domenica 25 aprile 2010

PostHeaderIcon Contest!

Ebbene sì.

Ma lasciate che vi spieghi tutto passo per passo.

Visto il successo del contest di Crystal, ho pensato di proporne uno anch’io, sia per il divertimento che spero di dare ai futuri partecipanti (e a me che sceglierò i vincitori ^^), sia per cercare in qualche modo di dare un po’ più di risalto al mio blog che ultimamente sembra aver perso di lettori.

Vi chiedo di scrivere un racconto, non vi impongo limiti battute né particolari stili o generi su cui improntarlo. Unica regola: il racconto va scritto in base a tre elementi che vi fornirò io, ovvero una canzone, un’immagine e una citazione.

L’interpretazione è libera, liberissima, e ogni riferimento potrebbe essere anche sottilissimo o impercettibile. Statene certi che, per quanto ermetici potranno essere gli scritti, mi renderò capace di trovare il collegamento fra il racconto e l’elemento.

Quindi, passiamo a descrivere i punti chiave:

La canzone è Ikkunaprinsessa, di Ville Valo e The Agents.

Il testo:

Naisiin ei voi pieni poikanen luottaa
Ne suuren ikävän pieneen sydämeen tuottaa
Mut kun ikkunaa tuijottaa kai pienikin poika illoin saa
Sieltä katsoo prinsessa unelmain
Ruudun takaa, Ruudun takaa Ruudun takaa
tyttöni katsoo vain
Hän on naisista kaunein minkä tiedän
Myös pienet rinnat prinsessallani siedän
Hattu on moitteeton ja hyvä myös rytmi vartalon
Ruudun takaa tyttöni katsoo vain
Oo Glendora Oo Glendora Oo Glendora
kuinka sua palvon vain
Kerran illalla ikkunaan taas saavun
Jo äijä toinen prinsessan peitti kaavun
Hän peitti pään ja peitti muun sen vaihtaen nukkeen
koristeltuun
Ruudun takaa tyttöni toinen vei
Ruudun takaa Ruudun takaa Ruudun takaa
tyttöni toinen vei

Con la sua doverosa traduzione:

Un giovane uomo non può credere alle donne
Causano nei piccoli cuori tanto dolore
Ma un giovane uomo può anche restare davanti alla finestra la sera
Fuori dalla quale la Principessa dei miei sogni sta guardando
Da dietro alla finestra, da dietro alla finestra, da dietro alla finestra,
la mia amata mi guarda…
Lei è la più bella di tutte le donne che conosco
Anche il piccolo seno, che io tollero nella mia principessa
Il cappello è perfetto e anche la postura lo è
Solo da dietro alla finestra la mia amata mi guarda…
Oh Glendora, oh Glendora , oh Glendora.. .come ti adoro…
Oh Glendora, oh Glendora , oh Glendora… come ti adoro…
Una notte passai di nuovo sotto alla finestra
E un altro uomo coprì la principessa con un abito
Coprì la sua testa e coprì tutto quanto
Trasformandola in una patina travestita.
Solo da dietro alla finestra la mia amata mi guarda
Da dietro alla finestra, da dietro alla finestra,
un altro ha preso per sé la mia amata.
Da dietro alla finestra, da dietro alla finestra,
un altro ha preso per sé la mia amata.

L’immagine:

Street_Music_1_by_blackandecker

E la citazione:

“Ogni uomo e ogni donna è una stella.” (Aleister Crowley)

 

Naturalmente chi si avvicinerà il più possibile alla mia idea acquisterà punti sulla mia tabella di giudizio, ma in ogni caso gran parte del lavoro sarà svolta dallo stile e dalla trama che, indipendentemente dagli elementi forniti, darete al racconto.

Il premio sarà una poesia scritta da me. So che è poco, però non avevo idea di come altrimenti compensare la vostra partecipazione. In ogni caso vi linko un paio di poesie a cui mi rifarò come tecnica: Tarde Serate e il Guerriero.

Per la poesia il vincitore sarà pregato di fornirmi tema, immagini o metafore che gradirebbe inserite all’interno, in modo che possa acquisire per lui un significato preciso e intimo, e quindi possa sentirla veramente sua.

Il contest finirà il 15 Maggio, quindi avete precisamente 20 giorni di tempo a partire da adesso.

Inserirete i lavori come commento a questo post, o, in alternativa, per chi la possiede già potete inviare i vostri lavori al mio indirizzo mail.

Se avete dubbi o necessitate chiarimenti non esitate a lasciare un commento.

Vi chiederei solo un favore, se avete intenzione di creare il racconto commentate qui sotto confermando la vostra partecipazione, quasi come se fosse un’iscrizione. Se in seguito non avrete la possibilità di attenervi per motivi vari a quanto detto non me ne farò un problema, l’iscrizione mi serve solo per farmi un’idea generale di quanti saranno i partecipanti.

Buon lavoro a tutti ;)

mercoledì 21 aprile 2010

PostHeaderIcon Salt In Our Wounds

Immagine1 Another One

Enjoy it :)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Destra. Sinistra. Giusto. Sbagliato.

E poi ancora dritto, verso una via immersa in truce nebbia che ti guarda fra spifferi arrossati dal sangue, giù verso la scarpata dell’oblio che ti avvolge con le sue ali nere gocciolanti lacrime amare. Correre e non fermarsi, fuggire da ciò che ti insegue, essere sempre all’erta fra i graffi dei rovi che incombono come pareti di vetri spezzati, cocci di cuori infranti che ti piovono addosso. Feriscono, tagliano, bevono dai tuoi liquidi sparsi.

Destra. Sinistra. Giusto. Sbagliato.

Si scivola da quell’altura verso cui si cercava rifugio. Ti aggrappi alle radici di quel giovane olmo che sporge verso il burrone, perché non vuoi cadere vittima della tempesta dolce e soffice che ti attende all’abisso. Una bufera di sale che s’attaccherà alle tue ferite, e brucerà insana fino a smembrarti la carne. Dolorosa e terribilmente gentile. È un vortice, un gorgo biancastro che sembra attirarti e allontanarti da una possibile salvezza o la fine. Ma la radice tiene, e piano, mano dopo mano e sforzo di braccia, si è sulla terra ferma e solida di irte spine e sterpaglie. E quindi via verso il labirinto da cui non v’è uscita.

Confusione. Maledetta confusione che schiavizza e non lascia liberi. E se solo si avesse l’arma, la spada, per sconfiggere il nemico di guerra. Eppure non si conosce nemmeno chi manovra questi fragili fili, e le difese sembrano anch’esse finite nella tormenta e distrutte dalla forza dei venti. Si cerca come fermarla, come poter infilzare un bastone negli ingranaggi dell’orrore e poter arrestare il tutto; riappropriarsi delle perdute certezze è ormai un sentiero di stelle: lontano.

Cos’è giusto? È un giro, un tondo fatto di lamiere affilate, questo muoversi velocemente alla ricerca di nuove ali?

Cos’è sbagliato? Amarlo ancora dopo tutto questo caos che t’imprigiona e ti rende vittima ignara, sofferente detenuta di un incubo oscuro?

E ti chiedi se solo vi sia differenza, ora che il pensiero è scandito da un cuore malato, ora che la mente è vago fumo nell’aria. Ora che il tormento è il mostro rinchiuso nella grotta, da dove si sentono solo urli e strusciar di catene. È tutto finito; assurdo come l’improvviso è inaspettato, come l’atteso sa essere l’insensato puntuale dell’incontro col futile fato.

  Perché la calma è giunta, sono spuntate le rose, e il sole ha levato il velo del lutto. Le cicatrici restano impregnate del sale che ancora brucia sotto un filo di disgrazia, l’abito è lacero laddove si è scalfito fra gli scrosci di ghiaccio inviati dal cielo. Ma tu sei lì e qualcosa è rimasto, dentro un povero corpo che s’accinge a scavarsi un gracile sepolcro di petali secchi. Un goccio di follia si nasconde nella tenue risata, mentre cadi nella tua semplice bara. E non dici addio, ma l’arrivederci verso una rinascita nell’innocenza fatta d’organza.

hhbvvUn raggio buca la coltre di sottili nubi, viaggia fino alla lapide in marmo. Accarezza una foto in bianco e nero, sorvola il mazzo di tulipani, sfiora il viso di chi poco fa ti ha baciato. Spirito nell’anima, ha toccato i tuoi resti vermigli dopo la lunga battaglia, e l’amore è tenero nell’approdare verso i porti del cielo. A braccia aperte t’accoglie il destino.

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domenica 18 aprile 2010

PostHeaderIcon Beautiful

Eccone un altro :) Stavolta è semplicemente bellezza, e amore, piacere.

Sento gocce di rugiada bagnarmi i piedi, nudi, mentre cammino nel prato. L’erba è soffice, di un verde chiaro che risplende ai raggi del sole primaverile, luce accecante e piacevolmente calda sulla pelle.

Il terreno è umido, cede di poco sotto i miei passi. Fra i filamenti nascono piccoli fiori di campo. Ne colgo uno, e il suo stelo si lacera al mio tocco gentile, quasi già fosse pronto ad abbandonare la linfa e le sottili radici. Quasi si fosse concesso a me.

fiore-di-campo  È giovane, pressappoco il respiro si ode fra quei petali rigati di violetto, e le morbide sfere di polline che alla fresca brezza lasciano indietro il rifugio, volano nell’aria cosparsa d’azzurro.

Il cielo è del colore di una tela tinteggiata a sprazzi, dove macchie bianche sono nuvole che sembrano immobili nel quadro della gioia, getti di vernice lanciata nel vuoto. Per guardare in su sono costretta a schermarmi il viso con una mano. Il sole è libero e riesce a splendere incontrastato, e i miei occhi si socchiudono, investiti dal biancore rosato del primo mattino.

Love (7)Mentre osservo, e navigo col pensiero oltre le volte celesti, laddove un monte ancora imbiancato svetta all’orizzonte, qualcosa s’intreccia alla mia mano per sfiorare con me il piccolo fiore. C’è un sentimento che mi pervade, sono in pace, ora che non sono più sola.

E non ho bisogno di voltarmi per scoprire chi è al mio fianco. Perciò si continua a camminare, a sentire piccoli sassi inframmezzarsi al terreno che riporta segni di piogge passate, e calpestare vite come se si passasse su rose sparse in un sentiero di piume.

Il prato degrada in dolci colline nella vallata, forse sterminata per sguardi che non ammirano dall’alto. E sulla destra, si procede, e ci si imbatte in una folta macchia che è propaggine delle foreste ghiacciate del nord. Sarà il vento che ci guida verso quella direzione, sarà il segreto e l’aura che s’incontra fra i maestosi tronchi. Sarà perché c’è voglia di esplorare, e sicurezza di trovare fresche sorgenti che allegramente gorgheggiano presso cespugli di giunchi e bacche di more.

Sunlight_and_the_Wild_Forest_Floor Passeggiamo mano nella mano fra i percorsi impervi del bosco. Ci si inventa una via per districarsi fra i faggi, i salici, le querce e le elegantissime betulle, regine che con i loro cavalieri fanno un’unica fronda infinita. È il mantello delle foglie che è tetto di ogni selva possente, ove i raggi filtrano e creano ombre e giochi di luce fra muschi e licheni. L’aria è pura e sa di frescura, mentre il dolce e a tratti un po’ aspro sapore di resina si confonde e ci insegue, la scia e il ricordo di impercettibili stille. È quasi il sudore degli alberi, che nel loro infaticabile lavoro ci sanno dilettare ancora, stanchi, con mille suoni e mille odori diversi.

Day Star Forse è il sogno che si fa più vero, ma è immutato nel tempo questo essere vivi, semplicemente e senza rancori, il respiro che è tale e il battito che resta, il corpo che muove.

Un maniero fa la sua comparsa, immerso nel fogliame fitto, misterioso poiché distante da occhi indiscreti; e fugge anche i nostri occhi, che s’incrociano come le mani e le dita un po’ più giù,e non badano se non alla musica che aleggia e agli stormi di usignoli che volano metri sopra l’umano.

Mi lascia, d’improvviso, comincia a correre. Sebbene si nasconda, anima mia, fra ogni minimo pertugio, e seppellisca i rumori del passo frettoloso fra gli scrosci d’acqua lontani, e mischi le risate con il passare dello scoiattolo e il cadere di una pigna, sono capace di scorgerlo ancora e ancora, indirizzata dal sentimento e dalla passione. Lo rincorro, ridendo anch’io come il tulipano che s’apre all’accarezzar del giorno, mentre i capelli s’incastrano fra i rami e scivolano, regalandomi sulle spalle scorci di foglie novizie e brandelli di ragnatele, la mia divisa selvaggia.

Brillando del riflesso del mondo, lo agguanto da dietro, e lo costringo a girarsi verso me. Nella radura che ci ha scelto come ara del nostro affetto, luce si riflette a macchie indistinte, illumina il nostro bacio.A_Touch_of_Finland_by_Faei

E sempre il nostro bacio è che si riflette nella polla d’acqua a distanza di pochi balzi, lì proprio dove ora è caduta la piuma di una rondine passeggera, lì dove un cervo la sera prima aveva assecondato la sua sete, lì dove una notte la luna ha cantato la sua serenata a un lupo solitario. Lì dove ora siamo noi, a dirci “ti amo” nel tempo che scorre, a tacere senza imbarazzo perché coscienti dell’essere uno, insieme, e il se del per sempre.

 

 

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venerdì 2 aprile 2010

PostHeaderIcon In Love and Lonely

E ora eccone uno dalla piega fra il realistico e il pessimistico, quasi privato della nota ‘fantasy’, ma spero non per questo meno originale ^^

Dopo che si è conosciuto l’abisso, anche il misero gradino che lo precede viene chiamato paradiso.

La penna vergava in fretta questa sorta di aforisma, volando sulla pergamena leggermente ingiallita dal tempo. Così come, in un attimo fugace, i ricordi vennero ripescati dal loro vortice, tirati a forza dal sacco in cui erano stati rinchiusi e quindi gettati senza indugi nel fuoco della mente.

Il giovane si affaccia dalla finestra, dove scorci di una città spenta lo salutano nella fretta irrisoria dei passanti. Il sole sta per sorgere, e così si sveglia il formicaio che sputa già le sue prime figlie suicide. Il sole sta per sorgere, sì, e rischiara d’azzurro e rosa pallido i primi grattacieli che ne frammenteranno il percorso. Le ombre nascono dove la luce comincia a sfiorare il lampione, a girovagare sull’autobus, a salutare da lontano l’inserto pubblicitario.

  Con lui c’è la reminiscenza di una ragazza in lacrime. Pare disperata, ogni tanto fra i singulti spunta un grido mal represso, non ci sono fazzoletti ad asciugare le sue guance ormai fradice.

Il giovane non se ne preoccupa, ma continua a seguire i raggi che decorano di un nuovo chiarore il grigio delle zone urbane. Si odono già i primi clacson, gli sbuffi dei tram, il continuo rollare della metropolitana che si sporge dai sottopassaggi. Si accende con tranquillità una sigaretta, aspira il fumo con fare nervoso, scocciato.

Il lamentarsi della ragazza si fa più mesto, per poi spegnersi del tutto.

«Hai finito?» le chiede. Le si avvicina, abbandonando la cicca sul davanzale. Le porge un pacco di fazzoletti mezzo svuotato.

«Sì.» balbetta appena, non è sicura. Tira fuori uno specchio dalla borsa per aggiustarsi la matita, che fra le lacrime ha lasciato buffe macchie scure sul suo volto.

«So com’è.» dice lui, gli occhi quasi socchiusi, una smorfia di tristezza che compare nella linea sottile delle labbra.

«Com’è cosa?»

«Amare ed essere soli.»

A lei sfugge una risata. Cerca di nascondere il fallimento, l’agonia che l’ha portata allo sfogo di pochi attimi prima. «Io non sono sola.» Con un velo appena steso di trucco, sembra riagguantare la sua maschera impassibile, tornare indifferente, pronta a venire accolta nell’irrilevanza di qualche piano più in giù, laddove farà parte del quadro in movimento che si scorge dalla finestra.

«Lo sarai presto, se non la smetti.» Un monito. Forse servirebbe anche a lui, preda, vittima identica, anch’essa restia ad ammettere il tutto.

«Smetterò quando ne avrò voglia.» Prende la giacca firmata e se ne va. Come se niente fosse, si aggiunge alle altre pedine, si lascia manovrare con la consapevolezza di essersi offerta volontaria. Se sono gli altri a prendere per noi le scelte, seguirle, agire di rimando è più facile e semplice.

Il giovane si riappropria del pacco di fazzoletti, utilizzando l’ultimo rimasto. Non c’è pianto ad intingerlo d’orrore, ma quel che può l’inchiostro di una biro.

Ora anche il mio paradiso se n’è andato. E scappa il mio ultimo amore, così come lei si è lasciata sfuggire il suo.

La carta sottile viene gettata fuori dalla finestra, vola nella leggera brezza che forse spira anche per luoghi migliori, si lascia trasportare per cadere nell’abisso, colomba bianca ridipinta dell’arancio di un mattino assolato. Come se un piccolo appartamento in un anonimo quartiere fosse l’ultimo appiglio ai sogni, o l’ultima isola incontaminata. Come se l’osservare tutto dall’alto mettesse una barriera fra noi e il mondo, quando invece è solo cemento che ci circonda e unisce di un legame fasullo.

È proprio vero che ci stiamo illudendo.

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giovedì 1 aprile 2010

PostHeaderIcon Beyond Redemption

 

Si comincia a sfociare nell’horror…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un grido squarcia l’aria. Nel vicolo, al buio di una luna nera, s’imprime un silenzio sovrannaturale.

Una giovane vestita di stracci stringe nella mano destra un cuore. Lo si vede quasi pulsare, vibrare morbido nella sua stretta massacrante. La sinistra tiene un pugnale insanguinato, l’impugnatura intarsiata a formare il volto del diavolo.

Gli occhi della ragazza sono rossi, così come i rubini incastonati nell’arma di Satana.

Il cuore palpita, veloce, ritmico, non muore. Il suo battere è incessante, lo si vede fuoriuscire dalle fessure fra un dito e l’altro della mano della fanciulla, le vene lacerate pompano fuori fiumi di sangue. Finché non si trasforma in pietra, fredda e gelida, che assorbe nel suo tenue grigio ogni stilla, immobilizza la vita, la conserva al suo interno come una briciola intrinseca circondata da meste dipartite.

La giovane getta il sasso contro il muro, lo guarda frantumarsi in una polvere sottile e lasciare un solco nel muro di mattoni.

È carponi, non riesce ad alzarsi perché debole, sporca e lercia, con i capelli oleosi e neri raccolti in ciuffi selvaggi. È una belva prigioniera della civiltà. Striscia sul lastricato ruvido, muove come un animale a caccia i suoi arti sproporzionatamente lunghi.

Sul suo viso nasconde cicatrici dalle forme sensuali, che quasi scintillano nella notte buia, piccoli tagli sulla pelle scura che la interrompono a tratti.

Quello stesso viso un tempo conteneva bellezza e splendore, ora strappati e laceri come cenci di naufraghe vele; quegli occhi nascondevano l’entrata di un paradiso segreto, adesso marcito nel solitario sepolcro di un odio insano.

Nella stretta e deserta stradina trova una porta dimessa. Batte spenta le nocche sul legno mangiato dalle tarme e che trascina i segni di un incendio passato, la sua forza di pochi istanti prima smorzata da poteri assurdi, incomprensibili, trascendenti dal male.

Apre qualcuno.

«Redenzione» grida con voce roca, da arpia agonizzante, «Redenzione per la figlia del Dio!»

L’uscio si richiude con uno scatto secco.

La ragazza cade sul selciato. Si addormenta a pochi passi dal suo tentativo mancato, scossa da tremori nervosi figli dell’incoscienza.

Poco dopo, scende una figura dal cielo. Ha ali d’angelo dipinte di nero. La prende in braccio e la conduce con sé ancora assopita, imprigionandola dentro un cimitero cupo, circondato da floridi cipressi. Dall’alto del suo volo, la lascia cadere nel campo dei morti.

Lei si sveglia, si volta stranita, finché non comprende. Vorrebbe alzarsi, urlare, fuggire da quel luogo.

Ma riesce solo a mormorare fra le labbra secche - preghiere inaudite. «Redenzione» invoca, «Redenzione per la figlia di Dio.»

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