sabato 28 novembre 2009

PostHeaderIcon A voi capire...

...di che cosa sto parlando ^^


Quando il suo sorriso tocca la vita, non v’è giustizia. Che tu possa viver in eterno, giovane! Che il tuo magnifico viso, e le labbra scarlatte, come fiori vermigli, e i tuoi occhi di ghiaccio, come acqua nel fiume; che essi vivano per sempre! Ma, giovane, non deturpare la tua anima… rendi schiave le tue donne, e trascini all’inferno i tuoi amici. Perché fai questo? Nel piacere che cerchi deve pur esserci un tocco di bontà. Ma come biasimare, o solo creder di cambiarti (e, addirittura, rimproverarti! Chi sono io?), quando io per prima cado prigioniera della tua bellezza.

Rimpiango la notte in cui squarciasti la tua anima. Mai perdonerò il tuo gesto, se solo si potesse tornare indietro… sarà perché il degrado, il Male che reincarni e la deliziosa passione che adoperi nella rovina; sarà che essa mi ha stregato più del tuo viso da fanciullo?
venerdì 27 novembre 2009

PostHeaderIcon Waiting for Christmas

Il Natale è una delle feste più amate e celebrate al mondo, che siano bambini o adulti, tutti amano questa festa. Perchè rende allegro un altrimenti povero e buio inverno, e lo colora con le sue luci multicolore e gli abeti vestiti a festa. Perchè, nonostante sia stata trasformata in una festa commerciale (una fine che ogni festività attende, ma a cui nessuna aspira), trattiene quel poco di spirito e lo rilascia gradualmente, donando sorrisi un po' ovunque.
Il Natale è un dono prezioso, e chi è nato e cresciuto con la contemplazione di tutte le tradizioni legate ad esso, è consapevole di non saperne fare a meno.
Il Natale è momento di riunione, dove le famiglie addobbano alberi e creano presepi, dove le madri cucinano i piatti tipici, dove i bambini attendono la preziosa neve.
Il Natale è anche attesa, magari manifestata da un lucchichio egoista negli occhi davanti a qualche regalo, oppure semplice comunione aspettando la Messa di mezzanotte.
Per me il concetto natalizio è un po' diverso, si tratta di tornare in Polonia, più che altro. Si tratta di aiutare mia madre ad addobbare tutta casa e giardino, ed è poca cosa dire che è una faticaccia, e ci mettiamo quasi sempre una settimana o anche più.


Ecco quindi alcune foto del nostro work in progress...


La scalinata in marmo che porta al piano superiore con le camere da letto.


L'albero di natale che abbiamo allestito nel salone.


Il mini-presepe in cartapesta.


Il bellissimo angelo in cartapesta, il mio preferito, con come sfondo l'albero.


E l'ultimissima: l'abete bianco che abbiamo in giardino, con luci e decorazioni sui colori argento-blu.

Per le altre foto dovrete aspettare un po', primo perchè molti addobbi sono da finire, secondo perchè per le foto in giardino sto cercando la luce giusta, perchè di notte sfoca troppo e vengono male.

lunedì 23 novembre 2009

PostHeaderIcon Tyrsek, la bussola del cielo VIII


L'ottavo episodio, alquanto esiguo anche questo. Consideratelo un piccolo assaggio prima di postarvi un pezzo più interessante :)


Stormi di gabbiani si incrociavano con altrettanti gruppi di pipistrelli scuri come petrolio, e combattevano nei cieli nebbiosi della città. Numerosi i caduti che negli ultimi respiri si lasciavano trascinare dalle correnti, stillando un liquido dorato dalle ferite, che come brillanti spargeva i tetti delle case del suo luccichio blasfemo. Gli stridii degli uni incontravano i lamenti degli altri, nella battaglia dei popoli del mare contro le creature delle grotte. Lontani i tempi in cui le acque lambivano le superfici corrose delle caverne, plasmando l’unico dominio delle due razze.
I candidi gabbiani sbattevano le ali, e le loro piume volteggiavano nelle stradine sottostanti, mentre odi gregoriane scandivano il ritmo del conflitto, giunte dalle profondità dei templi sotterranei.
I pipistrelli uncinati aggredivano i nemici con i loro denti e gli artigli, lacerandone i petti, mentre rulli di tamburi e di chitarre elettriche sottostavano al canto celeste.
Lo scontro monocromatico proseguiva atono, senza vinti o vincitori, e solo una figura umana assisteva avvolta in un mantello dall’alto di un tetto, ignara che quella fosse la guerra che da anni campeggiava nel suo cuore, ormai prossimo alla deflagrazione.

Il Veggente si alzò sudato dalla branda. Ancora un altro sogno inspiegabile, forse più di tutti quelli che l’avevano preceduto. Immerse le mani nell’acqua gelida che scorreva dal rubinetto, per poi bagnarsi tutta la faccia. Si guardò allo specchio sopra il lavandino, che rifletteva la sua immagine sfocata, e constatò nuovamente il suo stato. I capelli castani erano bagnati, e più ciuffi ricadevano sulla fronte, lasciando scorrere piccole gocce d’acqua che si posavano fra le lunghe ciglia, per poi proseguire sulle guance come lacrime amare. O forse con esse si confondevano, speranzose di lavare le preoccupazioni, di lenire i dolori, di schiarire i segni scuri che circondavano gli occhi dell’uomo. Si udì un sospiro nel silenzio della camera buia.
Nella stanza attigua, Kendra si girava nel letto, incapace di cadere in un sonno senza incubi.

“Dormito bene?” chiese Elynar con voce allegra, rimestando col cucchiaio il latte nella ciotola. La sua misera colazione.
Kendra sbuffò, le gambe accavallate e la sedia leggermente discosta dal tavolo, già vestita di tutto punto. Addentò una mela, e non disse altro. Di fronte a lei il Veggente la guardava sottecchi, evitando accuratamente di accennare alla notte appena trascorsa. Sembrava che in quella situazione solo il Luminare fosse capace di chiudere occhio durante notte. “Vado a portare un po’ di sangue fresco alla Sam-rjah.” Disse il Veggente, e così dicendo lasciò il tavolo, senza aver toccato cibo.

“Perché non lo assorbi direttamente?”
L’uomo sostava appoggiato alla parete, ed osservava incuriosito il demone che succhiava il sangue da un recipiente di plastica. Piccole linee scure colavano dai lati della bocca, ma non avevano tempo di prolungarsi sul collo che già erano assorbite dalla voracità della Sam-rjah.
“Perché così c’è più gusto.” Rispose il demone, la voce cristallina e leggermente rimbombante che si confondeva con il suono gutturale del suo respiro in estasi.
Avevano deciso di rinchiuderlo in una stanza sotterranea, quadrangolare, e da cui si accedeva per mezzo di un pannello di vetro scorrevole. Le misure di sicurezza consistevano solo in una barriera elettrica prontamente eretta da Elynar, che impediva anche alla Sam-rjah di estendere i suoi poteri. Per la pericolosità della razza era strano che fin’ora si fosse mostrata così accondiscendente, Kendra aveva accennato al fatto che gli individui femmina erano di natura più propensi alle trattazioni e al ragionamento, la quasi immortalità infondeva loro una calma ulteriore che acquietava i bollori demoniaci.
“Chi devo ammazzare?” chiese d’un tratto, interrompendo i fili di pensieri del Veggente.
“Prima di tutto, una spia.” Rispose.
“Sì, ma chi? Non posso andare a succhiare il sangue a destra e a manca cercando di beccare la tua spia, anche se mietere un così consistente numero di vittime non mi spiacerebbe… ho bisogno di indicazioni.” La vena ironica della Sam-rjah e la sua impazienza gli ricordavano Kendra, entrambi due fuochi rinchiusi in altari di ghiaccio. Ciò lo fece leggermente sorridere, mentre con una mano carezzava la barba di pochi giorni, ruvida e quasi pungente al tocco.
“A questo non ci avevo pensato. Ti mando Elynar, lui ha delle registrazioni del circuito di telecamere, lì potrai vedere la tua preda. Spero ti basti.”
“Sì. E portami altro sangue.” Ogni parola del demone pareva un ordine, ma il Veggente sapeva fin troppo bene qual era il limite per giocare. Lasciò la Sam-rjah sola e andò a cercare Elynar, ignorando l’ultima richiesta che gli era stata fatta.
martedì 17 novembre 2009

PostHeaderIcon Tyrsek, la bussola del cielo VII


Ecco a voi un nuovo episodio del mio raccontino fantascientifico :)
E anche abbastanza lungo per compensare il precedente ^^
P.s.: per l'aspetto della Sam-rjah ho leggermente preso spunto da un personaggio di World of Warcraft, che potete vedere qui.
P.p.s.: ho aggiornato i sondaggi con i miei nuovi lavori, se volete votate nuovamente.


“Elynar, tu sei un Luminare, giusto?” il Veggente misurava a grandi passi la stanza, i tonfi della sua silenziosa marcia coperti dal fischiare delle macchine.
“Rinnegato, ma pur sempre un Luminare.” Affermò l’altro, annuendo.
“Bene” rispose il Veggente. Si teneva il mento con la mano, il cappuccio calato che lasciava scoperti i suoi capelli castani. “Dobbiamo trovare un modo -uno scudo, qualsiasi cosa- per bloccare il potere della Sam-rjah. Se Kendra riesce a liberarla, non sarà capace di controllarla a lungo.”
“Di quel che si dice in giro è una Sacerdotessa con grandi doti.” Disse Elynar, osservando di sottecchi il Veggente.
“Sì, ma lo stesso non all’altezza di un demone. Hai qualche idea?” L’uomo si fermò, aspettando che il Luminare reietto parlasse. Passò qualche minuto, in cui Elynar trafficò con i monitor che circondavano la sua postazione. Poi disse: “Si potrebbe creare un campo elettromagnetico attorno alla Sam-rjah. Però in tal caso dovrà essere liberata in questa stanza, e il rituale che la evocherà dovrà essere effettuato a scudo attivo.”
“Questo significa che Kendra si troverà all’interno…” constatò il Veggente.
“E dovrà rimanerci finché non troveremo un accordo. Anche se non credo che il demone le darà una buona accoglienza.”

La donna rovistava spasmodicamente negli armadi, usciva libri dalle teche per poi gettarli a terra. “Maledizione!” Imprecò. Non era facile trovare ciò che cercava, e per di più il Veggente le aveva dato solo mezz’ora di tempo. Finalmente, sullo scaffale più alto di una libreria logora, vide la pergamena che le serviva. Era un manoscritto piuttosto rovinato, che doveva avere molti anni, come tutti i libri di magia del resto. Nella scrittura fitta c’erano tutte le istruzioni necessarie per sciogliere i sortilegi che potevano relegare un demone in un corpo inanimato.
Kendra estrasse delle candele nere da un armadio, mentre da un altro prese una sorta di tovaglia quadrata di feltro, con inciso sopra un pentacolo. Ordinò su un tavolino tutta l’attrezzatura che le serviva, comprese alcune boccette contenenti polveri colorate. Fu quando stava per predisporre tutto al centro della stanza che il Veggente entrò, senza bussare.
“Prendi le tue cose, farai il rituale nel laboratorio di Elynar.” Disse con voce impassibile.
“Perché?” chiese la donna, rimanendo immobile, le cinque candele strette fra le braccia. “C’è un modo per limitare il potere della Sam-rjah senza che tu sprechi i tuoi poteri, però per farlo abbiamo bisogno delle macchine nell’altra stanza. Seguimi ” e detto questo il Veggente prese alcuni oggetti per aiutarla e si diresse da dove era entrato. Kendra gli venne dietro senza protestare: abbandonare il suo antro mistico era poca cosa contro l’ira demoniaca che avrebbe affrontato. Un aiuto in più non poteva nuocere.
Preparò l’occorrente a terra, nel luogo che il Luminare le indicava. Stese il panno con il pentacolo, la rosa al centro di esso, e a ogni punta della stella accese una candela. Le piccole volute di fumo vennero immediatamente circoncise all’interno, e formavano quasi un muro di vapore circolare attorno al drappo. Dopodiché chiese al giovane se poteva iniziare, ricevendo un limitato cenno di assenso. Contemporaneamente prese a percepire una forza estranea sempre crescente, e si accorse dell’ulteriore barriera adamantina che si era creata fra lei e il resto della stanza. La associò come lo scudo di cui aveva parlato il Veggente, e senza soffermarcisi troppo riprese il rituale. Sussurrava parole incomprensibili, e il fumo delle candele si muoveva alterno con esse. Una polvere vermiglia con dei granelli color onice fu sparsa in cerchio, poi Kendra chiuse gli occhi, le mani congiunte. Si poteva dire un rito di magia nera, tanto la donna somigliava sempre più a una strega, i tratti del volto tesi, le labbra rosse come un bocciolo di fiore stese in un ghigno. L’aria all’interno della barriera era densa, e danzava macabra al ritmo della voce della Sacerdotessa. La polvere si trasmutò in un serpente dagli occhi di sangue, fari struggenti nella notte. La serpe si avvolse su sé stessa, si strinse con spasimi e scatti angosciosi, vibrava in attesa del colpo mortale che di lì a poco sembrava avrebbe scoccato. Invece si limitò a continuare a volteggiare nell’aria, sibilando il suo odio. Con cerchi concentrici cominciò a misurare lo spazio delimitato dai ceri, spostandosi sempre più in alto e creando con il suo corpo oscuro e senza fine una colonna impenetrabile avvolta dal vapore, togliendo la rosa dalla vista.
Il tempo parve fermarsi, non si riusciva a scorgere nulla con anche una sola parvenza di movimento. Poi, all’improvviso, il serpente si dissolse e le candele si spensero, lasciando al suo posto una creatura orripilante. La rosa giaceva avvizzita ai suoi piedi, così deturpata e secca che si sarebbe trasformata in polvere anche al tocco di una bambina innocente. Benché avesse svolto il rituale seduta sul pavimento, Kendra si accasciò un attimo, con un respiro forte e affannato che le squassava il petto. Alla vista della Sam-rjah, però, si riprese subito, e senza recuperare gli occorrenti dei rituali si scagliò contro la barriera, con in mente l’unico pensiero di allontanarsi da lì il più presto possibile. Grande fu la sorpresa quando le sue mani toccarono un muro evanescente, ma invalicabile. Il Veggente sorrideva leggermente, e Kendra comprese. Era in trappola.
La mostruosità del demone, ancora confuso, contrastava con la bellezza inconcepibile del suo corpo, che richiamava le sembianze di una donna. Gli arti lunghi, con mani e piedi artigliati; il corpo sinuoso, gli occhi completamente bianchi tanto da non poter distinguere dove si dirigeva il suo sguardo. Un paio di ali diafane da pipistrello erano chiuse sulle spalle ossute. Il volto della Sam-rjah incontrò la paura impressa in quello di Kendra, che picchiettava invano sulla barriera. La donna ebbe un momento di dolore acuto, e fu prossima a cadere in terra, ma qualcosa la trattenne. Eresse a sua volta uno scudo protettivo prima che fosse troppo tardi, e così si accucciò lontano dal demone. Era stata liberata da poco, ma la Sam-rjah aveva già tentato di rimediare un po’ di sangue per il suo corpo provato da secoli di astinenza. Il suo respiro era colmo di collera repressa, usciva in rantoli raspanti come il fiato di un drago di dimensioni immani, e Kendra non si sarebbe stupita se avesse visto delle fiamme uscirle dalle narici.
La donna si era indebolita, un po’ per il rito complesso, ma anche per l’attacco a sorpresa. Abbassò per riflesso lo sguardo sul suo petto, lì dove una sottile catenina reggeva una collana dalla forma di un serpente alato dalle fauci spalancate, e che tratteneva fra le sue spire una boccetta colma di un liquido rosso. Da che ne aveva memoria, l’aveva sempre portata al collo, ma la fiala l’aveva riempita lei stessa pochi anni prima. Subito si accorse che adesso era piena solo per metà, e inveì pensando che se non fosse stata così pronta di riflessi ora ne sarebbero rimaste solo poche gocce. Quella collana era ciò che di più importante possedeva, e non poteva permettere che un insulso demone succhiasangue la rovinasse. Indusse uno sguardo eloquente al Veggente, mentre dalle mani si diramavano piccoli fulmini a protezione della Sacerdotessa.
Il demone intanto aveva raccolto la rosa da terra, e ora stringeva in pugno le sue ultime polveri. Sorrideva compiaciuto, scoprendo lunghe fauci immacolate. “Sam-rjah, ascoltami.” Proruppe all’improvviso il Veggente, mantenendo il suo solito tono che difficilmente ammetteva repliche. “Abbiamo bisogno del tuo aiuto.” soggiunse. “I tuoi poteri adesso sono relegati allo scudo magnetico, ma se ci darai la tua parola d’onore rifocilleremo il tuo organismo con tutto il sangue che vorrai. Ci sono persone, al mondo, che abbiamo bisogno di eliminare senza lasciarci scoprire, e in questo la tua razza è forse la migliore, e l’unica. Se rifiuti, manderemo delle scariche elettriche all’interno dello scudo che ti uccideranno all’istante, o peggio ti rilegheremo in un altro oggetto a patire nuovamente la fame. Non hai bisogno di sapere altro, credo.”
Il demone osservava piuttosto tranquillo la stanza e le due figure oltre la barriera. I visi del Veggente e di Elynar erano rischiarati da lievi bagliori azzurrini. La Sam-rjah, immobile, sembrava ponderare la questione. Sebbene la sua razza fosse relegata in un pianeta lontano e isolato quasi da tutti gli altri, non era raro che venissero assoldati come mercenari: i loro omicidi non lasciavano tracce, di alcun genere. Inoltre il demone non poteva permettersi ulteriori riflessioni, aveva fame, una fame accecante che solo la rosa aveva potuto mantenere in vita per tutto questo tempo, oltre ogni aspettativa. Una Sam-rjah può essere uccisa solo dalla denutrizione o dall’elettricità, perché c’erano alcune sostanze nella dura corteccia della loro pelle che reagivano male alle scariche, e lasciavano deflagrare il fenomeno a una velocità esorbitante. Dopodiché erano immortali, il che le rendeva ancora più pericolose.
“E sia.” Risuonò una voce nell’aria. Le labbra del demone non si erano mosse, ma le parole erano risuonate tutte attorno e sembravano ancora rimbombare nelle menti dei tre umani. Era una voce soave, quasi malefica, che strascinava le lettere esse e produceva un eco breve ma assordante. “Portatemi il cibo.” aggiunse poi, passandosi la lingua biforcuta sulle labbra carnose.
sabato 14 novembre 2009

PostHeaderIcon Tyrsek, la bussola del cielo VI


Come brano è cortissimo, e me ne rendo conto. Ho avuto poco tempo per prepararlo, e ho dovuto prestarci più attenzione perchè vengono svelati degli aspetti più pratici, attinenti al mondo del Tyrsek. Aspetti dove non posso errare e devo cercare di far incastrare i pezzi alla perfezione, visto che l'ambientazione sta prendendo la piega di una Terra post-futuristica. Insomma, se c'è qualche incongruenza, errore di vario genere, segnalatela. E in tal caso perdonatemi :)


Se si affacciava a una delle numerose aperture e volgeva lo sguardo verso il basso, Kendra poteva osservare una città capillare che si estendeva fino all’orizzonte, fatta di rovine antiche, edifici recenti e templi tirati a lucido. Un assemblaggio in cui si faticava a trovare un nesso, un luogo dove tutte le epoche si congiungevano per crearne una nuova, forse più potente e maestra, in cui scegliere quando e come vivere. Ma l’aspetto non scusava le dure regole di quel posto, terra martoriata da secoli di incomprensioni, in cui il rigido principio della libertà individuale si era fatto strada nel tempo, accompagnato da leggi ancor più assurde che dichiaravano il possesso dei primogeniti allo Stato. Una confusione totale, intrico dei problemi dell’uomo; una matassa in cui potevi solo affogare, e mai emergere. Questo Kendra lo sapeva bene.
Per lo sviluppo dell’umanità era stata sancita una norma, inflessibile: i primogeniti erano figli assoluti della scienza e della magia, e fin da piccoli sarebbero cresciuti compenetrandosi con esse. I maschi venivano rinchiusi in roccaforti di ferro, dove imparavano a distillare soluzioni e creare armi, o semplicemente a maneggiare la tecnologia ed amarla. Le femmine venivano portate ai templi d’oro, dove apprendevano magie e sortilegi, maledizioni, pozioni e tutto ciò che la scienza non avrebbe potuto fare. Si sperava che queste due fazioni, collaborando insieme, creassero un connubio perfetto che avrebbe svelato i misteri dell’uomo. E così era stato.
Questa regola vigeva da poco, e non vi erano Sacerdotesse o Luminari (così venivano definiti i giovani) che superavano i trent’anni di età. La Legge veniva considerata come tale, e non vi erano mai state proteste di alcun genere. I primogeniti venivano istruiti all’interno delle rispettive Accademie, e non avevano possibilità di conoscere realtà ulteriori da mettere a confronto. I genitori, d’altro canto, fornivano di spontanea volontà i figli; la maggior parte rifiutava di incontrarli in seguito, come dimenticandoli, obliando il loro ricordo.
Kendra soffermò il suo sguardo su un tempio leggermente rialzato, avvolto da un’aura di potere. Riluceva di riflessi aurei, e il suo aspetto rimandava all’epoca classica, millenni orsono. Ghirigori argentati percorrevano le austere colonne, come acqua che scorre sul corpo di una ninfa, la dolcezza della seta che scivola dalle mani.
Lì la donna aveva trascorso i suoi primi diciotto anni di vita, ma la facciata dolce del tempio fungeva da anticamera all’inferno; sotto la collina vi erano corridoi e caverne umide, le ragazze erano costrette a passare le notti in piccoli anfratti, a volte anche privi di sbocchi all’esterno. D’altra parte, alle Sacerdotesse, seppur novizie o prossime al congedo, era concesso il libero accesso a ogni stanza, e non di rado avevano ore da trascorrere in giro per la città o da dedicare alla cura personale. Nella comunità magica erano usi esserci tali contrasti, le privazioni venivano puntualmente mitigate con piccole possibilità di svago. Era come accontentare un bambino orfano con un giocattolo: l’ingenuità del momento poteva farti credere che fosse un buon gesto, ma poi tutto ritornava uguale a prima, o forse ancora peggio.
Non si poteva decidere il proprio destino lavorativo: dopo gli anni di addestramento alla magia, esercitavi le pratiche da Sacerdotessa come un mercenario assoldato al peggiore dei nemici, con le varie parti che si disputavano la maga migliore. Alcuni gruppi di ragazze venivano spedite a lavorare con i Luminari, altre sceglievano liberamente come impiegare il loro potenziale magico. Lei era stata reclutata dal Veggente. Un puro caso, visto che non andavano per niente d’accordo.
Erano questi i pensieri che le attraversavano la mente, vecchie reminescenze del passato che ogni tanto facevano capolino dall’antro dei suoi ricordi.
Si voltò di scatto, dirigendosi a uno degli armadi accostati alle pareti. Non valeva la pena perdere tempo inutilmente. Ancora una volta il suo lavoro la chiamava, e ancora una volta non poteva che assecondarlo.
mercoledì 11 novembre 2009

PostHeaderIcon Fato e Destino II: il mito


Questo post è per lo più riferito al suo precedente, o almeno è da esso che trae spunto. Negli ultimi versi si fa riferimento a "Fato che confabula con Destino", benchè siano in verità una cosa sola. Il dubbio me lo ha fatto sorgere mia sorella, che appunto mi ha chiesto la differenza fra i due... mettendomi addosso un complesso che necessitava di essere spiegato :)
Non sono un'esperta di mitologia, e non pretendo di esserlo. Ho cercato di informarmi per far quadrare il mito con gli altri diffusi nella cultura greca, e nonostante tutto potrebbero ancora esserci delle incomprensioni che pregherei di farmi notare. Nella mitologia Fato e Destino sono solo due nomi associati a un unico Dio, poi impersonato dalle Parche Cloto, Lachesi e Atropo.
Il mio mito ha solo alcuni riferimenti reali, e non è una riscrittura di credenze già diffuse.
Ma non stiamo qui a divagare... buona lettura ^^


Nelle Ere degli Dèi, quando gli onnipotenti giostravano con le ingiustizie del Mondo, fra le grotte più buie del Monte Olimpo, il Dio Caos e la Dea Notte si possederono. In quel tempo di passione, da quel congiungimento fatale, nacquero due fratelli gemelli: Fato e Destino. Molti li confondono come un solo individuo, e così è stato per lunghe epoche e ancora ora, ma pochi sanno che agli albori erano due entità separate.
Fato, figlio della forza, grande e imperturbabile. Egli amministrava le vite degli umani e persino le discordie degli dei come un fanciullo conta le decine con l’abaco.
Destino, figlio dei sentimenti, insicuro e indeciso. Egli mitigava le decisioni del fratello spartendo letizie e vittorie con saggezza d’animo, e a volte permetteva che il libero arbitrio rivedesse il futuro già prescritto.
Non correva buon sangue fra i due, e le scelte dell’uno contraddicevano con le scelte dell’altro. Ma Fato e Destino, alla stregua di due facce di una stessa medaglia, procedevano nel loro lavoro incauto, perché unici sopra gli altri, e indispensabili per le sorti dell’Universo.

Un giorno, mentre camminavano affiancati per le vie di un villaggio affetto da una grave epidemia, disperdendo i morti fra le viuzze e i vicoli infangati, si imbatterono in una vecchia che sbarrò loro la strada. Le rughe solcavano il suo volto, come pieghe di una coperta logora. Gli occhi infossati presero ad osservare i fratelli, li oltrepassavano per scrutare nelle loro menti. Così diversi… eppure così inseparabili. L’anziana donna, vestita di stracci strappati in più punti, proseguì incespicando con la sua andatura lenta e caracollante, senza però distogliere lo sguardo dai due imponenti giovani.
Fato uscì un mazzo di filamenti di lana dalla sacca che portava a tracolla. Ogni filo equivaleva a una vita umana, e un taglio poteva cessarne il corso. Tale compito poi passò alle Parche, ben più severe del suo predecessore; ma questa è già un’altra storia.
Fato districò la matassa per cercare il filo che corrispondesse alla vecchia che avevano appena incontrato. Era di una lana spessa e scura, forte, tessuta dalla pecora più saggia del branco.
“Fratello, cosa fai?” chiese Destino.
“Tolgo la vita a chi non ne ha più bisogno.” Rispose con voce perentoria l’altro.
Ma Destino, sempre dalla parte dei deboli, non desistette: “Non vedi che quella donna è la più sana del villaggio? Non merita di morire insieme agli altri.”
Le forbici di Fato si stavano già chiudendo sul filamento nella loro morsa fatale, ma il giovane preferì rimandare il momento per chiarire la situazione col fratello. “Se non vuoi, Destino, farò come meglio credi. Ma il suo futuro è ormai segnato dalla vecchiaia e, se non oggi, domani dovrò tagliare il filo.”
“Attendi ancora pochi giorni, fratello. La sua più adorata figlia sta per partorire un primogenito maschio, e non c’è gioia più grande che assistere a una vita che viene al mondo, prima di esalare l’ultimo respiro!”
Discussioni del genere erano pane quotidiano fra i due fratelli, e il più delle volte Destino faticava a raggiungere compromessi. Anche quel giorno Fato ebbe la meglio, e la vita della vecchia fu stroncata pochi minuti dopo il loro muto incontro.

Ma fu ben diverso l’episodio che li fece unire.
Destino si era invaghito della bellissima Pleiade Alcione. Quando, secondo il mito, Fato prescrisse che le sette ninfe attendevano una sorte da colombe, per sempre allontanate dalla loro natura terrestre, il fratello già da subito non fu d’accordo. Le parole si sprecarono, e nella loro dimora risuonarono acuti strilli e imprecazioni: ormai non v’era più nulla, eccettuato il legame di sangue, ad accumunare i due.
Eppure, Destino aveva errato. Per chi amministra il futuro non può esserci vita propria, ed è tenuto a dedicarsi al suo dovere senza risentimenti. Ma il giovane, incauto, aveva ceduto alla bellezza ammaliante di Alcione, ed ella, approfittando dei poteri dell’uomo, giacque con lui, e lui solo mentì di amare. La bella Alcione aspirava, come ogni ninfa semidea, all’immortalità.
Ritornando al nostro mito, Fato e Destino non cessavano di combattere nei reconditi accessi delle loro grotte, tanto che lo stesso Zeus venne loro incontro.
“Chi turba la sorte di tutti noi? Voi, che foste scelti per questo arduo compito, come potete sprecar tempo in tali fandonie, mentre l’umanità intera attende i vostri responsi? Gli oracoli tacciono, e molti meritori di morte camminano ancora sui nostri suoli.”
I fratelli, intimoriti dal Signore degli Dèi, benché potessero giocare anche sul futuro di egli, cessarono la loro guerra solitaria per volgergli l’attenzione. L’ira del Dio era palpabile nell’aria, tanto che Fato e Destino furono costretti ad abbassare lo sguardo per non essere travolti dalla sua rabbia omicida.
“Per una volta ancora, deciderò io di voi come quando vi feci nascere. Sarete corpo solo, unica entità senza volto, chiamata sia Fato che Destino a seconda della personalità che si invoca. Non si serberà ricordo del vostro duplice passato, e sarete costretti a combattervi in silenzio per decidere ciò che è meglio. Così ho decretato.”
Non fu dato loro tempo per ribattere, che il corpo flessuoso dell’uno si unì ai possenti muscoli dell’altro, e la chioma rossa e fulgente di fuoco di Fato divenne unico capello con la candida e dorata capigliatura di Destino. Le loro bocche si aprirono all’unisono in un muto grido di dolore, quando fra spuma e nuvola bianca divennero il nulla. Ora vagano come entità trasparenti, unite, per ascoltare le preghiere degli altri, e spartiscono gioie e dolori in eguali misure.

Sul fondo della grotta che sancì la loro fine, giace ancora una moneta d’oro sulle cui facce è scolpito il viso dei due fratelli. Nelle notti buie e silenziose, si sente il ticchettio metallico della moneta che si gira e si volta, simbolo del prevalere dell’uno, o dell’altro.
lunedì 9 novembre 2009

PostHeaderIcon Fato e Destino

Questa avrebbe dovuto essere una descrizione, per dare la possibilità a Crystal, come per gioco, di disegnare una persona. A una descrizione non ci somiglia nemmeno lontanamente... e allora mi chiedo, perchè quando mi prefisso di scrivere qualcosa il risultato è sempre diverso da ciò che voglio? E perchè, oltretutto, questo risultato per me risulta appagante, mi piace? La mia fantasia è un cavallo a briglie sciolte, per di più alato, una di quelle cose che è impossibile controllare. Neanch'io sono capace di farlo, e pian piano me ne sto rendendo conto.
Quindi godetevi questa sorta di poesia, scritta nella notte fra ieri e oggi, e che narra il frutto dell'incontro di Fato e Destino...


Un bacio.

L’immagine di cui il ricordo si spegne, assonanza di scatti cui ti appigli, ché desideri rimangano al tuo fianco suadente.

Un sorriso.

Silenzio di gesti che rimanda a giorni perduti, l’inseguimento di due anime che si bramano e muoiono nella frenesia di aversi.

Uno sguardo.

E vorresti non esserci stata, obliare i pozzi in cui continui a perderti, erba di un giardino di meraviglie, droga di un cuore assetato.

Un addio.

Risuonano nella mente danze di fortuna, lampadari di cristallo che riflettono gioia arrivista, l’incontro di eventi che Fato confabula con Destino.

Un piccolo cenno ove riponi le speranze di una perfezione, o la fuga …
sabato 7 novembre 2009

PostHeaderIcon Tyrsek, la bussola del cielo V

Il quinto capitolo del Tyrsek, a quanto pare la mia saga più seguita ;) Enjoy!


“Codice Dem0971R.”
“Cosa?”
“Una Sam-rjah.” Il silenzio scese cupo fra loro.
Tre figure sostavano in un ambiente asettico annesso alla stanza dove Kendra e il Veggente erano apparsi. La visualizzazione era avvenuta perfettamente, e la coppia non aveva perso tempo per mettersi al lavoro. Un bianco abbacinante dominava il luogo dal soffitto alto. Al centro vi erano numerosi macchinari e monitor di svariate dimensioni, da cui proveniva un ronzio sommesso. Un giovane uomo li controllava tutti dalla sua postazione, sotto l’occhio attento dei viandanti.
La rosa galleggiava in una teca trasparente; attorno alla sua superficie vorticavano filamenti azzurrini, scariche elettriche dalla forma mutevole di saette. Su uno schermo comparivano scritte e codici a ritmo sostenuto, intanto che la sagoma tridimensionale di un mostro si delineava pian piano sullo sfondo nero. Aveva parvenze di donna, con lunghi artigli che si propagavano dalla pelle scarlatta. Due corna taurine spuntavano dal capo ricoperto da una fitta peluria nera. Occhi vitrei, senza sguardo, e lunghe zanne che si allungavano dalla bocca, piccola e suadente. Le labbra erano carnose, piene, assetate di sangue.
“Potevi dirlo subito di cosa si trattava!” sbottò Kendra, incrociando le braccia. “Che senso ha tutta quella sfilza di numeri e lettere? È una Sam-rjah, e questo basta.” Aggiunse, avvicinando il volto alla rosa, che circondata da quella gabbia d’energia pareva ancora più eterea, e fragile. “Letale”, pensò la donna, storcendo lievemente il naso.
“I codici sono informazioni essenziali per individuare il corpo intrappolato nell’oggetto da analizzare. Sappiamo ora che si tratta di un demone, precisamente la 971a specie catalogata.” L’uomo posto a comando degli strumenti elettronici prese a snocciolare varie informazioni, noncurante della poca attenzione ricevuta. Indossava una lunga veste dorata, che contraddiceva con la folta chioma di un colore adamantino dai riflessi cerulei. Capelli che quasi toccavano terra, e che non avevano mai incontrato la luce del sole. “E sappiamo anche che si tratta di un codice rosso, ovvero…”
“Che dobbiamo procedere con la massima cautela.” Concluse Kendra al suo posto.
Il Veggente era rimasto tutto il tempo discosto, ad osservare la scena. La sua mente lavorava febbrilmente, gli occhi percorsi da impercettibili guizzi. “Ci puoi dire qualcos’altro sulle Sam-rjah?” chiese d’un tratto.
“Oltre a quello che sapete già? No, null’altro.” Rispose l’uomo, quasi trattenendosi dall’aggiungere le sue perplessità.
Lo schermo che circondava la rosa si fece più sottile, per poi dileguarsi. Il fiore ora appariva indifeso, adagiato sul tavolo come in attesa di una ragazza che l’avrebbe posto con cura in un vaso colmo d’acqua, e che l’avrebbe ricordato dono di un amore ingenuo. “Letale”, pensò il Veggente, mentre un’ombra scura sfiorava il suo sguardo di ghiaccio.

Kendra si era lasciata trascinare dal suo compagno di viaggio in una stanza attigua, abbandonando così quella sorta di laboratorio e l’uomo che vi albergava. Il nuovo ambiente appariva più sobrio: impiantito nero, soffitto basso e cosparso di appigli, pareti ricoperte da lunghi scaffali di libri e armadi chiusi da lucchetti. Non c’era bisogno di illuminazione, perché tutto il versante rivolto a est era fatto di finestre di vetro spesso. Quel lato, dalla forma semicircolare, mostrava un cielo limpido ma spento, dai toni grigiastri. Si dovevano trovare molto in alto, perché non v’erano altri edifici in vista.
Se la prima camera era moderna, tecnologica, innovativa, questa conservava l’austerità tipica dei monasteri medievali. Il contrasto con la precedente lasciava il dubbio di aver attraversato un altro varco spazio-temporale, invece di una semplice porta.
“Cosa c’è?” chiese Kendra, cercando di spingere il Veggente a parlare.
“Forse non ti rendi conto che la questione è molto più grave di quanto ci aspettavamo. Non abbiamo a che fare con un oggetto dotato di poteri, o semplicemente maledetto. In questa rosa c’è un demone, che ha sfruttato le condizioni di Keren’hir a suo vantaggio, per poi rimanere intrappolato all’interno del fiore quando gli stregoni ne hanno circoscritto il raggio d’azione. Al momento è solo assopito, ma non sconfitto. E soprattutto ci vuole molto per sottomettere un demone al nostro volere, al contrario se avessimo trovato una pianta che agiva di sua spontanea volontà.” Disse il Veggente, guardando di sottecchi la donna. Kendra non proferì verbo, preferendo che l’uomo continuasse con le sue considerazioni. “Devo parlare con la Sam-rjah.” Aggiunse dopo. La donna fece per ribattere, ma fu fermata da un gesto del Veggente. “È l’unica soluzione che abbiamo per sfruttare questo suo potere, che al momento ci serve più di ogni altra cosa. Libererai il demone, ma dovrai imporgli un sortilegio immobilizzante per tutto il tempo di cui avrò bisogno.”
“E tu che farai?”
“Io parlerò con la Sam-rjah e la farò scendere a compromessi. Chissà da quanto tempo non si nutre… Hai mezz’ora di tempo per preparare il rituale, poi ti raggiungerò e procederemo come stabilito.” Concluse l’uomo, prima di voltarsi e lasciare Kendra da sola.
mercoledì 4 novembre 2009

PostHeaderIcon Biliardo


Un’atmosfera buia e appannata si affaccia alla mente, prendendo sembianze di luoghi chiusi avvolti da nebbia. Neon giallastri pendono dal soffitto invisibile, rischiarano un tavolo alla volta. Spirali di fumo si alzano dalle sigarette, come ciminiere che soffocano il cielo. Si sente lo schiocco cupo delle stecche che toccano l’obiettivo, colpi decisi che si lasciano scivolare da abili dita esperte. Il verde del tessuto che riveste il banco riluce come colore dominante, graffiato a tratti. Un chiacchiericcio di sottofondo, respiri puntualmente mozzati, rumore di bocche che aspirano nicotina. Radio Montecarlo risuona sommessa, eco lontano. Alcune risate femminili, tentatrici assistenti che percorrono con mani suadenti i bordi del legno intagliato, per poi raggiungere una preda su cui richiudersi, avvolgersi, altre mani di altri giocatori accorti. Flebili toccate di labbra, sospiri congiunti, e si riprende il gioco.

"… sei le Rive dell’Eden, Nemesi mia, dove fra Zone d’ombra Occhi s’incrociano per annegare nella passione..." voce assurda alla radio canta le mie pene.

Gioca con me, uomo, che non c’è avversario più forte di chi crede in sé stesso. Gioca con me, uomo, tralascia l’anello che porti al dito e che mostri con tanta vigliaccheria. Gioca e forse vincerai una giusta partita.



Tutto questo per dire che a Imola ho giocato a carambola, o meglio, ho guardato giocare gli altri. L'ho sempre trovato uno sport circondato da un'aura di charme, che si concedeva a pochi. Ho passato dei giorni nel lusso, inutile negarlo. E si è fatto più vivo in me il piacere per questi aspetti della vita, che ho sempre amato. Eleganza, fascino, quella muta modestia da acculturato... non avarizia e attaccamento ai soldi, solo il sorridere alla finezza, apprezzarla. E non posso fare a meno di constatare che già quei giorni mi mancano, e quelle persone la cui compagnia si paga con un sorriso nostalgico fin dal primo istante... Il rispetto, l'attenzione, il baciamano... l'uomo e il suo modo di frapporsi alla donna, o il semplice fatto che forse mi sono presa una cotta.

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