martedì 26 ottobre 2010

PostHeaderIcon Sarnek.

Sarnek

Io amo quest’uomo.

E qui la meravigliosa versione colorata che ha fatto la mia amica:


mercoledì 13 ottobre 2010

PostHeaderIcon Ragazza Eroina

Come promesso.

NdA: le citazioni provengono dalla canzone “Ciao Amore Ciao” di Luigi Tenco.

Il furgone sobbalza lievemente quando incontra l’asfalto rialzato che conduce allo spiazzo riservato al circo. È sembrato un piccolo gradino, come di quelli che i leoni salgono per arrivare sul piedistallo, invogliati dalla frusta nera e lucente del domatore, un segno, una salita che ogni volta ci avvisa che siamo arrivati. Le gomme della vettura gemono, avvilite, e già comincia a levarsi quel pulviscolo di terreno sbriciolato e riarso, laddove il bitume sfuma nella rena ondulata su cui si scorgono le orme di cani randagi e forse di qualche gatto sperduto. Quasi contemporaneamente al botto, si ode il malinconico tintinnare dei pendenti, acchiappasogni scintillanti, rosari rovinati dall’usura che ticchettano pendendo a mucchio dallo specchietto retrovisore, fili di perline usati per adornare i capelli delle ballerine, poi anche gonne intinte di dischi dorati e specchietti come quelle indossate dalle donne degli harem arabi, piume che sferragliano fra loro come se fossero ancora attaccate alle ali possenti di un uccello. Così ad ogni tenero saltello dell’auto, un’armonia di suoni che combatte l’ironia del chiasso. Fra loro, c’è anche lo scampanellio delle mie ciglia percosse dal vento che proviene nelle vesti di una brezza leggera dal finestrino spalancato.

Oh, non che i miei occhi siano diamanti pronti a squillare, o che siano preziosi a causa di qualche mascara velato di trucco. No, queste malie sono riservate alla scena. Ma è quel suono che odi solo tu, quel picchiettio che si confonderebbe con il rumore di una goccia di pioggia caduta a casaccio fra foglie e catrame: silenzioso, sottile, ma che tu riesci a sentire in una chiarezza plateale. E oggi, che il vento ulula più forte di quanto pensassi per portare con sé la nuova stagione a lungo nascosta, oggi sento le palpebre sbattere già liete, lì a rischiarar la vista, quasi un gesto di scaramanzia contro le ingiurie del popolo.

Il motore intanto si spegne, e la compagnia scende. Sette circa per ogni macchina, stipati come biscotti su un piattino della merenda, di quelli che i bambini riempiono finché non cominciano già a cadere o a sbordare pericolosamente. Dietro, i furgoni con gli animali ci seguono, pezzi di una nostra carovana che anni addietro sarebbe potuta benissimo essere composta da carri cigolanti e cavalli stanchi, e che ora si ammoderna con camion e camper dipinti di colori accesi. Concordi, si appostano in fondo al vasto piazzale, sparsi a semicerchio, l’uno affianco all’altro quasi a tenersi tacitamente per mano. Una barriera per proteggere non so che, forse i nostri timidi segreti, per noi tanto importanti.

Solo durante il viaggio si assapora la calma della vita. Me ne rendo conto quando poggio piede sulla terra che ci ospiterà ancora, stranieri in un mondo straniero a se stesso: seppur parlanti la stessa lingua biascicata e dialettale, comunque sempre fuori posto, e già si preannuncia il viavai e l’appostarsi del temporaneo accampamento, l’eccitazione del circo che comincia ad espandersi come un profumo alla menta versato sul tuo caro tappeto persiano. Prima però, nelle ore in cui ti ritrovi intrufolato in quel pacco a sorpresa da cui escono le mirabolanti magie tanto decantate dai manifesti, in mezzo ai giramenti di testa per l’aria asfissiante, gli incensi decisi della divinatrice (l’unica che non riesce mai ad abbandonare la sua veste di megera bugiarda), il fumo di sigaretta più serio del banditore che guida anche la nostra casetta ambulante, fra tutto ciò che è ormai abitudine, noi anime prendiamo pausa da allenamenti ed esibizioni, ci sediamo a leggere un libro, dormiamo, magari ci lanciamo patatine sciapite di un pacchetto aperto la settimana prima. Uno dei pochi che ci possiamo permettere. In quei momenti c’è quella che molti chiamano noia, ma che io definirei vera vita, come quella che vedi scorgere e passare fuori dal finestrino, che a volte copri anche con una tenda scura e un po’ sdrucita, giusto per sfuggire all’invidia della normalità.

“La solita strada, bianca come il sale
il grano da crescere, i campi da arare…”

Ora i miei stivali di camoscio marrone calpestano l’altrettanto scuro terreno, mentre assaporo nell’aria la frescura dei paesi del nord. So che ho poco tempo per sentire questo odore, appena cominceremo a mettere su il tendone tutto sparirà nel più consueto ricordo di frutti esotici misto a segatura calda e polvere di biacca. Ma intanto godo il freddo che s’infiltra dalla mia giacca usata e mi costringe a stringermela addosso, le mani ficcate nelle tasche bucate all’angolo. È solo il 13 ottobre, ma si gela.

Di solito in questa prima fase, quando i furgoni visionari si aprono per partorire fra spasimi le loro promesse inconsuete, le donne non vengono incluse. Sono d’impiccio, lì a creare le basi del sogno, a impiantare pesanti chiodi a suon di martellate, o a tirare corde pesanti e spesse con l’aiuto degli elefanti. Una donna da circo potrebbe stupirti con le sue acrobazie, con il modo in cui veleggia nell’aria, o semplicemente con il tocco delle sue dita che paiono scorgere all’interno del cuore. Ma no, qui, ora che l’incanto davvero comincia, sono gli uomini realisti a costruire il castello: noi entriamo solo una volta che la fantasia è già stata approntata, noi siamo le pedine, le attrici, coloro che scendono da nubi di brillantina per orchestrare la scena, ma che in fondo da sole non saprebbero comporre una nota.

Le ballerine e le contorsioniste stanno già ripetendo i numeri per domani, o comunque sfilano fuori i cerchi e i costumi da valigie e cassapanche, chiacchierano, improvvisano mosse davanti alle compagne che le consigliano attente. Le più vecchie accendono i fuochi per la cena.

E io?

“Andare via lontano
a cercare un altro mondo
dire addio al cortile,
andarsene sognando.”

Oh, no. Magari solo potessi… ma non posso. Domani c’è lo spettacolo, devo presentare i numeri, sorridere alle madri sconsolate e carezzare i bimbi pestiferi, ignorare le mani degli uomini che passano lì per caso e che innocentemente ti sfiorano. E devo ballare.

Le luci sono sempre un po’ così, durante la rappresentazione d’apertura. Terribilmente feroci, squarciano il cielo della sera, sembrano saper oltrepassare le nuvole grigiastre come coltelli affilati, e poi su, più veloci, solo leggermente più lievi e sbiadite, ma che lo stesso tentano d’inviare il loro richiamo agli angeli della volta celeste. Talvolta mi chiedo se le stelle le invidiano.

Ma in fondo sono una di loro, no? Banale fra tante, brillo della luce che riesco a dare, mi accontento delle attenzioni che ricevo. Una piccola stella rinchiusa in se stessa. I miei bagliori azzurrini sono più suadenti dell’invadenza dei neon del circo, ma paiono comunque assuefatti dal loro accendersi e spegnersi, un’intermittenza venata d’astuzia e che soffoca il suo rauco sibilo di stanchezza nella confusione generale. In verità dovrei ignorarle, e continuare a distribuire volantini come ho fatto per tutto il giorno, e come domani continuerò a fare. Troppi pensieri.

Guardo una locandina che giace spiegazzata ai miei piedi. Ne avranno buttate già a centinaia. Se solo avessero la decenza di non appallottolarle, di non rovinarle in questo modo spietato, potrei raccoglierle tutte e ridarle, magari alla stessa persona che le aveva ripudiate, così da evitare inutili sprechi. Inutili come il mio ipocrita moralismo, d’altronde.

Ma intanto penso che danno colore ai marciapiedi grigi e spenti, con le mattonelle che come al solito sono quasi tutte crepate e a cui spesso manca un angolo, come un quadrato di cioccolata al latte a cui viene dato un morso veloce, e che poi per errore cade a terra e viene blandamente dimenticato. I volantini hanno uno sfondo blu chiaro, contornato da palline colorate, sul retro i nomi dei vari animali che si esibiranno (e no, noi, più animali di loro, non ci troviamo fra serpenti e cammelli), sul davanti il nome che spicca sfacciato: “The Zen Circus”, il circo dei sogni! Infranti. Sogni accumulati negli anni che sono ancora tutti qua, in fila, domino ingrato e scheggiato dal tempo.

“E poi mille strade grigie come il fumo
in un mondo di luci sentirsi nessuno.”

Va bene, fra pochi minuti dovrei essere in scena. Lascio da parte i plichi di manifesti, poggiandoli sulla scrivania consunta del bigliettaio, rispondendo con un sorriso forzato al suo occhiolino di complicità. Prima c’era una buona fila ad attendere il proprio biglietto, perciò m’immagino già il tendone ricolmo. Quindi vado dietro le quinte a cambiarmi, con calma, senza fretta. So che gli applausi sanno colmare ogni attesa, e in fondo c’è sempre il clown pronto a fare le sue entrate, secondo il pubblico premeditate, secondo noi il miracolo che ci salva dai buchi che creerebbero i continui inconvenienti delle varie esibizioni.

  Qui l’atmosfera è ovattata, il disordine del cast in preparazione viene sobillato in dei sussurri concitati, l’agitazione ce la si leva di dosso con una sicura scrollata di spalle. Il mio vestito di organza rossa mi aspetta, poggiato su una sedia senza troppa cura. Il lato positivo di venire vestita di veli, è che non devi mai preoccuparti di stirare quel poco di stoffa che avrai addosso. Il corpo teso saprà levare le scarse pieghe reduci dai lavaggi continui, e l’occhio del pubblico andrà oltre, come fa sempre. Giusto alcuni attimi, uno specchio in cui osservo il mio volto diventare serio, concentrato, le guance cosparse di brillantini dorati, gli occhi più neri che mai e che sprizzano fulmini vermigli sulle palpebre. I capelli castano scuro sono tirati a formare un anonimo chignon. Chiamateci danzatrici, chiamateci anche solo persone che cercano un lavoro, ma credo che tutte le ballerine, prima di farsi vedere dagli spettatori fuori dal sipario, si sentano come se debbano debuttare all’opera. E quell’aspetto incredibilmente grave, il palpito profondo del cuore, il respiro che quasi è già affannato, sono i sintomi di qualcosa che svanirà subito, assieme alla musica che attacca e al tuo corpo che comincia a muoversi al ritmo di essa.

Non so ballare, non ho mai avuto un’insegnante o altro, né seguito corsi particolari. Sono nata in un circo, e vi ho vissuto facendo ciò verso cui ero più portata, mischiando lo scuotersi degli arti che mi suggeriva l’animo con qualche contorsione appresa dalle mie compagne di vita. Una cosa però è certa: ora che il clamore del battito di mani si è attenuato, ora che io non sento più nulla oltre alle note un po’ distorte che provengono dagli amplificatori otturati da polvere e vecchia segatura, ora che sono sola sotto una miriade di luci che paiono stelle cadenti, mi sento più bella, migliore. Ne sono convinta: qui, aggrappata al telo sottile di candido cotone, bianco come lo strascico di una nuvola primaverile, a mezz’aria, sono splendida, meravigliosa. Un’eroina nel mio mondo d’incanti.

“Saltare cent'anni in un giorno solo,
dai carri dei campi
agli aerei nel cielo.”

E infine una stupenda sorpresa: per caso, lo stesso giorno in cui ho scritto il racconto, Cry (qui la sua gallery su DeviantArt) stava disegnando una ballerina.

L’ha colorata di rosso.

E con quelle pennellate decise, posso dire che lei ha davvero preso vita…

ballerinaperfrancy

domenica 10 ottobre 2010

PostHeaderIcon Close To The Flame

Sono tornata. Dopo tanto tempo che forse anch’io un po’ mi stupisco. E torno proprio con un racconto del mio caro progetto, uno di quelli che in verità ho abbozzato quasi un mese fa, e che trovo il coraggio di pubblicare solo ora (ecco il motivo dell’ambientazione prettamente estiva). Anche se più che altro mi pare una scusa banale per giustificare la mia scarsità di scritti, per ripigliare un foglio dal fondo del cassetto e proporlo come una novità. Per dire che non sto con le mani nelle mani a far nulla e a lasciarmi trascinare dal vento, come invece è e forse continuerà ad essere. Ma no, mi ribello, perché in fondo… proprio in fondo, là dove la luce scarseggia ad arrivare, là dove in pochi osano guardare… c’è un racconto che aspetta di essere pubblicato. Non una meraviglia, certo, ma forse uno spiraglio di rinascita. La mia rinascita per continuare bene, e in meglio.

Perciò il vero racconto lo lascio al 13 Ottobre, poiché è una bella data, una data da ricordare, la data in cui la storia s’ambienta. Ok, un modo come un altro per dire che il vero motivo ve lo terrò nascosto. In ogni caso, oggi vi parlerò di un addio. Una sorta di gesto scaramantico per autoconvincermi che la mia storia, la mia vita, non ne subirà uno altrettanto.

Il piede spinge sull’acceleratore, nervoso. L’auto fa un nuovo scatto in avanti, aumenta la velocità, e il motore quasi ruggisce. Ormai non è che una macchia rossa, veloce e inquietante, possente. Infiammata della stessa rabbia che drasticamente consuma… macinando leghe su leghe, scappando da non si sa cosa.

Ancora più rapidi, ancora più lesti su questa strada vuota: energia, nient’altro freme nel corpo, e che brucia ogni dolore che s’incastra fra gli inganni del cuore. Affianco, il paesaggio scorre sempre uguale, con monti rossastri che s’intravedono all’orizzonte come calici da cognac rivoltati, con le loro sfumature ramate che incantano e quasi si cullano, mobili, vorticanti e irrequiete. Erbacce e piante grasse spuntano qua e là sul terreno brullo e scarno, rosso come il sole che sopra a tutto infuoca il deserto. L’essere soli è una sensazione strana che rende padroni del mondo, padroni della propria solitudine senza confini, è il musicare inquieto dell’animo che vaga libero da catene. Un animo in fuga.

Il limite fra terra e asfalto è labile, quasi inesistente, con i granelli sottili che sfumano nel grigio pietra, a volte spingendosi quasi fino al centro della via che, unica, s’inerpica sfacciatamente dritta nella desolazione. In fondo, compare un cielo terso e di un azzurro velato, dall’aspetto indeciso e lontano, quasi malsano. Sembra solcato da crepe giallo limone, fulmini diurni che sanno tanto di allucinazioni instabili, riflessi di uno spirito indiano. L’aria fa vibrare tutto, tramortente come onde sonore gettate dalle casse di un concerto, passionale come un nastro mosso da una ballerina. Agita i contorni come fossero sassolini durante un terremoto feroce, che s’incontrano e si staccano, e tremano impauriti schioccando fra loro.

La vista quasi s’offusca, coperta dagli occhiali da sole, neri e impenetrabili, che cercano di nascondere uno sguardo sconfortato e debole. Una goccia di sudore cola dall’occhio, sembra quasi una lacrima salata baciata dal sole; mentre si fa strada sulla guancia, viene spinta e schiacciata dal vento che ne frammenta il percorso.

Non se l’asciuga. Le mani sono ancora ben strette sul volante, le dita massicce ogni tanto si aprono e si stendono per sgranchirsi lentamente, senza però lasciare la presa salda. Forse un brivido appena le scuote, il singulto represso di un tormento ghiacciato che non vuole saperne di sciogliersi. La pelle abbronzata risalta al tocco del sole cocente, che con i suoi raggi scivola giù per il collo, insinuandosi sul petto che mostra la camicia nera e sbottonata, sensuale. Le gambe, strette in dei jeans chiari, si muovono al ritmo di una canzone veloce. Ogni tanto il segnale si blocca, si fa oscuro, la radio non prende bene. Delle interferenze lanciano melodie nuove d’altre stazioni, poi tornano al solito riff di chitarra elettrica, più potente di prima, liberatorio e selvaggio. Ma la gamba continua a tenere il ritmo, costante, quasi le orecchie dell’uomo sentissero ancora il riverbero della musica ora interrotta, ora ripresa.

Una mano si stacca dallo sterzo e si poggia sullo sportello, lasciando sporgere fuori parte della curva del gomito. Il contatto con il metallo lo infiamma, ma dopo pochi secondi la sensazione sfuma, momentanea, e non resta che un senso di calore soffocante a permeare il tutto. Mentre la strada corre veloce scappando per ritmi avversi, per la prima volta un sorriso compare sul volto dai tratti duri, a labbra strette, pare il ritorno trattenuto di un dolce ricordo.

«Ancora?» chiede.

«Sì, ancora» risponde, facendo cenno al bicchiere vuoto, di cui non si scorge che un bagliore ramato dei resti racchiusi nei cubetti di ghiaccio. Il vetro accuratamente sbozzato brilla sotto i neon fosforescenti, e i suoi bordi sono taglienti, acuminati come il ghiaccio che, seppur prossimo a sciogliersi, conserva i suoi spuntoni aguzzi e la sua tenue e sbiadita vena azzurrina.

«Non intendevo questo. Parti ancora, eh, Sbrex?» la donna non gli versa da bere, ma si poggia sul bancone e lo osserva negli occhi. Il trucco pesante rende il suo sguardo irresistibile, ma ora è coperto da una patina di ira repressa, i tratti del viso tirati e seri. Lui preferisce soffermarsi sulla sua scollatura dell’abito, di certo meno pericolosa, e generosa nel mostrare la pelle chiara e fragile, liscia come un petalo di fiore di pesco.

«Di nuovo con quel soprannome?» un mezzo riso, nulla più, «comunque sì, parto. Ora mi riempi il bicchiere o devo andare al bar di fronte per avere un po’ di brandy?» dice, cercando d’essere ironico. I suoi occhi del verde delle foglie d’agave sono ancora più scuri nel semibuio del locale, offuscati da mille pensieri nascosti e dalle immagini di ciò che è prossimo ad abbandonare. È tornato da poco, questo lo sa, ed è quasi certo che ritornerà anche stavolta. Quando, però, resta un mistero.

Lei fa come le viene richiesto. Ma forse l’unica cosa che cerca, con questo gesto, è tenerlo con sé per qualche istante di più. Il pub è affollato, e nonostante le luci soffuse e a intermittenza che lo rendono un po’ più intimo, il lavoro la porta spesso ad allontanarsi da quella figura abbattuta a cui presta tanta attenzione. Il vociare colma ogni angolo, così come la musica sparata ad alto volume, ma che viene comunque attutita dalla gente che balla. Il pestare dei piedi sul pavimento scuro, il ronzio delle numerose lampadine che però non rischiarano quanto dovrebbero, il rumore assordante proveniente dalle casse, le grida. Voci di ragazze che ogni tanto lanciano urli accaniti, risate di uomini. Caos.

Lui osserva i suoi ricci corvini allontanarsi per servire una giovane coppia, le osserva i fianchi stretti nel vestito di raso nero muoversi suadenti. Non si accorge delle occhiate lascive che anche altri le riservano, perché è certo di possederla, così come è stato per molto tempo. Forse non smetterà mai, questo sensazionale gioco di notti insonni e viaggi indorati in un’alba tardiva, il limbo in cui la tiene stretta e la inganna è un luogo da dove lei non potrà mai fuggire.

Nonostante il suo sguardo segua ancora i suoi movimenti, ormai la mente è andata così lontano da non percepire più la presenza della donna, e la vista è solo un intrattenimento di colori e forme agitate. Si distrae così tanto che per un istante gli pare di scorgere due donne camminare allo stesso ritmo, completamente uguali, vede due sorrisi, quattro bottiglie di birra posate sul bancone. No, sui due banconi del bar… o forse ci sono anche due bar? Scuote la testa e si scioglie il codino che tratteneva i suoi capelli color sabbia e, sebbene possa sembrare solo una mossa per fare conquiste, sa che stavolta lo fa solo per schiarirsi le idee.

Partire. Ancora.

«Per dove?» è tornata da lui, e ora deterge dei calici da cocktail frattanto che gli parla. La sua voce è la stessa di prima, sembra quasi che non avessero cessato un attimo di conversare, e anche il cipiglio è preoccupato e ansante, forse pure un po’ triste. Intanto cerca di guardarlo il più possibile, per avere di lui un dolce ricordo, un’immagine chiara, per evitare di lasciarselo sfuggire così, senza neanche avere in mente l’ultimo sorriso che le ha rivolto.

«Non lo so. In giro» è intontito, troppo. Il liquore ramato gira nel bicchiere, fa piccoli salti e scivola fra il ghiaccio in pezzi. È così scuro da sembrare terreno arso dal sole, acqua del deserto, veleno ammaliante. «Il deserto…» mormora.

«Cos’hai detto?»

«Lascia perdere.»

Il deserto. Caldo. Distante. Diverso da quella città così glaciale perfino in piena estate, tutta ferro e asfalto.

Il deserto. Solitario. Semplice. Ardente e focoso come il suo animo in fiamme.

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