Close To The Flame
Sono tornata. Dopo tanto tempo che forse anch’io un po’ mi stupisco. E torno proprio con un racconto del mio caro progetto, uno di quelli che in verità ho abbozzato quasi un mese fa, e che trovo il coraggio di pubblicare solo ora (ecco il motivo dell’ambientazione prettamente estiva). Anche se più che altro mi pare una scusa banale per giustificare la mia scarsità di scritti, per ripigliare un foglio dal fondo del cassetto e proporlo come una novità. Per dire che non sto con le mani nelle mani a far nulla e a lasciarmi trascinare dal vento, come invece è e forse continuerà ad essere. Ma no, mi ribello, perché in fondo… proprio in fondo, là dove la luce scarseggia ad arrivare, là dove in pochi osano guardare… c’è un racconto che aspetta di essere pubblicato. Non una meraviglia, certo, ma forse uno spiraglio di rinascita. La mia rinascita per continuare bene, e in meglio.
Perciò il vero racconto lo lascio al 13 Ottobre, poiché è una bella data, una data da ricordare, la data in cui la storia s’ambienta. Ok, un modo come un altro per dire che il vero motivo ve lo terrò nascosto. In ogni caso, oggi vi parlerò di un addio. Una sorta di gesto scaramantico per autoconvincermi che la mia storia, la mia vita, non ne subirà uno altrettanto.
Il piede spinge sull’acceleratore, nervoso. L’auto fa un nuovo scatto in avanti, aumenta la velocità, e il motore quasi ruggisce. Ormai non è che una macchia rossa, veloce e inquietante, possente. Infiammata della stessa rabbia che drasticamente consuma… macinando leghe su leghe, scappando da non si sa cosa.
Ancora più rapidi, ancora più lesti su questa strada vuota: energia, nient’altro freme nel corpo, e che brucia ogni dolore che s’incastra fra gli inganni del cuore. Affianco, il paesaggio scorre sempre uguale, con monti rossastri che s’intravedono all’orizzonte come calici da cognac rivoltati, con le loro sfumature ramate che incantano e quasi si cullano, mobili, vorticanti e irrequiete. Erbacce e piante grasse spuntano qua e là sul terreno brullo e scarno, rosso come il sole che sopra a tutto infuoca il deserto. L’essere soli è una sensazione strana che rende padroni del mondo, padroni della propria solitudine senza confini, è il musicare inquieto dell’animo che vaga libero da catene. Un animo in fuga.
Il limite fra terra e asfalto è labile, quasi inesistente, con i granelli sottili che sfumano nel grigio pietra, a volte spingendosi quasi fino al centro della via che, unica, s’inerpica sfacciatamente dritta nella desolazione. In fondo, compare un cielo terso e di un azzurro velato, dall’aspetto indeciso e lontano, quasi malsano. Sembra solcato da crepe giallo limone, fulmini diurni che sanno tanto di allucinazioni instabili, riflessi di uno spirito indiano. L’aria fa vibrare tutto, tramortente come onde sonore gettate dalle casse di un concerto, passionale come un nastro mosso da una ballerina. Agita i contorni come fossero sassolini durante un terremoto feroce, che s’incontrano e si staccano, e tremano impauriti schioccando fra loro.
La vista quasi s’offusca, coperta dagli occhiali da sole, neri e impenetrabili, che cercano di nascondere uno sguardo sconfortato e debole. Una goccia di sudore cola dall’occhio, sembra quasi una lacrima salata baciata dal sole; mentre si fa strada sulla guancia, viene spinta e schiacciata dal vento che ne frammenta il percorso.
Non se l’asciuga. Le mani sono ancora ben strette sul volante, le dita massicce ogni tanto si aprono e si stendono per sgranchirsi lentamente, senza però lasciare la presa salda. Forse un brivido appena le scuote, il singulto represso di un tormento ghiacciato che non vuole saperne di sciogliersi. La pelle abbronzata risalta al tocco del sole cocente, che con i suoi raggi scivola giù per il collo, insinuandosi sul petto che mostra la camicia nera e sbottonata, sensuale. Le gambe, strette in dei jeans chiari, si muovono al ritmo di una canzone veloce. Ogni tanto il segnale si blocca, si fa oscuro, la radio non prende bene. Delle interferenze lanciano melodie nuove d’altre stazioni, poi tornano al solito riff di chitarra elettrica, più potente di prima, liberatorio e selvaggio. Ma la gamba continua a tenere il ritmo, costante, quasi le orecchie dell’uomo sentissero ancora il riverbero della musica ora interrotta, ora ripresa.
Una mano si stacca dallo sterzo e si poggia sullo sportello, lasciando sporgere fuori parte della curva del gomito. Il contatto con il metallo lo infiamma, ma dopo pochi secondi la sensazione sfuma, momentanea, e non resta che un senso di calore soffocante a permeare il tutto. Mentre la strada corre veloce scappando per ritmi avversi, per la prima volta un sorriso compare sul volto dai tratti duri, a labbra strette, pare il ritorno trattenuto di un dolce ricordo.
«Ancora?» chiede.
«Sì, ancora» risponde, facendo cenno al bicchiere vuoto, di cui non si scorge che un bagliore ramato dei resti racchiusi nei cubetti di ghiaccio. Il vetro accuratamente sbozzato brilla sotto i neon fosforescenti, e i suoi bordi sono taglienti, acuminati come il ghiaccio che, seppur prossimo a sciogliersi, conserva i suoi spuntoni aguzzi e la sua tenue e sbiadita vena azzurrina.
«Non intendevo questo. Parti ancora, eh, Sbrex?» la donna non gli versa da bere, ma si poggia sul bancone e lo osserva negli occhi. Il trucco pesante rende il suo sguardo irresistibile, ma ora è coperto da una patina di ira repressa, i tratti del viso tirati e seri. Lui preferisce soffermarsi sulla sua scollatura dell’abito, di certo meno pericolosa, e generosa nel mostrare la pelle chiara e fragile, liscia come un petalo di fiore di pesco.
«Di nuovo con quel soprannome?» un mezzo riso, nulla più, «comunque sì, parto. Ora mi riempi il bicchiere o devo andare al bar di fronte per avere un po’ di brandy?» dice, cercando d’essere ironico. I suoi occhi del verde delle foglie d’agave sono ancora più scuri nel semibuio del locale, offuscati da mille pensieri nascosti e dalle immagini di ciò che è prossimo ad abbandonare. È tornato da poco, questo lo sa, ed è quasi certo che ritornerà anche stavolta. Quando, però, resta un mistero.
Lei fa come le viene richiesto. Ma forse l’unica cosa che cerca, con questo gesto, è tenerlo con sé per qualche istante di più. Il pub è affollato, e nonostante le luci soffuse e a intermittenza che lo rendono un po’ più intimo, il lavoro la porta spesso ad allontanarsi da quella figura abbattuta a cui presta tanta attenzione. Il vociare colma ogni angolo, così come la musica sparata ad alto volume, ma che viene comunque attutita dalla gente che balla. Il pestare dei piedi sul pavimento scuro, il ronzio delle numerose lampadine che però non rischiarano quanto dovrebbero, il rumore assordante proveniente dalle casse, le grida. Voci di ragazze che ogni tanto lanciano urli accaniti, risate di uomini. Caos.
Lui osserva i suoi ricci corvini allontanarsi per servire una giovane coppia, le osserva i fianchi stretti nel vestito di raso nero muoversi suadenti. Non si accorge delle occhiate lascive che anche altri le riservano, perché è certo di possederla, così come è stato per molto tempo. Forse non smetterà mai, questo sensazionale gioco di notti insonni e viaggi indorati in un’alba tardiva, il limbo in cui la tiene stretta e la inganna è un luogo da dove lei non potrà mai fuggire.
Nonostante il suo sguardo segua ancora i suoi movimenti, ormai la mente è andata così lontano da non percepire più la presenza della donna, e la vista è solo un intrattenimento di colori e forme agitate. Si distrae così tanto che per un istante gli pare di scorgere due donne camminare allo stesso ritmo, completamente uguali, vede due sorrisi, quattro bottiglie di birra posate sul bancone. No, sui due banconi del bar… o forse ci sono anche due bar? Scuote la testa e si scioglie il codino che tratteneva i suoi capelli color sabbia e, sebbene possa sembrare solo una mossa per fare conquiste, sa che stavolta lo fa solo per schiarirsi le idee.
Partire. Ancora.
«Per dove?» è tornata da lui, e ora deterge dei calici da cocktail frattanto che gli parla. La sua voce è la stessa di prima, sembra quasi che non avessero cessato un attimo di conversare, e anche il cipiglio è preoccupato e ansante, forse pure un po’ triste. Intanto cerca di guardarlo il più possibile, per avere di lui un dolce ricordo, un’immagine chiara, per evitare di lasciarselo sfuggire così, senza neanche avere in mente l’ultimo sorriso che le ha rivolto.
«Non lo so. In giro» è intontito, troppo. Il liquore ramato gira nel bicchiere, fa piccoli salti e scivola fra il ghiaccio in pezzi. È così scuro da sembrare terreno arso dal sole, acqua del deserto, veleno ammaliante. «Il deserto…» mormora.
«Cos’hai detto?»
«Lascia perdere.»
Il deserto. Caldo. Distante. Diverso da quella città così glaciale perfino in piena estate, tutta ferro e asfalto.
Il deserto. Solitario. Semplice. Ardente e focoso come il suo animo in fiamme.
Rip Out The Wings Of A Butterfly
Qualcosa, oltre la porta socchiusa, si smuove palpitante fra le mani di un uomo. Si sente lo stridere di carta velina che si lacera lenta. In sé, è un innocuo strappare per creare nuove opere dal sapore dolce di una prelibatezza presa dal pasticcere lì affianco. Ma lo sfrigolio che lo segue… sa di dolore. Bianco dolore dello spegnere di un sogno, come una candela finita in terra, caduta dal davanzale di una madre in pena per il figlio lontano, e schiacciata da una carrozza di passaggio.
La porta è ancora chiusa, si vede solo un triangolo di luce allungarsi tetro in terra, proiezione dei pochi tratti d’aria che si sporgono all’interno del laboratorio. Il suo tenue riflesso mostra le fughe che dividono una lastra di pavimento dall’altra, le fa rilucere un poco, mostra le incavature dell’uscio legnoso, la maniglia lucida e accattivante, dorata. Bella perché forse mezzo dell’apertura di un mistero da svelare. Nel buio, si nota l’ombra appena più scura di una figura piccola e lieve, imperlata in una tunica in lino. Una bambina curiosa.
Si avvicina, le pattine che scivolano silenziose, la veste che segue i movimenti con un ondeggiare leggero. Spia, con il respiro che s’accavalla ad ogni scoperta che i suoi occhi in esplorazione compiono. Un singulto che sa di verità taciute la scuote.
Al di là, l’uomo assapora la carta sottile. L’avvicina al naso con bramosia, lascia che essa accarezzi le labbra grezze e screpolate, le palpebre chiuse ad acchiappare idee. Un’estasi malata che si consuma, e finisce quando il foglio fine viene gettato sull’impiantito. Esso compie un volo leggiadro, sosta in aria, vittima di correnti inesistenti, quindi si poggia portando con sé uno scampanellio lontano. Allora l’uomo prende una penna, la intinge nell’inchiostro e lascia che la mano scorra rapida sulla carta ingiallita. Scrive, scrive, narra la sua storia con desiderio. Non si ferma, e forse anche i polmoni sono bloccati dalla corsa che cerca di compiere, inesausto.
Nella stanza c’è solo lui, i capelli un po’ radi sulla fronte ma ancora di un nero intenso, qualche ruga a incorniciare i tratti. La scrivania è già intrisa di scartoffie, mentre sul lato sono accumulati fogli puliti e calamai. Affianco ha una lampada che fa luce; posta in terra, ha un braccio in metallo che nella penombra pare stranamente opaco. L’intensità della lampadina è regolabile attraverso una rotella rossa, come a invitare di cercare la tonalità giusta per ogni racconto. Un paio di occhiali sono abbandonali lì affianco.
Ma il pavimento, il soffitto, il resto della camera sono un colpo violento. Gabbie lugubre giacciono appese, le trame in ferro fitte come a imprigionare nuvole e nastri d’argento. E non sembrano fiori d’arancio, sprazzi di nubi, cuori argentati, i lampi che si scuotono e avvampano, lì reclusi nel tempo? Solo voliere ad ammobiliare il locale.
L’impiantito è un cimitero. Scheletri di farfalle, senza ali, sono come addormentati, sopiti. Eppure nelle loro posizioni rigide si nota la sofferenza della morte, il sacrificio dolente di una vita che non avrebbero voluto abbandonare così presto. Sono le innocenti sacerdotesse di un culto segreto, e sperano ancora adesso, con gli occhi neri e lucidi aperti sul vuoto, che non venga mai rivelato. Fra le piastrelle scorrono rivoletti di sangue, macchioline rossastre e indistinte. Più in là, sono ammucchiate le loro ali: raggrinzite, lerce, talvolta sminuzzate in più parti, ormai senza una briciola vivida del loro vero colore. Smembrate.
La bambina si sente mancare, stordita, avverte le lacrime solcarle le guance. Quelle lacrime portano il ricordo di giorni passati, cautamente intinte in episodi remoti, vibrano della rimembranza di voci lontane. Poi cadono, in goccioloni pieni che s’infrangono al suolo. Alcune sfiorano i cadaveri, quasi a voler abbeverare i loro visi rinsecchiti, senza sapere che il ricordo che esse portano, solo poche ore prima, avrebbe potuto far parte di un mistero più grande e perduto.
«Papà, papà! Guarda quante farfalle!» grida raggiante.
«Sì, tesoro, sono tutte per te.» L’uomo si aggiusta gli occhiali sul viso e la sua bocca si contorce in un sorriso sbieco. Ha portato la figlia in un enorme prato appena fuori la città. L’erba è alta, sembra non esser mai stata rasata, ma conserva tonalità fresche e delicate, come se si curasse da sé, giardiniera dai gusti pittoreschi e coltura accondiscendente al tempo stesso. Fra essa nascono decine di fiori delle più svariate specie che insieme fanno un caleidoscopio di colori che attrae chiunque, insetto o umano che sia. È un piccolo angolo di paradiso che si crea il suo timido posto nelle campagne, fra i campi arati di tutto punto. Campi che anch’essi hanno un sapore macchinoso, ferree code postume del centro abitato, dove il sapore del grano si mischia ai freni caldi dell’aratro, dove lo spaventapasseri è un gigante in metallo che percorre i sentieri rombando acutamente.
Il prato invece è puro, limpido come il cielo che lo sovrasta, oggi azzurro e venato di nuvolette che sembrano gli sbuffi dei camini invernali per il sentore familiare che emanano. Il sole picchietta a sprazzi, è caldo sulla pelle, ma non duole: le ombre chiare delle nubi sono ripari fra cui saltellare per cercare riposo, e l’estate è lontana con la sua afa avvinghiante. Un vento sospira fra i fili d’erba, li fa frusciare, e rende ancor più lieta l’atmosfera d’amore. La piccina parte per tuffarsi nel suo cantuccio di natura.
«Aspetta, tieni» il padre le porge un retino dal manico rosa, comprato apposta per lei.
«A che serve?» chiede la bambina, sbigottita, percorrendo l’oggetto con lo sguardo.
«Per prendere le farfalle. Una volta fatto torni qua e le mettiamo nelle gabbie che ho portato da casa.»
«Ma, papà… sono così belle a volare lì sul prato! Perché le devo imprigionare?» mette il broncio. Non vuole far loro del male.
«Non succederà loro nulla,» continua l’uomo, quasi leggendole nel pensiero, un tono di voce fin troppo rassicurante ad accompagnare le sue parole «è per il tuo compleanno.»
«Il mio compleanno? È fra più di un mese!»
«Lo so. Noi verremo qua ogni settimana, e ne prenderemo un po’. Poi al tuo compleanno le libereremo tutte, e loro voleranno nel cielo colorando i tuoi splendidi dieci anni.» indica la volta celeste col dito, ma gli occhi sono come sempre posati sulla figlia che, pensierosa, ancora pondera la proposta inusuale.
Lei si apre ad un sorriso. Il pensiero di un regalo tale la rende felice, e i dubbi di prima si dissipano come un fiocco di seta sciolto da una sarta. Prende il retino e si fionda nel campo, ridendo, gaia di quella giornata preziosa.
Le farfalle sono davvero tante: ad ogni suo passo qualcuna si libra dal fiore su cui era posata, e si va ad aggiungere alle altre che danzano in aria. I colori brillano alla luce del sole, si creano quasi arcobaleni viventi, nugoli di creature venate dalle tinte dell’anima. Sotto, le formiche fuggono ai passi della bambina, s’infilano nei buchi del terreno a cercar rifugio, magari trascinando un pezzo di foglia o un chicco di grano. Delle coccinelle riposano pigre sui fili verde smeraldo, osservate da qualche ragno curioso che interrompe la sua tela per ammirarle; perdersi nelle loro macchiette nere, incastrate nel rosso ciliegia del manto, non è mai sembrato agli otto zampe un piacere che ne abbia di più dilettevole. Sopra, s’abbandona la penombra della fitta vegetazione, e si entra nel regno dei cieli: bombi, api e vespe si dividono i fiori in tanti capannelli, ognuno occupato a saccheggiare il suo nettare preferito. Lavorano con passione, a volte pare collaborando fra loro, i più arditi che spirano occhiate alle reginette del prato.
Le farfalle… le farfalle sono fiori, se solo quest’ultimi avessero il dono del volo. Se si osservano bene, a pochi passi di distanza si possono trovare copie perfette. Un crisantemo blu saluta scuotendo la corolla la sua amica, dalle ali tinteggiate d’azzurro intenso, gli occhielli vicini alle punte dalle sfumature violette e contornate di nero. Questa in risposta gli vola affianco, carezzando con la zampa uno dei suoi petali carnosi. Di là, una camomilla lancia occhiate invidiose alla sua gemella alata, che metri più in su volteggia come un sole danzante. O ancora, al ciglio che s’affaccia alla strada asfaltata, il papavero gareggia in bellezza con una farfalla dalle ali enormi, di un rosso fuoco che ricorda un vino pregiato o le labbra cosparse di rossetto di qualche attrice famosa. Entrambi si dannano ad apparire i più belli: l’uno trattiene le sue gocce di rugiada per splendere ardente, l’altra s’atteggia a tango suadenti muovendo altezzosa le antenne sottili.
La bambina ne ha acchiappate molte, ma ora è stanca di inseguirle. Vuole solo sdraiarsi fra l’erba, mettersi il cappello di paglia come cuscino ed osservare con occhi ammirati quel minuto mondo che tanto l’affascina. Restituisce il retino al padre, che è rimasto tutti il tempo appoggiato allo sportello della macchina a guardarla, forse pensando a qualche storia da riportare su carta. È uno scrittore, e la figlia ne è fiera, perché questo significa anche tante fiabe narrate alla sera.
Una farfalla le si posa sul naso. Le ali sono appuntite, un po’ ricurve, sembrano fini come una tenda in raso. Le zampe le fanno solletico, mentre scivolano leggermente sulla superficie liscia della sua pelle, poggiandosi poi in una presa più salda. La piccina cerca d’incrociare gli occhi per agguantare tutte le sfumature d’acquamarina della creatura, che scorrono ondulate, sono le onde di un mare caraibico smosse dal passare di una sirena.
«Qual è il tuo segreto? Perché sei venuta proprio da me?» la voce della bambina esce in piccoli refoli dalla sua bocca, eppure ogni breve folata pare spingere la farfalla a volarsene via. Ma lei si aggancia meglio alla sua seggiola, piega il capo allungato da un lato, fissa gli occhi sull’umana con fare stupito. Quegli occhi neri sono pozzi di fata, gocce d’Empireo che racchiudono qualcosa di indecifrabile e strano a capire. Vedono il mondo enorme, più grande di quello che è, come uno specchio deformante ne carpiscono i sogni per racchiuderli nelle venature dei loro fievoli corpi.
«Quindi tu viaggi per le nostre menti? Non dire bugie. Ho visto… ho visto il mio incubo dell’altro giorno nelle tue ali.»
Lei tace, e come stizzita riprende il volo. Al suo posto arriva la farfalla vermiglia di poco prima, che prende ad arrampicarsi su per il braccio. Al riflesso del sole, pare che ci siano delle mani chiuse a coppa disegnate sulle sue ali. Fra loro scorre sangue, sangue come fosse vino appena versato. Ma è solo un attimo, e la visione svanisce, dileguandosi nel placido rosso di sempre. I suoi occhi fiammeggianti d’Inferno vagano sui capelli ramati della bambina.
«E tu? Qual è il tuo segreto? Non sei ciò che vedo, ci sono storie dentro di te.»
Anche lei scappa, fugge nell’aria. La bimba s’assopisce, e sogna. Sogna le sue fantasie ghermite dalle farfalle, che poi ne fanno storie da portare sulle loro ali in giro per il mondo. E piccola, lei, vola con loro, diffonde ogni briciolo di racconto raccolto per strada, così come le api racchiudono il polline dei fiori fra le loro zampette. Asperge polvere di possibili romanzi, sparge petali di future narrazioni, le aiuta nel loro compito greve.
«Papà, che hai fatto?» finalmente ha trovato un briciolo di audacia per parlare. Forse si era nascosto alla punta delle pantofole, là dove il piedino sfiora la calda intelaiatura. Ha sprecato del tempo per trovarlo, ma alla fine l’alluce ha sfiorato il suo coraggio, rintanato nel suo rifugio, e l’ha costretto a uscire allo scoperto. Ma le lacrime di bambina ancora non s’arrestano.
L’uomo interrompe la seduta di scrittura e si volta a guardare la figlia. Indossa cautamente gli occhiali, quasi per vedere meglio il suo dolore e accertarsi del suo aspetto affranto.
«Papà, che hai fatto? Le mie farfalle… perché hai mangiato le mie farfalle?» è sgomenta dal fatto che un’azione tale ha incrinato l’immagine così perfetta, dolce e protettrice, del suo amato padre.
Lui sospira. Le fa cenno di avvicinarsi con una mano tremante. «Vieni qui.» Anche la voce pare bisbigliata, non ferma, quasi essa stessa non sappia capacitarsi del suo ardire.
Lei esita a prendere posto sulle ginocchia del genitore. Un tempo erano sinonimo di sicurezza, tepore, erano il nascondiglio dalle brutture del mondo. Ora sono solo un luogo dove stare più comoda, in attesa di qualcosa che sa già le farà male. Ma lo stesso ubbidisce, come una brava bambina. Il braccio che l’avvolge è freddo, il petto su cui si poggia, nonostante sia estate inoltrata, è glaciale come uno scoglio di brina sorto in mezzo all’oceano.
«Tesoro, le farfalle non erano per il tuo compleanno… ma questo lo saprai già. Posso raccontarti una storia?» un mesto sorriso gli si apre sul volto. Gli spazi vuoti fra i denti, così scuri nella luce scarsa, sembrano voragini di menzogna. Forse un tempo potevano ispirare simpatia, mista a un pizzico di pazzia che contornava quell’aura fin troppo spensierata, ma ora erano come finestre sul cupo antro di un racconto atroce.
«Ora ci vuole anche il permesso per parlare?» è stata cattiva, lo sente, percepisce dalla smorfia melanconica dell’uomo che qualcosa nelle sue parole deve averlo turbato. Forse un po’ di quella ferocia, uscendo in rivoli fumosi dalle labbra dell’uomo, s’è infiltrato nel suo corpo gracile, e ne ha fatto triste mezzo d’usura.
Lui non desiste, e riprende a parlare con fare affrettato «Non devi avercela con me. L’ho fatto per noi»
«Questa è una brutta storia. Non voglio ascoltare brutte storie.» Ancora termini neri ad oscurare l’atmosfera glabra. La piccola s’aggrappa alla camicia del padre, tira il colletto come per arrampicarvisi sopra. Cerca di arrivargli all’altezza degli occhi, avvicinarsi così che possa scrutare la sua anima falsa, senza che gli anni separino il suo giudizio dalla sua maschera infame.
«Dentro ogni farfalla c’è la storia che tu vuoi ascoltare, quella che ti racconto alla sera, quella che il papà scrive di notte. Vedi, questi fogli, un giorno, saranno presi tutti in un libro. Il libro ci darà i soldi per mangiare e bere,e per farti andare a scuola. Se questi fogli non hanno una storia scritta sopra, il libro non arriva e i soldi nemmeno. E io ho bisogno della storia, per questo uso le farfalle, per averla e prendermela, per scriverla.» Ha fatto confusione, la bambina se ne accorge, ma allo stesso tempo pare di aver capito qualcosa in quel garbuglio di frasi. Ma allora ricorda i pomeriggi al campo, e l’idea si fa strada, si compone leggiadra e crudele nella sua giovane mente.
«Non possono darti le storie? Non puoi chiedergliele per favore?» Perché ucciderle così spietatamente?
«Loro non la raccontano mai. La custodiscono gelosamente. Sono orgogliose e troppo altezzose per dartele. Se tagli loro via le ali, la storia si libera e il papà può scriverla.» L’uomo aveva scoperto il segreto per caso, e tutt’ora non gli sono chiari tutti i particolari. E spiegarlo a una figlia è difficile, specie se sei solo.
«Le storie sono tutte vere, non è così? Le prendono dalla fantasia della gente, dagli altri universi, dappertutto.» Un lampo di consapevolezza si fa strada nelle iridi azzurre della piccola.
«Sì, è così.»
«Papà?»
«Sì? Dimmi tesoro.»
«Io non ucciderei mai una farfalla per una stupida storia.»
I’ve Crossed Oceans Of Wine To Find You
La girandola vortica senza sosta. Sola, al centro frammezzato di mezza via. I colori dei suoi spicchi si confondono, mossi da quel vento incostante, e il giallo dei girasoli si tramuta in blu crisantemo, il rosso è allo stesso tempo il verde del cielo e l’azzurro dell’erba. O è il contrario?
Eppure agli occhi della ragazza è proprio così… non può essere diversamente. Il cielo è verde, con le sue nubi nerastre, filamenti avvinghiati da soffici catene. L’erba è azzurra, e ogni tanto vibra, quasi essa stessa respiri di candida gioia.
Presa nel gorgo, la fanciulla è una macchia grigiastra nel foglio della calda campagna, lo sguardo fisso ad osservare le giravolte mobili ma statiche nel loro brandello di aria, il loro rapido fruscio, sguardo che sa penetrare oltre e scrutare anche la fessura in mezzo al giogo incantato. Seduta in fronte al fulcro del suo osservare, sembra perdersi, affogare nel mare dei pensieri. Un forellino, piccolo, incurvato nei bordi, funge da lente per una gradita sorpresa. Quindi spia dall’apertura nella girandola, attorno è solo ruotare, spia e guarda al di là della sua gabbia di colori, prigione d’abbagli.
Fiancheggiando un ruscello vermiglio, un po’ denso nell’atmosfera irreale, un’altra ombra scorre per le rotaie del sogno. Un’altra sagoma dai contorni sfumati, bigia, eppure forse unica nel sentore di tatto gentile che emana, aulente e compagna. Arriva ad affacciarsi alla finestrella al di là del mulinello stornato da brezza che, ne era certa, fanciulla, sapeva di mare.
Perché le uniche cose che tramavano vita… erano le uniche senza uno strascico di tinta vera?
Giovane. Sì, un giovine è colui che si è inginocchiato fra l’alta sterpaglia, lo stesso che prima aveva costeggiato l’acqua rossastra. Fra l’erba il suo sguardo ha colto un fiore cristallizzato in piume d’angelo, e ora poggia l’iride incauta lì all’apertura del mondo. Ivi le due pupille s’incontrano, specchio nel specchio, e tale il viso scorre senza sfiorare il continuo girare, ancora specchio nel specchio, per portare le floride labbra a incrociarsi nel vuoto.
Lei è graziosa, avvolta in un abito bianco, semplice e corto, infagottato di sottili nastri di seta. Due ballerine minute le incorniciano i piedi, e scuri fili di capelli le avvolgono il volto.
Lui è serio, nei ricci nerastri che gli scompigliano l’aspetto. Solo una giacca e dei pantaloni dai toni metallici; scalza l’anima del ragazzo ha vagato per i bizzarri sentieri.
Le mani di entrambi si alzano dopo aver giaciuto immobili in grembo. Si uniscono in una stretta fatale ai lati della girandola, mentre gli occhi si chiudono ad attendere il seguito della loro macabra danza. Non c’è possibilità di un bacio in quei pochi granelli d’aria che distaccano le bocche, contornate di divoratrice voglia e turbinante passione. E allora un soffio, un respiro, è lo scambio. In esso, gocce di vita svanita nella chimera che serra i battiti restii. Allora come una scarica li percuote: i nastri di lei diventano di un rosso ciliegia, ed è l’onda che la trapassa a colorarla a tratti di un biancore reale, le mani rosate che sembrano pallidi fusi imperlati; lui in cui nuove spume si smuovono fra i capelli ramati, ed è la stilla di verde speranza a pitturargli l’iride smorta, il bocciolo di rosa cremisi ancora intento a spirare esistenza.
Si possono trapassare le porte dell’Inferno?
Si rialzano, lenti come il sipario di un’opera incompiuta, docili come fiori in preda alla corrente che con loro non portano emozione. Ora sono l’uno di fronte all’altra, con quello che è il motore di un miraggio che sa di fantastico. Sotto il suo rombare, ogni segno che indica presenza di mare: una conchiglia posata nel tratto di terreno brullo, striscia lunga che pare allontanare i ragazzi, oppure una piuma di gabbiano che galleggia sul fiume di sangue per andare a ricongiungersi con la sua casa. Una squama di sirena smarrita nel vento.
«Lo seguiamo?» voce di donna che è sussurro. Se solo quegli aliti si fossero condensati come brina invernale, a qualche passo di farfalla dalle labbra rinsecchite, la verdognola volta celeste avrebbe osservato un moto di desiderio spostarsi dall’uno verso l’altro, l’inseguimento che si nasconde fra gli spiragli delle nubi nero petrolio. Una patina di plastica pare dividerli. È il segno nel terreno, ove nulla cresce, laddove la girandola vive, il sorgere del muto divieto.
E la girandola corre, corre… trascina un mondo dietro di sé.
«Cosa?» voce di uomo che è raschiare. Come un lupo che ambisce alla preda. Non si resiste al fremere del tormento.
«Il mare…» risponde lei.
«Per dove?»
«Di qua.» Allora rompe la barriera, lo prende per mano, e subito si getta nell’acqua vermiglia. Quindi segue la corrente flebile, che trascina entrambi verso la sua foce vicina. Le loro figure grigie si macchiano di rosso, come una vecchia foto incorniciata dal vetro incrinato, che è immobile vittima di un suicidio di sangue.
Fuggono, lasciandosi alle spalle la girandola che ancora vortica, forte, decisa. Determinata come il volo di una civetta nella notte buia.
Dopo pochi passi, fa la sua comparsa il mare. Distesa cremisi, di un colore marcato e liquido come vino. Forse del vino ha anche il sapore accogliente…
Piano i due s’immergono, restano con i capelli smossi dall’aria, mano nella mano, a contemplare un orizzonte che sa di fine. Una fine infinita, sempre lo stesso bordo di scoglio, come un granchio che s’arrampica sul masso ma poi viene riportato giù dalle onde violente, e riprende la risalita, ancora e ancora.
Un secondo. La confusione. O è caos? La visione si sta capovolgendo. Le proiezioni umane vengono trascinate in fondo al mare, la testa che sbatte e crolla fra gli spuntoni del fondale irto. Quindi una corda si avvolge attorno ai fragili colli, nell’acqua è fluida e sinuosa come un serpente che tenta. Il cappio si stringe.
Due figure, nel sogno, sono impiccate a testa in giù nel letto dell’oceano di vino.
La girandola cessa di muoversi. Nel cielo, le catene delle nuvole s’attorcigliano a formare una scritta. È un addio lugubre, grottesco, la canzone di un giullare burlesco. Come se in quel luogo accattivante ci fosse mai stato qualcosa di concreto… anche l’ultima ombra terrena è svanita, inghiottita. Morta.
“La brezza saprà concedervi un buon vento su cui prendere la via dei sogni… a volte lo scrosciare delle onde, ad occhi chiusi, sa essere quello di un paradiso lontano…”
E lì si nascondono occhi che mai più s’apriranno a vedere. Lì, giacciono orecchie che sempre ascolteranno lo stesso ritmo di mare.
Si può chiamare Paradiso il posto che ha ucciso anche l’ultima ombra di te?

Behind The Crimson Door
Intanto che si attende per il contest, continuo con i miei racconti-delirio ^^
Un ticchettio lontano. Penetra le barriere del suono, si ode nella solitudine. Sembra il grattare di chi è stato sepolto vivo, che da dentro la bara graffia il legno fino a farsi sanguinare le unghie, nel completo silenzio di un respiro affannoso e ritmato che si spegne con il tremore di un sussurro.
Un altro suono si sovrappone: è il delicato strillare dell’argento che s’incontra con l’oro, come di oggetti gettati via e sovrapposti alla rinfusa. Si sentono le catene di filigrana scivolare fra le fessure, stridere e fermarsi fra le ammaccature delle ricchezze che s’accumulano.
È l’addio al peccato, questo? Lì dove, in una fossa scavata nella terra fresca dopo la pioggia, vengono gettati centinaia di orologi da anime in fuga. È il tempo che scorre, quel battere costante; è la preziosità dei momenti sprecati, quell’abbandonare infernale. Ogni tanto si scorge un lucore passeggero, quasi una lacrima sulle vestigia del segnatore puntuale; oppure un bagliore improvviso fende il buio della separazione, si nasconde nei vetri che cominciano a incrinarsi e rompersi negli acuti del dolore.
Ed è quando il cielo apre per un istante le sue volte di nubi grigiastre, e lascia cadere veli di fiori incantati a ricoprire la carcassa ormai pressoché dissolta del tempo sprecato, che le figure fugaci prendono la consistenza di uomini vestiti di nero. Indossano occhiali a coprire occhi non sofferenti, ma immobili, vuoti ad assistere i boccioli pioventi trasformarsi in patine amaranto, sciolte altresì a foderare come una coperta il defunto. Da lì, si ode l’odore aspro delle colpe private, l’impossibile che sa di fredda e gelida nebbia.
Scoppia un incendio su quella piccola bara, bruciando con sé anche i pensieri più oscuri, e lambendo l’erba ai suoi bordi s’impedisce di lasciarla ardere, limita la sua stessa passione divorante che trascina nell’oblio. Mentre sembra che non ci sia più nulla da distruggere, eppure le fiamme continuano ad avvampare alte e funeste, qualcosa si alza fra le ceneri e il fumo. Piccole, dorate o venate d’azzurro, migliaia di lancette giacciono a mezz’aria circondate dal fuoco. S’innalzano, lievi, e come una colonna volano veloci verso l’alto, assorbite dalle nuvole ancora scure e ignobili che impediscono la vista di un più confortevole cielo.
Sono eleganti nei loro arabeschi sottili, sembrano organze pronte a piegarsi al minimo scontro; annerite a tratti e ferite, s’arrampicano sempre più sopra, quasi volessero raggiungere i cancelli di un paradiso perduto.
E sopra i firmamenti si combatte un’altra battaglia, dove le sopravvissute indicano col capo il delitto in atto. La luce viene spenta come la fiammella di una candela presa fra due dita, e le gocce d’acqua tiepida che l’attorniano come frammenti di specchi vengono spazzate via da un vento crudele, fra cui arrivano foglie rinsecchite e dai colori smunti, che taglienti sferzano le migliaia di dolci granelli sabbiosi dello schieramento opposto. Sono gli elementi che s’assaltano per il prevalere del tempo che, seppur trafitto dagli uomini, non smette di scorrere per vie avverse. Poiché così Estate si ritira nel cantuccio del suo letargo forzato e lascia il posto al deperito Autunno, che dopo Inverno andrà cantando, e veloce Primavera sopraggiungerà nella rinascita, poi ancora di nuovo tutti vittime di questo strano circolo vizioso.
Le lancette si allontanano, come se fossero un unico fascio di stelle, e fra loro nascono rose rosse di sangue che le imprigionano vive fra i loro soffici petali. Come un muro, una porta invalicabile, vengono chiuse in celle frementi, e possono solo osservar fuori dai piccolissimi spiragli rimasti aperti fra una rosa e l’altra. Sono l’occhio del carcerato che sbircia da dietro delle sbarre favoleggianti di profumi freschi, occhio che si socchiude e si nasconde al passare dell’ombra o al sussulto di un passo.
Vive, tremano e si distraggono in vortici confusionari, quasi in cerca di una morte che non pare sopraggiungere poiché protette dalla loro prigione cremisi. S’ubriacano del nettare che esce dai fiori, e che sgorga come liquido nero in fiotti invitanti. Le lancette zampettano fra le corolle, s’impregnano del vino di Venere che viene loro offerto come unico piacere d’amore.
Un vino che pare portato da distanze infère, mondi opposti dove diavoli vestiti di rubini regnano sotto pioggia d’onice, e offrono coppe in cristallo nero riempite di veleni oscuri. Le stesse pozioni che ora, nelle volte celesti, sono concesse ai piccoli angeli dalle ali di trasparente colore. Il fluido del peccato ha attraversato vortici d’aria e ha raggiunto luoghi a lui funesti per mietere ancora offerte maligne dall’animo ignaro.
Ogni lancetta smette d’abbeverarsi dalle rose fonte di candida morte. Ognuna giace ancora una volta ferma e immobile, mentre ciascun fiore scompare, dissolto in briciole di passato. Le lancette cadono, tutte insieme, risucchiate verso la realtà con la forza di un’onda che trascina a riva. C’è solo un tintinnare di sottofondo che viene subito zittito dalla calma della loro rinnovata tomba, bara dove ancora sembrano riposare gli orologi bruciati e arsi in cumuli neri.
I cinque uomini sono rimasti tutto il tempo attorno al giaciglio ultimo, le mani incrociate in grembo, in un’attesa glaciale. Ora, da sotto gli occhiali, due linee di gocce cremisi colano a rigare il volto di ognuno. Dopo, come le punte di un pentacolo, cadono all’indietro sull’erba ormai asciutta.
I fili si riscuotono ad accogliere i loro pesi, e impregnati dell’odore acre di un ardore passato, brillano un poco sotto un sole rosso sangue. Le nuvole sono improvvisamente scomparse, e il disco pare oscuro, con una macchiolina nera vicina all’estremità destra. È piccola, dai contorni netti. Sembra una serratura…
Salt In Our Wounds
Enjoy it :)
Destra. Sinistra. Giusto. Sbagliato.
E poi ancora dritto, verso una via immersa in truce nebbia che ti guarda fra spifferi arrossati dal sangue, giù verso la scarpata dell’oblio che ti avvolge con le sue ali nere gocciolanti lacrime amare. Correre e non fermarsi, fuggire da ciò che ti insegue, essere sempre all’erta fra i graffi dei rovi che incombono come pareti di vetri spezzati, cocci di cuori infranti che ti piovono addosso. Feriscono, tagliano, bevono dai tuoi liquidi sparsi.
Destra. Sinistra. Giusto. Sbagliato.
Si scivola da quell’altura verso cui si cercava rifugio. Ti aggrappi alle radici di quel giovane olmo che sporge verso il burrone, perché non vuoi cadere vittima della tempesta dolce e soffice che ti attende all’abisso. Una bufera di sale che s’attaccherà alle tue ferite, e brucerà insana fino a smembrarti la carne. Dolorosa e terribilmente gentile. È un vortice, un gorgo biancastro che sembra attirarti e allontanarti da una possibile salvezza o la fine. Ma la radice tiene, e piano, mano dopo mano e sforzo di braccia, si è sulla terra ferma e solida di irte spine e sterpaglie. E quindi via verso il labirinto da cui non v’è uscita.
Confusione. Maledetta confusione che schiavizza e non lascia liberi. E se solo si avesse l’arma, la spada, per sconfiggere il nemico di guerra. Eppure non si conosce nemmeno chi manovra questi fragili fili, e le difese sembrano anch’esse finite nella tormenta e distrutte dalla forza dei venti. Si cerca come fermarla, come poter infilzare un bastone negli ingranaggi dell’orrore e poter arrestare il tutto; riappropriarsi delle perdute certezze è ormai un sentiero di stelle: lontano.
Cos’è giusto? È un giro, un tondo fatto di lamiere affilate, questo muoversi velocemente alla ricerca di nuove ali?
Cos’è sbagliato? Amarlo ancora dopo tutto questo caos che t’imprigiona e ti rende vittima ignara, sofferente detenuta di un incubo oscuro?
E ti chiedi se solo vi sia differenza, ora che il pensiero è scandito da un cuore malato, ora che la mente è vago fumo nell’aria. Ora che il tormento è il mostro rinchiuso nella grotta, da dove si sentono solo urli e strusciar di catene. È tutto finito; assurdo come l’improvviso è inaspettato, come l’atteso sa essere l’insensato puntuale dell’incontro col futile fato.
Perché la calma è giunta, sono spuntate le rose, e il sole ha levato il velo del lutto. Le cicatrici restano impregnate del sale che ancora brucia sotto un filo di disgrazia, l’abito è lacero laddove si è scalfito fra gli scrosci di ghiaccio inviati dal cielo. Ma tu sei lì e qualcosa è rimasto, dentro un povero corpo che s’accinge a scavarsi un gracile sepolcro di petali secchi. Un goccio di follia si nasconde nella tenue risata, mentre cadi nella tua semplice bara. E non dici addio, ma l’arrivederci verso una rinascita nell’innocenza fatta d’organza.
Un raggio buca la coltre di sottili nubi, viaggia fino alla lapide in marmo. Accarezza una foto in bianco e nero, sorvola il mazzo di tulipani, sfiora il viso di chi poco fa ti ha baciato. Spirito nell’anima, ha toccato i tuoi resti vermigli dopo la lunga battaglia, e l’amore è tenero nell’approdare verso i porti del cielo. A braccia aperte t’accoglie il destino.
Beautiful
Eccone un altro :) Stavolta è semplicemente bellezza, e amore, piacere.
Sento gocce di rugiada bagnarmi i piedi, nudi, mentre cammino nel prato. L’erba è soffice, di un verde chiaro che risplende ai raggi del sole primaverile, luce accecante e piacevolmente calda sulla pelle.
Il terreno è umido, cede di poco sotto i miei passi. Fra i filamenti nascono piccoli fiori di campo. Ne colgo uno, e il suo stelo si lacera al mio tocco gentile, quasi già fosse pronto ad abbandonare la linfa e le sottili radici. Quasi si fosse concesso a me.
È giovane, pressappoco il respiro si ode fra quei petali rigati di violetto, e le morbide sfere di polline che alla fresca brezza lasciano indietro il rifugio, volano nell’aria cosparsa d’azzurro.
Il cielo è del colore di una tela tinteggiata a sprazzi, dove macchie bianche sono nuvole che sembrano immobili nel quadro della gioia, getti di vernice lanciata nel vuoto. Per guardare in su sono costretta a schermarmi il viso con una mano. Il sole è libero e riesce a splendere incontrastato, e i miei occhi si socchiudono, investiti dal biancore rosato del primo mattino.
Mentre osservo, e navigo col pensiero oltre le volte celesti, laddove un monte ancora imbiancato svetta all’orizzonte, qualcosa s’intreccia alla mia mano per sfiorare con me il piccolo fiore. C’è un sentimento che mi pervade, sono in pace, ora che non sono più sola.
E non ho bisogno di voltarmi per scoprire chi è al mio fianco. Perciò si continua a camminare, a sentire piccoli sassi inframmezzarsi al terreno che riporta segni di piogge passate, e calpestare vite come se si passasse su rose sparse in un sentiero di piume.
Il prato degrada in dolci colline nella vallata, forse sterminata per sguardi che non ammirano dall’alto. E sulla destra, si procede, e ci si imbatte in una folta macchia che è propaggine delle foreste ghiacciate del nord. Sarà il vento che ci guida verso quella direzione, sarà il segreto e l’aura che s’incontra fra i maestosi tronchi. Sarà perché c’è voglia di esplorare, e sicurezza di trovare fresche sorgenti che allegramente gorgheggiano presso cespugli di giunchi e bacche di more.
Passeggiamo mano nella mano fra i percorsi impervi del bosco. Ci si inventa una via per districarsi fra i faggi, i salici, le querce e le elegantissime betulle, regine che con i loro cavalieri fanno un’unica fronda infinita. È il mantello delle foglie che è tetto di ogni selva possente, ove i raggi filtrano e creano ombre e giochi di luce fra muschi e licheni. L’aria è pura e sa di frescura, mentre il dolce e a tratti un po’ aspro sapore di resina si confonde e ci insegue, la scia e il ricordo di impercettibili stille. È quasi il sudore degli alberi, che nel loro infaticabile lavoro ci sanno dilettare ancora, stanchi, con mille suoni e mille odori diversi.
Forse è il sogno che si fa più vero, ma è immutato nel tempo questo essere vivi, semplicemente e senza rancori, il respiro che è tale e il battito che resta, il corpo che muove.
Un maniero fa la sua comparsa, immerso nel fogliame fitto, misterioso poiché distante da occhi indiscreti; e fugge anche i nostri occhi, che s’incrociano come le mani e le dita un po’ più giù,e non badano se non alla musica che aleggia e agli stormi di usignoli che volano metri sopra l’umano.
Mi lascia, d’improvviso, comincia a correre. Sebbene si nasconda, anima mia, fra ogni minimo pertugio, e seppellisca i rumori del passo frettoloso fra gli scrosci d’acqua lontani, e mischi le risate con il passare dello scoiattolo e il cadere di una pigna, sono capace di scorgerlo ancora e ancora, indirizzata dal sentimento e dalla passione. Lo rincorro, ridendo anch’io come il tulipano che s’apre all’accarezzar del giorno, mentre i capelli s’incastrano fra i rami e scivolano, regalandomi sulle spalle scorci di foglie novizie e brandelli di ragnatele, la mia divisa selvaggia.
Brillando del riflesso del mondo, lo agguanto da dietro, e lo costringo a girarsi verso me. Nella radura che ci ha scelto come ara del nostro affetto, luce si riflette a macchie indistinte, illumina il nostro bacio.
E sempre il nostro bacio è che si riflette nella polla d’acqua a distanza di pochi balzi, lì proprio dove ora è caduta la piuma di una rondine passeggera, lì dove un cervo la sera prima aveva assecondato la sua sete, lì dove una notte la luna ha cantato la sua serenata a un lupo solitario. Lì dove ora siamo noi, a dirci “ti amo” nel tempo che scorre, a tacere senza imbarazzo perché coscienti dell’essere uno, insieme, e il se del per sempre.
In Love and Lonely
E ora eccone uno dalla piega fra il realistico e il pessimistico, quasi privato della nota ‘fantasy’, ma spero non per questo meno originale ^^
Dopo che si è conosciuto l’abisso, anche il misero gradino che lo precede viene chiamato paradiso.
La penna vergava in fretta questa sorta di aforisma, volando sulla pergamena leggermente ingiallita dal tempo. Così come, in un attimo fugace, i ricordi vennero ripescati dal loro vortice, tirati a forza dal sacco in cui erano stati rinchiusi e quindi gettati senza indugi nel fuoco della mente.
Il giovane si affaccia dalla finestra, dove scorci di una città spenta lo salutano nella fretta irrisoria dei passanti. Il sole sta per sorgere, e così si sveglia il formicaio che sputa già le sue prime figlie suicide. Il sole sta per sorgere, sì, e rischiara d’azzurro e rosa pallido i primi grattacieli che ne frammenteranno il percorso. Le ombre nascono dove la luce comincia a sfiorare il lampione, a girovagare sull’autobus, a salutare da lontano l’inserto pubblicitario.
Con lui c’è la reminiscenza di una ragazza in lacrime. Pare disperata, ogni tanto fra i singulti spunta un grido mal represso, non ci sono fazzoletti ad asciugare le sue guance ormai fradice.
Il giovane non se ne preoccupa, ma continua a seguire i raggi che decorano di un nuovo chiarore il grigio delle zone urbane. Si odono già i primi clacson, gli sbuffi dei tram, il continuo rollare della metropolitana che si sporge dai sottopassaggi. Si accende con tranquillità una sigaretta, aspira il fumo con fare nervoso, scocciato.
Il lamentarsi della ragazza si fa più mesto, per poi spegnersi del tutto.
«Hai finito?» le chiede. Le si avvicina, abbandonando la cicca sul davanzale. Le porge un pacco di fazzoletti mezzo svuotato.
«Sì.» balbetta appena, non è sicura. Tira fuori uno specchio dalla borsa per aggiustarsi la matita, che fra le lacrime ha lasciato buffe macchie scure sul suo volto.
«So com’è.» dice lui, gli occhi quasi socchiusi, una smorfia di tristezza che compare nella linea sottile delle labbra.
«Com’è cosa?»
«Amare ed essere soli.»
A lei sfugge una risata. Cerca di nascondere il fallimento, l’agonia che l’ha portata allo sfogo di pochi attimi prima. «Io non sono sola.» Con un velo appena steso di trucco, sembra riagguantare la sua maschera impassibile, tornare indifferente, pronta a venire accolta nell’irrilevanza di qualche piano più in giù, laddove farà parte del quadro in movimento che si scorge dalla finestra.
«Lo sarai presto, se non la smetti.» Un monito. Forse servirebbe
anche a lui, preda, vittima identica, anch’essa restia ad ammettere il tutto.
«Smetterò quando ne avrò voglia.» Prende la giacca firmata e se ne va. Come se niente fosse, si aggiunge alle altre pedine, si lascia manovrare con la consapevolezza di essersi offerta volontaria. Se sono gli altri a prendere per noi le scelte, seguirle, agire di rimando è più facile e semplice.
Il giovane si riappropria del pacco di fazzoletti, utilizzando l’ultimo rimasto. Non c’è pianto ad intingerlo d’orrore, ma quel che può l’inchiostro di una biro.
Ora anche il mio paradiso se n’è andato. E scappa il mio ultimo amore, così come lei si è lasciata sfuggire il suo.
La carta sottile viene gettata fuori dalla finestra, vola nella leggera brezza che forse spira anche per luoghi migliori, si lascia trasportare per cadere nell’abisso, colomba bianca ridipinta dell’arancio di un mattino assolato. Come se un piccolo appartamento in un anonimo quartiere fosse l’ultimo appiglio ai sogni, o l’ultima isola incontaminata. Come se l’osservare tutto dall’alto mettesse una barriera fra noi e il mondo, quando invece è solo cemento che ci circonda e unisce di un legame fasullo.
È proprio vero che ci stiamo illudendo.
Beyond Redemption
Si comincia a sfociare nell’horror…
Un grido squarcia l’aria. Nel vicolo, al buio di una luna nera, s’imprime un silenzio sovrannaturale.
Una giovane vestita di stracci stringe nella mano destra un cuore. Lo si vede quasi pulsare, vibrare morbido nella sua stretta massacrante. La sinistra tiene un pugnale insanguinato, l’impugnatura intarsiata a formare il volto del diavolo.
Gli occhi della ragazza sono rossi, così come i rubini incastonati nell’arma di Satana.
Il cuore palpita, veloce, ritmico, non muore. Il suo battere è incessante, lo si vede fuoriuscire dalle fessure fra un dito e l’altro della mano della fanciulla, le vene lacerate pompano fuori fiumi di sangue. Finché non si trasforma in pietra, fredda e gelida, che assorbe nel suo tenue grigio ogni stilla, immobilizza la vita, la conserva al suo interno come una briciola intrinseca circondata da meste dipartite.
La giovane getta il sasso contro il muro, lo guarda frantumarsi in una polvere sottile e lasciare un solco nel muro di mattoni.
È carponi, non riesce ad alzarsi perché debole, sporca e lercia, con i capelli oleosi e neri raccolti in ciuffi selvaggi. È una belva prigioniera della civiltà. Striscia sul lastricato ruvido, muove come un animale a caccia i suoi arti sproporzionatamente lunghi.
Sul suo viso nasconde cicatrici dalle forme sensuali, che quasi scintillano nella notte buia, piccoli tagli sulla pelle scura che la interrompono a tratti.
Quello stesso viso un tempo conteneva bellezza e splendore, ora strappati e laceri come cenci di naufraghe vele; quegli occhi nascondevano l’entrata di un paradiso segreto, adesso marcito nel solitario sepolcro di un odio insano.
Nella stretta e deserta stradina trova una porta dimessa. Batte spenta le nocche sul legno mangiato dalle tarme e che trascina i segni di un incendio passato, la sua forza di pochi istanti prima smorzata da poteri assurdi, incomprensibili, trascendenti dal male.
Apre qualcuno.
«Redenzione» grida con voce roca, da arpia agonizzante, «Redenzione per la figlia del Dio!»
L’uscio si richiude con uno scatto secco.
La ragazza cade sul selciato. Si addormenta a pochi passi dal suo tentativo mancato, scossa da tremori nervosi figli dell’incoscienza.
Poco dopo, scende una figura dal cielo. Ha ali d’angelo dipinte di nero. La prende in braccio e la conduce con sé ancora assopita, imprigionandola dentro un cimitero cupo, circondato da floridi cipressi. Dall’alto del suo volo, la lascia cadere nel campo dei morti.
Lei si sveglia, si volta stranita, finché non comprende. Vorrebbe alzarsi, urlare, fuggire da quel luogo.
Ma riesce solo a mormorare fra le labbra secche - preghiere inaudite. «Redenzione» invoca, «Redenzione per la figlia di Dio.»
When Love and Death Embrace
Ecco un altro racconto. Mi impegnerò a scriverne molti e a ritmi serrati, quindi ditemi se il genere vi piace. Altrimenti accantono il progetto e passo ad altro, o almeno trattengo questi deliri solo per me :)
Su, possibile che su 17 lettori fissi al precedente post abbia commentato solo uno?
L’acqua scorre, si riversa sul lavandino unto. Viene inghiottita dallo scarico, va via. Se ne va per essere sostituita da altra semplice acqua; così, in un ciclo continuo, interminabile finché qualcuno non avrà l’accortezza di chiudere il rubinetto.
La ragazza giace di fronte allo specchio, e osserva. Puntellandosi con le mani sui bordi del lavabo, fissa l’acqua che l’abbandona e che scorre in continuazione, indisturbata. I suoi pensieri sono lontani con le gocce dei minuti prima, forse hanno già raggiunto l’accogliente oceano dove non si è più soli o piccoli, ma parte del tutto.
Non si scorge il viso, coperto dai capelli biondi che le ricadono ai lati, poggiano sulle guance, si uniscono in ciocche deformi e spettinate.
L’abito è bianco, e bianco è il dolore.
Si dirige fuori dal bagno. Chiude la porta sull’uscio, e il clangore di una serratura vecchia riempie per un attimo il silenzio.
Le pareti del corridoio sono dipinte di un rosso spento, scolorito, a cui mancano pezzi d’intonaco. La giovane percorre a passi lenti il varco, al suo passaggio le lanterne giallastre si spengono con un ronzio. Dietro di sé è morte, buio che dilaga al suo procedere. Le ballerine rosse lasciano scie di sangue vermiglio, orme che s’imprimono e si ampliano come macchie sul tappeto consunto.
Al centro del corridoio, sul lato sinistro, è addossato un tavolino in legno. Sulla sua superficie si notano i cumuli di polvere, piccole sfere che vibrano leggermente al respiro della ragazza. Si ferma. Un altro specchio, contornato d’oro, la attende. Lei non lo guarda, non ancora, e apre il cassetto del mobile. Dentro c’è un giradischi, ma nessun vinile aspetta di essere suonato. Lo prende fra le mani e lo alza con cura, soffia con forza per scostare lo sporco degli anni, e una nuvola opaca si riversa verso il vetro riflesso.
Abbraccia il grammofono concedendosi un sorriso. Ricomincia la marcia, su per le scale dai gradini scricchiolanti e con il corrimano dalle colonnine spezzate. Continua fra il vagare nelle stanze dalle pesanti tende di broccato che si chiudono all’improvviso al passare della ragazza. Si conclude nella soffitta colma di oggetti inutili, rotti, dimenticati. L’unico luogo in cui, dalla minuta finestra ogivale, riesce a entrare un raggio di sole. Il pulviscolo vola, è mare di piume di colibrì bianchi.
In un cassettone, attendono schieramenti di dischi pronti a rompersi nel loro girare imperterrito, nel loro ultimo sordo rumore. Il nero luccica, invita a venire toccato, agguantato. Fremono i vinili, si agitano, è terremoto di suoni ancora da esprimere.
S’inginocchia. Mentre cerca di scegliere, i suoi palmi diventano rossi di sangue, imbrattando l’impiantito e tutti gli oggetti. Tutti tranne uno. Un solitario 33 giri quasi protetto dall’ombra. Pare una spenta e monotona canzone d’amore, una sciocchezza, direbbero alcuni. La giovane lo afferra, lo imprigiona quasi nella morsa del giradischi.
Ora, che la musica trovi la sua strada.
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