meteore e strisce di cenere bigia.

 

 

mercoledì 28 marzo 2012

PostHeaderIcon Venetian Snares

 

Ci provo. Ogni tanto il tentativo fa bene. Dovrebbe stabilire il primo passo verso un cambiamento, verso un “poi” indefinito. Inserisce uno specchio a metà strada, così da mostrarti le aspettative future, i crocicchi, gli scontri. Magari riesci anche a scorgere dietro di te, come in uno specchietto retrovisore, l’impatto che ti sta per travolgere.

Ma per ora spero di non avere nessun impatto. Nessun incidente, come non ce ne sono stati da Settembre finora. Ricordate i miei sogni conclusi/reclusi, la mia prigionia? Il mio tentativo è quello di mostrarvi parte delle mie carceri, ora, qui – subito. Non so quanto possa interessarvi, tuttavia…

Ho riletto le mie introduzioni ai racconti. Quegli spezzoni in cui raccontavo un po’ di me, un po’ del tempo, un po’ dei granelli di sabbia e polvere che imperlavano i miei occhi umidi. Forse per capire se c’è stato il cambiamento in cui credevo, forse per girarmi verso lo specchio passato a salutarlo con un sorriso, così da lasciare alla mia “me” passata un segnale: gli angoli della mia bocca sollevati, il piercing che lancia un bagliore consolatorio, tutto per dirle di non preoccuparsi, di andare avanti, che le aspettative future non sono tanto male.

Forse la mia “me” passata, se non fosse stata troppo distratta, avrebbe percorso tutta quella strada con un peso in meno sul cuore.

A dire il vero, non sono cambiata poi molto. Ancora ho dubbi sulla mia scrittura, che relego soprattutto in noiosi temi scolastici (chissà, potrei postare anche quelli, sono sicura che metà popolazione liceale ne usufruirebbe senza esitazione), ancora mi sento una straniera proveniente dalla terra dei sogni. Quella frase di D’Annunzio è tatuata lettera per lettera sul mio cuore, solo in attesa di trovare il punto giusto – e il momento giusto – per incidersi sulla mia pelle e rendersi visibile al mondo.

Allo stesso tempo, Marble Walls resta una delle mie tre canzoni preferite – e che mi descrivono, in una maniera o nell’altra. Preceduta solo da Acoustic Funeral (For Love In Limbo) degli HIM e Das Schweigen dei Lacrimosa. Sento un paio di brividi percorrermi la pelle come una folata di vento inaspettata: fa strano accorgersi che, mentre il mondo vorticava senza sosta, io sia rimasta sempre me stessa. Con qualche briciolo di senno in più, si spera, qualche goccio di tonalità mutata nella schiera delle mie emozioni. Tutto che converge però in un’unica sostanza: il sogno, l’arte, l’arte del sogno.

Ho tentato di portare avanti una trama. La trama c’è. Il tempo per scrivere, lo stile giusto, il qualcosa che mi dovrebbe spingere a farlo… mancano. Può darsi che quel tic-tac dell’orologio mi sfugga proprio in questi anni (sì, perché ormai si tratta di anni), che passo relegata nel Sogno: le sabbie delle mie clessidre vanno a formare i fondali marini, intanto che a me resta solo il ricordo del loro timido rumore, quando, quasi impercettibilmente, defluiscono lungo i loro calici invetriati di colori preziosi. Guardare lo scorrere del tempo, direbbe Murakami, dà la stessa sensazione del fissare a lungo una boccia di pesci rossi. Non ti stanchi mai.

In ogni caso sto per postarvi un racconto. Ancora non sono del tutto in grado di divagare sulla mia vita senza lasciarvi con qualcosa di più concreto. Rileggendolo, penso che sotto certi aspetti riflette il mio rapporto con la scrittura, con le idee fantasiose che mi attraversano la mente e che, per sfortunate coincidenze, non riescono a raggiungere la carta con la stessa lucidità o rapidità.

Ma… sapete una cosa? Credo che un giorno riuscirò a scrivere, a farlo davvero. Devo solo essere paziente con me stessa, come lo sono sempre stata.

Intanto leggo tanto, tantissimo, nel limite delle mie possibilità, e mi perdo nell’arte (che include anche lo studio scolastico, sebbene non tutti potrebbero essere d’accordo su questo punto). Potrei definirlo il mio modo di guardare lo scorrere del tempo. Il mio modo per illudermi di essere in una crisalide che presto si schiuderà per dar voce alla sua arte, stavolta senza nessuno a fermarla o a reprimerla. Tutto questo rientra nella mia Dreamland, e i miei nuovi sogni incompiuti si riconducono a questo: aspettare che dalla crisalide spunti una feritoia per la Realtà.

Due piccole premesse: avrete forse notato che il mio blog sta avendo problemi di grafica non indifferenti. Bene, l’unico modo per risolverli sembra, al momento, cambiare del tutto il template. Sono tanto affezionata a quello attuale che, per il momento, preferisco tenerlo così com’è, con tutti i lividi elettronici che si porta dietro da qualche mese a questa parte. Inoltre: il personaggio di questo racconto è, indovinate un po’, una donna che vi descrissi forse più di due anni fa, in questo post. L’avevo incontrata per caso e cercavo, per lei, una storia. Ecco… finalmente l’ho trovata.

 

Fifties

Il Vento spazzava la laguna. Forte nei suoi celati intenti, smuoveva le dapprima placide acque con fare nervoso, e le intingeva di foglie ingrigite sottratte ai giardini che a tratti circondavano i canali. Un ponticello quasi sospeso, più che altro una zattera gettata a collegare due ostili rive incipriate di mattoni rossastri ricoperti di musco scrostato, si scuoteva un po’, altalenante, e pareva quasi riarso, nonostante minute onde vi si accavallassero contro e inumidissero le assi legnose, disperdendo nelle fessure più prossime i flutti, i quali, precipitando, si ricongiungevano quindi al loro oblio di agitato spettacolo burlesco. Appariva tetro e fermo come cemento crudo battuto da pioggia iraconda, mentre l’acqua alta invadeva l’acciottolato fino a sfiorare la passerella, fino a farla sembrare un’ombra riflessa dei ponti in pietra che tappezzavano i navigli.

Nell’aria, il roboante suono consunto di raffiche, brevi uragani,folate violente, intralciava ogni altro rumore, che sfogava il suo desiderio d’esistere relegandosi negli angoli più prossimi alla sua fonte. L’ombrello che si schiantava contro una inferriata dalle punte acuminate, perimetro di un condominio antiquato, veniva udito dalle lattine incastrate nella loro corsa alla base della stessa ringhiera, così che solo pattumiera e creature complici delle percosse potevano prendere parte a quei gemiti infausti. Allo stesso tempo, il resto era eco per maghi dalle doti acute, o per assassini dall’orecchio affinato. Il resto – tutto – era Vento.

Il ponticello, perciò, riservava gli schioppi del suo legno alle gocce d’acqua che lo attorniavano, e a un paio di lacci da scarpe che vi si trascinavano sopra a un andante precario. Appartenevano a una figura scura che risaltava nella scala di grigi, ben stretta nel suo cappotto lungo e imbrattato. Talvolta si vedeva costretta ad accucciarsi come un cane pestato, le ginocchia portate al mento, una mano a stringere gli abiti sul petto e l’altra calcata in testa a trattenere un cappello a bombetta. Al braccio, due manici di una capiente borsa in pelle sbatacchiavano con energia, ma resistevano, attaccati con ardore, ad accompagnare la padrona. Ella infatti si rialzava con rinnovato vigore, placato il soffio d’aria più vigoroso, e riprendeva il cammino.

Il portamento austero e vagamente fiero, più un tocco gentile nell’abbigliamento elegante, lasciavano intravedere che la strana persona, vagante terribilmente sola nella tempesta cittadina, fosse in realtà una donna di mondo. Seguendola nel suo percorso, la si vedrà raggiungere una casupola anonima dalle serrande sprangate, attraverso cui era però possibile scorgere stralci di luce dorata. I caldi bagliori trasparivano da vetri gocciolanti e opachi. La fanciulla batté fermamente la mano inguantata sull’uscio, benché tale gesto, il modo in cui s’abbandonò col fianco alla rientranza nel muro, sfioravano una incerta stanchezza dell’anima. Subito un’ombra si spostò dalle varie finestre per dirigersi ad aprirle l’ingresso.

«Oh, finalmente!» sospirò ella, poggiando capello, paltò e guanti nelle braccia tese del ragazzo che l’aveva accolta. Un camino acceso e numerose candele disperse su mobili impolverati, cassapanche e mensole dagli intarsi pittoreschi, confermarono l’incantevole atmosfera intuibile dall’esterno.

Tolti gli intralci per fronteggiare il fretto che imperversava, la donna si mostrò in tutta la sua altera bellezza: una chioma di capelli secchi e verde bottiglia era finemente tagliata un poco sopra le spalle, così da contornare un volto affilato ma fiabesco, caratterizzato da labbra rosate e gote soffici, imbiancate con soavità; occhi fulgidi si guardavano intorno. Del colore dell’erba appena falciata, erano oscurati dall’ombra di ciglia lunghe e nere, con sopra delle sopracciglia sottili leggermente aggrottate. Un semplice vestito verde scuro copriva le forme snelle e sinuose.

«Come procede?» prese la parola il giovane.

Ella rispose con fare sfinito, facendosi cadere mollemente sul divano antistante il fuoco. «Niente, nulla! È un fallimento ancora incompleto».

«Quanto manca… alla fine?» insistette lui.

«Credi che il giorno abbia una fine così prevedibile? Come se noi sapessimo i particolari della conclusione della nostra vita di sotterfugi! Così da poter rievocare anche il titolo dell’ultimo capitolo, sapendo già che esso rappresenta il triste epilogo». Era restia a parlarne, quasi l’argomento fosse l’idea di un passato inviolabile, l’idea crepata di un ricordo sgradito.

«E il resto?» proseguì il ragazzo. Il gesticolare della compagna, segno d’insofferenza, non lo intimorì, bensì decise di non curarsene. Si mise a versare del tè da una brocca fumante. Il liquido brillò ambrato nelle piccole tazze di vetro trasparente, un stillicidio rassicurante se confrontato con la pioggia scagliata contro le persiane, i rivoli che investivano i marciapiedi, l’acqua agitata dei canali.

«Il resto è pensiero, il resto è là fuori, perso nel Vento».

Quando la bevanda fu pronta, lei la sorseggiò cautamente, inebriandosi del suo profumo. Il silenzio ormai era sceso, una coltre di velluto impalpabile e gelida. Sembrò che un particolare della stanza volesse occuparsi di riempire l’attenzione dei due, con l’atteggiamento prepotente e scostante tipico degli oggetti inanimati che amavano fingersi armati di cuori. Una scrivania colma di fogli, delle penne, una macchina da scrivere, libri ammucchiati, colpevoli di pomeriggi trascorsi nella loro futile compagnia, pretendevano che sia il giovane sia la donna soffermassero lo sguardo su quell’angolo rivestito di parole non dette.

«E così» sospirò lei – una fata, ecco cos’era, una fata della notte, attenta, dispettosa, noiosa nella sua stravaganza - e rimise la tazza di maiolica blu sul tavolino rotondo. «E così», il fremito delle ciglia produsse un tremolio nell’ombra che calava sulle sue pallide guance, «anche questo manoscritto non vedrà luce».

Così come in quel crepuscolo il Vento, crudele, impediva al sole di dire addio alla sua Venezia sommersa dall’acqua.

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