domenica 10 ottobre 2010

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Sono tornata. Dopo tanto tempo che forse anch’io un po’ mi stupisco. E torno proprio con un racconto del mio caro progetto, uno di quelli che in verità ho abbozzato quasi un mese fa, e che trovo il coraggio di pubblicare solo ora (ecco il motivo dell’ambientazione prettamente estiva). Anche se più che altro mi pare una scusa banale per giustificare la mia scarsità di scritti, per ripigliare un foglio dal fondo del cassetto e proporlo come una novità. Per dire che non sto con le mani nelle mani a far nulla e a lasciarmi trascinare dal vento, come invece è e forse continuerà ad essere. Ma no, mi ribello, perché in fondo… proprio in fondo, là dove la luce scarseggia ad arrivare, là dove in pochi osano guardare… c’è un racconto che aspetta di essere pubblicato. Non una meraviglia, certo, ma forse uno spiraglio di rinascita. La mia rinascita per continuare bene, e in meglio.

Perciò il vero racconto lo lascio al 13 Ottobre, poiché è una bella data, una data da ricordare, la data in cui la storia s’ambienta. Ok, un modo come un altro per dire che il vero motivo ve lo terrò nascosto. In ogni caso, oggi vi parlerò di un addio. Una sorta di gesto scaramantico per autoconvincermi che la mia storia, la mia vita, non ne subirà uno altrettanto.

Il piede spinge sull’acceleratore, nervoso. L’auto fa un nuovo scatto in avanti, aumenta la velocità, e il motore quasi ruggisce. Ormai non è che una macchia rossa, veloce e inquietante, possente. Infiammata della stessa rabbia che drasticamente consuma… macinando leghe su leghe, scappando da non si sa cosa.

Ancora più rapidi, ancora più lesti su questa strada vuota: energia, nient’altro freme nel corpo, e che brucia ogni dolore che s’incastra fra gli inganni del cuore. Affianco, il paesaggio scorre sempre uguale, con monti rossastri che s’intravedono all’orizzonte come calici da cognac rivoltati, con le loro sfumature ramate che incantano e quasi si cullano, mobili, vorticanti e irrequiete. Erbacce e piante grasse spuntano qua e là sul terreno brullo e scarno, rosso come il sole che sopra a tutto infuoca il deserto. L’essere soli è una sensazione strana che rende padroni del mondo, padroni della propria solitudine senza confini, è il musicare inquieto dell’animo che vaga libero da catene. Un animo in fuga.

Il limite fra terra e asfalto è labile, quasi inesistente, con i granelli sottili che sfumano nel grigio pietra, a volte spingendosi quasi fino al centro della via che, unica, s’inerpica sfacciatamente dritta nella desolazione. In fondo, compare un cielo terso e di un azzurro velato, dall’aspetto indeciso e lontano, quasi malsano. Sembra solcato da crepe giallo limone, fulmini diurni che sanno tanto di allucinazioni instabili, riflessi di uno spirito indiano. L’aria fa vibrare tutto, tramortente come onde sonore gettate dalle casse di un concerto, passionale come un nastro mosso da una ballerina. Agita i contorni come fossero sassolini durante un terremoto feroce, che s’incontrano e si staccano, e tremano impauriti schioccando fra loro.

La vista quasi s’offusca, coperta dagli occhiali da sole, neri e impenetrabili, che cercano di nascondere uno sguardo sconfortato e debole. Una goccia di sudore cola dall’occhio, sembra quasi una lacrima salata baciata dal sole; mentre si fa strada sulla guancia, viene spinta e schiacciata dal vento che ne frammenta il percorso.

Non se l’asciuga. Le mani sono ancora ben strette sul volante, le dita massicce ogni tanto si aprono e si stendono per sgranchirsi lentamente, senza però lasciare la presa salda. Forse un brivido appena le scuote, il singulto represso di un tormento ghiacciato che non vuole saperne di sciogliersi. La pelle abbronzata risalta al tocco del sole cocente, che con i suoi raggi scivola giù per il collo, insinuandosi sul petto che mostra la camicia nera e sbottonata, sensuale. Le gambe, strette in dei jeans chiari, si muovono al ritmo di una canzone veloce. Ogni tanto il segnale si blocca, si fa oscuro, la radio non prende bene. Delle interferenze lanciano melodie nuove d’altre stazioni, poi tornano al solito riff di chitarra elettrica, più potente di prima, liberatorio e selvaggio. Ma la gamba continua a tenere il ritmo, costante, quasi le orecchie dell’uomo sentissero ancora il riverbero della musica ora interrotta, ora ripresa.

Una mano si stacca dallo sterzo e si poggia sullo sportello, lasciando sporgere fuori parte della curva del gomito. Il contatto con il metallo lo infiamma, ma dopo pochi secondi la sensazione sfuma, momentanea, e non resta che un senso di calore soffocante a permeare il tutto. Mentre la strada corre veloce scappando per ritmi avversi, per la prima volta un sorriso compare sul volto dai tratti duri, a labbra strette, pare il ritorno trattenuto di un dolce ricordo.

«Ancora?» chiede.

«Sì, ancora» risponde, facendo cenno al bicchiere vuoto, di cui non si scorge che un bagliore ramato dei resti racchiusi nei cubetti di ghiaccio. Il vetro accuratamente sbozzato brilla sotto i neon fosforescenti, e i suoi bordi sono taglienti, acuminati come il ghiaccio che, seppur prossimo a sciogliersi, conserva i suoi spuntoni aguzzi e la sua tenue e sbiadita vena azzurrina.

«Non intendevo questo. Parti ancora, eh, Sbrex?» la donna non gli versa da bere, ma si poggia sul bancone e lo osserva negli occhi. Il trucco pesante rende il suo sguardo irresistibile, ma ora è coperto da una patina di ira repressa, i tratti del viso tirati e seri. Lui preferisce soffermarsi sulla sua scollatura dell’abito, di certo meno pericolosa, e generosa nel mostrare la pelle chiara e fragile, liscia come un petalo di fiore di pesco.

«Di nuovo con quel soprannome?» un mezzo riso, nulla più, «comunque sì, parto. Ora mi riempi il bicchiere o devo andare al bar di fronte per avere un po’ di brandy?» dice, cercando d’essere ironico. I suoi occhi del verde delle foglie d’agave sono ancora più scuri nel semibuio del locale, offuscati da mille pensieri nascosti e dalle immagini di ciò che è prossimo ad abbandonare. È tornato da poco, questo lo sa, ed è quasi certo che ritornerà anche stavolta. Quando, però, resta un mistero.

Lei fa come le viene richiesto. Ma forse l’unica cosa che cerca, con questo gesto, è tenerlo con sé per qualche istante di più. Il pub è affollato, e nonostante le luci soffuse e a intermittenza che lo rendono un po’ più intimo, il lavoro la porta spesso ad allontanarsi da quella figura abbattuta a cui presta tanta attenzione. Il vociare colma ogni angolo, così come la musica sparata ad alto volume, ma che viene comunque attutita dalla gente che balla. Il pestare dei piedi sul pavimento scuro, il ronzio delle numerose lampadine che però non rischiarano quanto dovrebbero, il rumore assordante proveniente dalle casse, le grida. Voci di ragazze che ogni tanto lanciano urli accaniti, risate di uomini. Caos.

Lui osserva i suoi ricci corvini allontanarsi per servire una giovane coppia, le osserva i fianchi stretti nel vestito di raso nero muoversi suadenti. Non si accorge delle occhiate lascive che anche altri le riservano, perché è certo di possederla, così come è stato per molto tempo. Forse non smetterà mai, questo sensazionale gioco di notti insonni e viaggi indorati in un’alba tardiva, il limbo in cui la tiene stretta e la inganna è un luogo da dove lei non potrà mai fuggire.

Nonostante il suo sguardo segua ancora i suoi movimenti, ormai la mente è andata così lontano da non percepire più la presenza della donna, e la vista è solo un intrattenimento di colori e forme agitate. Si distrae così tanto che per un istante gli pare di scorgere due donne camminare allo stesso ritmo, completamente uguali, vede due sorrisi, quattro bottiglie di birra posate sul bancone. No, sui due banconi del bar… o forse ci sono anche due bar? Scuote la testa e si scioglie il codino che tratteneva i suoi capelli color sabbia e, sebbene possa sembrare solo una mossa per fare conquiste, sa che stavolta lo fa solo per schiarirsi le idee.

Partire. Ancora.

«Per dove?» è tornata da lui, e ora deterge dei calici da cocktail frattanto che gli parla. La sua voce è la stessa di prima, sembra quasi che non avessero cessato un attimo di conversare, e anche il cipiglio è preoccupato e ansante, forse pure un po’ triste. Intanto cerca di guardarlo il più possibile, per avere di lui un dolce ricordo, un’immagine chiara, per evitare di lasciarselo sfuggire così, senza neanche avere in mente l’ultimo sorriso che le ha rivolto.

«Non lo so. In giro» è intontito, troppo. Il liquore ramato gira nel bicchiere, fa piccoli salti e scivola fra il ghiaccio in pezzi. È così scuro da sembrare terreno arso dal sole, acqua del deserto, veleno ammaliante. «Il deserto…» mormora.

«Cos’hai detto?»

«Lascia perdere.»

Il deserto. Caldo. Distante. Diverso da quella città così glaciale perfino in piena estate, tutta ferro e asfalto.

Il deserto. Solitario. Semplice. Ardente e focoso come il suo animo in fiamme.

HIM Stories

6 commenti:

Crystal ha detto...

E bravo il nostro sbrex XDXDXDXD ;)
Ma a dirmelo che avevi postato no, eh?? -.-
Ci sarà un seguito? Voglio saperne di più...
E comunque è molto bello questo racconto anche se per un istante mi stavo confodendo: credevo che i riccioli neri fossero di lui, ma dopo che hai citato i fianchi sinuosi mi sono detta di no XD
Continualo >,<

Frankie P. ha detto...

Te l'avevo detto per sms che alle 10,10 del 10/10/10 avrei postato! -.-
Comunque sai bene che i racconti di questa raccolta sono autoconclusivi, perciò parte già con il non avere un continuo, mi spiace :P è apposta sconclusionato u.u

Crystal ha detto...

Non ricordo proprio quell'sms O.o
Senza continuo??
Chi ci sta con me per linciarla? EVIL

Chesy ha detto...

Arso. Crudele. Secco e reciso. Ripetitivo. Represso: quasi non ti fossi voluta lasciare andare. E questo mi da fastidio, perché la vera francy emerge solo in alcune parti in cui si nota, s'avverte il dolce slancio poetico che c'è in te.
Passiamo a dei piccoli accorgimenti.
- Nient'alto che ti freme nel corpo.
Hai ripetuto davvero 'innumerevoli' volte CHE. E poi, onestamente, in questa frase mi pare uno spreco, se lo togliamo? Rimodellando la frase magari. Vedi come ti suona così: Nient'altro che freme nel corpo.
Poi.
Dunque.
- Che s'intravedono all'orizzonte e che paiono calici di cognac rivoltati.
Di nuovo la ripetizione del che, potresti cambiare con un semplice: Che s'intravedono all'orizzonte come calici...
-E tremano impauriti, schioccando.
La virgola mi sa di troppo.
- Una goccia di sudore cola dall’occhio, sembra quasi una lacrima salata baciata dal sole;
Ma... non è già baciata dal sole?
- di altre stazioni.
Giovine, tu che predichi sui miei accenti, per una volta toglilo: D'altre stazioni u.u
- Poi, ho notato molte volte che ripeti paiono... quando potresti usare semplicemente come, o sembrano. Questo racconto sembra tutto un "che paiono!" u.u XD
- Dici che gli occhi dell'uomo sono come gli smeraldi. Un tocco di originalità no, eh? Dico, di quelli franciosi u.u
- Posante sul bancone.
Posate ^^
- , per trattenere ogni singola goccia che anche solo sappia dell’uomo che tanto la incanta.
Non capisco. Cosa sono queste gocce?
Finito u.u
Saluti caretta, caretta.
Crystal: Nessuno. La zia ha bisogno di svagare con altri racconti.

Frankie P. ha detto...

Prima di tutto, non sono una tartaruga u.u
Poi, accetto la maggior parte delle correzioni ^^ La prossima volta sii meno crudele, o mi fai fuggire i lettori.
Infine, "degli occhi verde cactus" ti sembrano abbastanza originali?

Chesy ha detto...

Sì, sta nel contesto cactus... u.u
Poi, i lettori non te li faccio fuggire, non penso di averlo fatto mai. Come sono obiettivo, sarai pure ironica. Ma il racconto mi si viene proposto nudo, e io lo viviseziono ^^

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