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mercoledì 28 marzo 2012

PostHeaderIcon Venetian Snares

 

Ci provo. Ogni tanto il tentativo fa bene. Dovrebbe stabilire il primo passo verso un cambiamento, verso un “poi” indefinito. Inserisce uno specchio a metà strada, così da mostrarti le aspettative future, i crocicchi, gli scontri. Magari riesci anche a scorgere dietro di te, come in uno specchietto retrovisore, l’impatto che ti sta per travolgere.

Ma per ora spero di non avere nessun impatto. Nessun incidente, come non ce ne sono stati da Settembre finora. Ricordate i miei sogni conclusi/reclusi, la mia prigionia? Il mio tentativo è quello di mostrarvi parte delle mie carceri, ora, qui – subito. Non so quanto possa interessarvi, tuttavia…

Ho riletto le mie introduzioni ai racconti. Quegli spezzoni in cui raccontavo un po’ di me, un po’ del tempo, un po’ dei granelli di sabbia e polvere che imperlavano i miei occhi umidi. Forse per capire se c’è stato il cambiamento in cui credevo, forse per girarmi verso lo specchio passato a salutarlo con un sorriso, così da lasciare alla mia “me” passata un segnale: gli angoli della mia bocca sollevati, il piercing che lancia un bagliore consolatorio, tutto per dirle di non preoccuparsi, di andare avanti, che le aspettative future non sono tanto male.

Forse la mia “me” passata, se non fosse stata troppo distratta, avrebbe percorso tutta quella strada con un peso in meno sul cuore.

A dire il vero, non sono cambiata poi molto. Ancora ho dubbi sulla mia scrittura, che relego soprattutto in noiosi temi scolastici (chissà, potrei postare anche quelli, sono sicura che metà popolazione liceale ne usufruirebbe senza esitazione), ancora mi sento una straniera proveniente dalla terra dei sogni. Quella frase di D’Annunzio è tatuata lettera per lettera sul mio cuore, solo in attesa di trovare il punto giusto – e il momento giusto – per incidersi sulla mia pelle e rendersi visibile al mondo.

Allo stesso tempo, Marble Walls resta una delle mie tre canzoni preferite – e che mi descrivono, in una maniera o nell’altra. Preceduta solo da Acoustic Funeral (For Love In Limbo) degli HIM e Das Schweigen dei Lacrimosa. Sento un paio di brividi percorrermi la pelle come una folata di vento inaspettata: fa strano accorgersi che, mentre il mondo vorticava senza sosta, io sia rimasta sempre me stessa. Con qualche briciolo di senno in più, si spera, qualche goccio di tonalità mutata nella schiera delle mie emozioni. Tutto che converge però in un’unica sostanza: il sogno, l’arte, l’arte del sogno.

Ho tentato di portare avanti una trama. La trama c’è. Il tempo per scrivere, lo stile giusto, il qualcosa che mi dovrebbe spingere a farlo… mancano. Può darsi che quel tic-tac dell’orologio mi sfugga proprio in questi anni (sì, perché ormai si tratta di anni), che passo relegata nel Sogno: le sabbie delle mie clessidre vanno a formare i fondali marini, intanto che a me resta solo il ricordo del loro timido rumore, quando, quasi impercettibilmente, defluiscono lungo i loro calici invetriati di colori preziosi. Guardare lo scorrere del tempo, direbbe Murakami, dà la stessa sensazione del fissare a lungo una boccia di pesci rossi. Non ti stanchi mai.

In ogni caso sto per postarvi un racconto. Ancora non sono del tutto in grado di divagare sulla mia vita senza lasciarvi con qualcosa di più concreto. Rileggendolo, penso che sotto certi aspetti riflette il mio rapporto con la scrittura, con le idee fantasiose che mi attraversano la mente e che, per sfortunate coincidenze, non riescono a raggiungere la carta con la stessa lucidità o rapidità.

Ma… sapete una cosa? Credo che un giorno riuscirò a scrivere, a farlo davvero. Devo solo essere paziente con me stessa, come lo sono sempre stata.

Intanto leggo tanto, tantissimo, nel limite delle mie possibilità, e mi perdo nell’arte (che include anche lo studio scolastico, sebbene non tutti potrebbero essere d’accordo su questo punto). Potrei definirlo il mio modo di guardare lo scorrere del tempo. Il mio modo per illudermi di essere in una crisalide che presto si schiuderà per dar voce alla sua arte, stavolta senza nessuno a fermarla o a reprimerla. Tutto questo rientra nella mia Dreamland, e i miei nuovi sogni incompiuti si riconducono a questo: aspettare che dalla crisalide spunti una feritoia per la Realtà.

Due piccole premesse: avrete forse notato che il mio blog sta avendo problemi di grafica non indifferenti. Bene, l’unico modo per risolverli sembra, al momento, cambiare del tutto il template. Sono tanto affezionata a quello attuale che, per il momento, preferisco tenerlo così com’è, con tutti i lividi elettronici che si porta dietro da qualche mese a questa parte. Inoltre: il personaggio di questo racconto è, indovinate un po’, una donna che vi descrissi forse più di due anni fa, in questo post. L’avevo incontrata per caso e cercavo, per lei, una storia. Ecco… finalmente l’ho trovata.

 

Fifties

Il Vento spazzava la laguna. Forte nei suoi celati intenti, smuoveva le dapprima placide acque con fare nervoso, e le intingeva di foglie ingrigite sottratte ai giardini che a tratti circondavano i canali. Un ponticello quasi sospeso, più che altro una zattera gettata a collegare due ostili rive incipriate di mattoni rossastri ricoperti di musco scrostato, si scuoteva un po’, altalenante, e pareva quasi riarso, nonostante minute onde vi si accavallassero contro e inumidissero le assi legnose, disperdendo nelle fessure più prossime i flutti, i quali, precipitando, si ricongiungevano quindi al loro oblio di agitato spettacolo burlesco. Appariva tetro e fermo come cemento crudo battuto da pioggia iraconda, mentre l’acqua alta invadeva l’acciottolato fino a sfiorare la passerella, fino a farla sembrare un’ombra riflessa dei ponti in pietra che tappezzavano i navigli.

Nell’aria, il roboante suono consunto di raffiche, brevi uragani,folate violente, intralciava ogni altro rumore, che sfogava il suo desiderio d’esistere relegandosi negli angoli più prossimi alla sua fonte. L’ombrello che si schiantava contro una inferriata dalle punte acuminate, perimetro di un condominio antiquato, veniva udito dalle lattine incastrate nella loro corsa alla base della stessa ringhiera, così che solo pattumiera e creature complici delle percosse potevano prendere parte a quei gemiti infausti. Allo stesso tempo, il resto era eco per maghi dalle doti acute, o per assassini dall’orecchio affinato. Il resto – tutto – era Vento.

Il ponticello, perciò, riservava gli schioppi del suo legno alle gocce d’acqua che lo attorniavano, e a un paio di lacci da scarpe che vi si trascinavano sopra a un andante precario. Appartenevano a una figura scura che risaltava nella scala di grigi, ben stretta nel suo cappotto lungo e imbrattato. Talvolta si vedeva costretta ad accucciarsi come un cane pestato, le ginocchia portate al mento, una mano a stringere gli abiti sul petto e l’altra calcata in testa a trattenere un cappello a bombetta. Al braccio, due manici di una capiente borsa in pelle sbatacchiavano con energia, ma resistevano, attaccati con ardore, ad accompagnare la padrona. Ella infatti si rialzava con rinnovato vigore, placato il soffio d’aria più vigoroso, e riprendeva il cammino.

Il portamento austero e vagamente fiero, più un tocco gentile nell’abbigliamento elegante, lasciavano intravedere che la strana persona, vagante terribilmente sola nella tempesta cittadina, fosse in realtà una donna di mondo. Seguendola nel suo percorso, la si vedrà raggiungere una casupola anonima dalle serrande sprangate, attraverso cui era però possibile scorgere stralci di luce dorata. I caldi bagliori trasparivano da vetri gocciolanti e opachi. La fanciulla batté fermamente la mano inguantata sull’uscio, benché tale gesto, il modo in cui s’abbandonò col fianco alla rientranza nel muro, sfioravano una incerta stanchezza dell’anima. Subito un’ombra si spostò dalle varie finestre per dirigersi ad aprirle l’ingresso.

«Oh, finalmente!» sospirò ella, poggiando capello, paltò e guanti nelle braccia tese del ragazzo che l’aveva accolta. Un camino acceso e numerose candele disperse su mobili impolverati, cassapanche e mensole dagli intarsi pittoreschi, confermarono l’incantevole atmosfera intuibile dall’esterno.

Tolti gli intralci per fronteggiare il fretto che imperversava, la donna si mostrò in tutta la sua altera bellezza: una chioma di capelli secchi e verde bottiglia era finemente tagliata un poco sopra le spalle, così da contornare un volto affilato ma fiabesco, caratterizzato da labbra rosate e gote soffici, imbiancate con soavità; occhi fulgidi si guardavano intorno. Del colore dell’erba appena falciata, erano oscurati dall’ombra di ciglia lunghe e nere, con sopra delle sopracciglia sottili leggermente aggrottate. Un semplice vestito verde scuro copriva le forme snelle e sinuose.

«Come procede?» prese la parola il giovane.

Ella rispose con fare sfinito, facendosi cadere mollemente sul divano antistante il fuoco. «Niente, nulla! È un fallimento ancora incompleto».

«Quanto manca… alla fine?» insistette lui.

«Credi che il giorno abbia una fine così prevedibile? Come se noi sapessimo i particolari della conclusione della nostra vita di sotterfugi! Così da poter rievocare anche il titolo dell’ultimo capitolo, sapendo già che esso rappresenta il triste epilogo». Era restia a parlarne, quasi l’argomento fosse l’idea di un passato inviolabile, l’idea crepata di un ricordo sgradito.

«E il resto?» proseguì il ragazzo. Il gesticolare della compagna, segno d’insofferenza, non lo intimorì, bensì decise di non curarsene. Si mise a versare del tè da una brocca fumante. Il liquido brillò ambrato nelle piccole tazze di vetro trasparente, un stillicidio rassicurante se confrontato con la pioggia scagliata contro le persiane, i rivoli che investivano i marciapiedi, l’acqua agitata dei canali.

«Il resto è pensiero, il resto è là fuori, perso nel Vento».

Quando la bevanda fu pronta, lei la sorseggiò cautamente, inebriandosi del suo profumo. Il silenzio ormai era sceso, una coltre di velluto impalpabile e gelida. Sembrò che un particolare della stanza volesse occuparsi di riempire l’attenzione dei due, con l’atteggiamento prepotente e scostante tipico degli oggetti inanimati che amavano fingersi armati di cuori. Una scrivania colma di fogli, delle penne, una macchina da scrivere, libri ammucchiati, colpevoli di pomeriggi trascorsi nella loro futile compagnia, pretendevano che sia il giovane sia la donna soffermassero lo sguardo su quell’angolo rivestito di parole non dette.

«E così» sospirò lei – una fata, ecco cos’era, una fata della notte, attenta, dispettosa, noiosa nella sua stravaganza - e rimise la tazza di maiolica blu sul tavolino rotondo. «E così», il fremito delle ciglia produsse un tremolio nell’ombra che calava sulle sue pallide guance, «anche questo manoscritto non vedrà luce».

Così come in quel crepuscolo il Vento, crudele, impediva al sole di dire addio alla sua Venezia sommersa dall’acqua.

domenica 7 novembre 2010

PostHeaderIcon Tyrsek, la bussola del cielo XII

Strano ma vero. Direi che il mostriciattolo di cui vi ho parlato ieri non mi dà ancora tregua. Non so quanto a lungo durerà, in effetti lo prendo come una sorta di esercizio per imparare a scrivere bene anche quando non ho ispirazione.

Infatti, come potete notare, non è che qui lo stile sia dei migliori… è che riesco a dare il meglio solo in certi casi, ovvero quando scrivo quelle scarse pagine che fanno il racconto mensile. Se mai volessi intraprendere una trama più lunga, da cui poterne trarre un romanzo, devo anche imparare a scrivere ogni giorno, e bene.

Perciò avete tutto il diritto di non leggere questi miei deliri ^^’

L’ascensore la portava nei piani interrati con una lentezza unica, spietata. Frattanto, Kendra batteva con il tacco degli stivali sul pavimento ricoperto da piastrelle in linoleum verdastro, superando con questo rumore ritmico anche lo strusciare delle corde, che sopra di lei lasciavano scivolare l’abitacolo nel basso. Finalmente i battenti in acciaio si aprirono, rivelando su un corridoio lungo e buio.

Kendra cominciò a camminare veloce, i faretti posti alle pareti che si accendevano al suo passare. I fasci di luce s’incrociavano formando particolari giochi di luci e ombre. Era la prima volta che la donna si dirigeva agli archivi, ma sapeva bene dove si trovassero e quindi accelerò il passo, decisa a far presto.

Prima non le sarebbe mai passato di mente di rinvangare le pratiche di quel posto, non ne aveva voglia, non ne valeva la pena. E poi, cosa mai poteva trovarci di tanto interessante? Solo scartoffie, quelle poche cose che Elynar non poteva tenere al sicuro nei suoi macchinari, forse fotocopie di documenti. Poco altro ci si aspettava da un luogo simile.

Ma ultimamente i suoi sospetti erano aumentati. Lavorava per il Veggente da due anni circa, e ancora non sapeva il suo nome. Un uomo giovane, attraente per quelle poche volte che concedeva agli altri la possibilità di vederlo senza un cappuccio calato sulla testa. Occhi enigmatici, indagatori. Un tipo laconico, soprattutto, e Kendra non sopportava il modo in cui pretendeva fiducia senza che gli altri lo conoscessero abbastanza per concedergliela. Fra loro non era mai corso buon sangue.

Finora i lavori che le erano stati commissionati erano pochi, concisi. Spesso lo accompagnava in viaggi stravaganti alla ricerca di strani manufatti, come era stato per l’impresa più recente su Keren’hir, tanto che a un certo punto si era quasi convinta che fosse un semplice cacciatore di tesori. Ma per quel che ne sapeva, non vendeva ciò che procurava, e le continue telefonate, i giri con cui si intratteneva… contatti che facevano supporre un impiego più importante, e forse anche meno onesto.

Capitava che sentisse, sussurrato, a mezza voce, quando credevano che non fosse nei paraggi, il nome di Gerda Blossom, il sindaco della Città. In verità udiva solo quell’epiteto, Gerda, come se fosse una persona vicina, un’amica, tanto che in fin dei conti poteva trattarsi di qualunque altra persona. Ma esistevano poi tante donne con quel nome e lo stesso sprezzo timoroso che vi si attaccava mentre lo si pronunciava? No, non proprio.

Quindi si era decisa. Doveva indagare. Giusto per curiosità, per divertirsi. E poi negli ultimi tempi le attenzioni morbose del Veggente nei suoi confronti erano diventate intollerabili. Un comportamento maniaco, ossessivo. Se non perveniva al più presto a informazioni interessanti, sarebbe fuggita. Che si cercasse un’altra Sacerdotessa, lei con lui aveva chiuso.

Arrivò davanti alla porta dell’archivio. Serrata, ovviamente. “Apriti, non ho voglia di perdere tempo.” Disse, accompagnando quelle battute inutili con la magia vera. Un segno tracciato con la mano nell’aria, e sentì il clangore della serratura che, accondiscendente, rispondeva al suo monito.

Spalancò l’anta, e si ritrovò in un ambiente rettangolare piuttosto piccolo, se confrontato con le altre stanze del grattacielo. Parte dell’aspetto angusto derivava anche dagli alti scaffali in metallo, muniti di cassetti con cartoncini scritti per la catalogazione in ordine alfabetico, e che affastellavano le pareti tutt’intorno e il centro della stanza, creando così stretti corridoi naturali. In un angolo, una piccola scrivania con una lampada da tavolo poggiata sopra, già accesa, e una sedia nera munita di rotelle.

Kendra cercò per prima cosa la V di Veggente. Gli occhi scrutavano per bene le file, percorrevano veloci i cartellini. Quindi, trovata le sezione giusta, s’inginocchiò e spalancò un cassetto rasente il pavimento, facendo stridere appena i cardini, i fogli che sbatacchiarono per l’onda d’urto. Credeva di trovare uno stanzone enorme letteralmente stipato di scartoffie, ma invece, anche se quello era il primo cassetto che apriva, non trovò che quattro o cinque cartelline di pochi fogli. Effettivamente, con la possibilità che avevano, attraverso Elynar, di conservare tutto su microchip e memorie tecnologiche, non era poi tanto stupefacente riconoscere che l’archivio scarseggiava di materiale.

In ogni caso fece presto a identificare che lì non c’era niente di ciò che le sarebbe piaciuto sapere, nessuna informazione sul Veggente. Con tutta probabilità era stato catalogato sotto un altro nome. Richiuse il tiretto con un colpo di tallone e si guardò attorno.

Di fronte a lei c’era la lettera S. Come Sacerdotessa… forse avrebbe trovato anche un fascicolo con tutti i suoi dati, chissà. Tanto valeva la pena dare un’occhiata.

Quel cassetto era più colmo degli altri. Trovò una strana cartellina piuttosto spessa, etichettata come “Sławomir”. Sembrava quasi un nome d’uomo. Kendra l’estrasse dal cassetto e l’aprì, incuriosita.

Sul primo foglio c’era appuntata con una graffetta una foto, piccola e rettangolare, che ritraeva un volto giovane e imbronciato, dei ciuffi castano scuro che ricadevano in una frangia scomposta sugli occhi neri. Occhi che non sembravano guardare il riflettore, ma che andavano oltre, l’iride dilatato in maniera inusuale. Non c’erano molti dubbi, si trattava del Veggente.

“Così è questo il tuo nome…” la donna lo riassaporò piano, nominandolo lentamente, un sorriso di compiacimento che le si apriva sul viso. “Sławomir… non male.” Poi proseguì nella lettura, concentrata, desiderosa di saperne di più.

Purtroppo molte informazioni le conosceva già, altre invece non le interessavano proprio. C’erano i documenti che gli intestavano la proprietà dell’intero palazzo, alcune fotocopie di spostamenti di denaro, una scheda per l’assoldamento di lei. Stranamente, non trovò quella di Elynar, nonostante fosse un Luminare e quindi avrebbe dovuto essere stato catalogato alla stessa maniera. Continuò a percorrere il fascicolo, girando le pagine nervosamente. Possibile non ci fosse nulla di un po’ più interessante? Nell’ultima pagina trovò un pezzo di carta appena stropicciata, a quadretti, strappata forse da un quaderno. Lo osservò con calma. Si trattava di una lista di nomi, e un titolo in stampatello sopra a tutti: Anti-Flag. Null’altro a spiegare cosa ciò significasse. La Sacerdotessa non perse tempo, richiuse di scatto il fascicolo e andò verso la A, immediatamente al fianco della scrivania, la mente che vagava cercando di ricordarsi se aveva mai sentito quel nome prima.

Non ci mise molto a trovarlo. Anti-Flag. Associazione libera antigovernativa. Avevano anche un logo, una stella in filo spinato rosso su cui spiccava la scritta bianca del nome, lo stesso carattere che di solito si usa per marcare le casse d’esplosivo. Ora il motivo del bombardamento prendeva una nuova forma, più crudele e spietata, inquietante. Se si trattava di un gruppo che combatteva contro il governo, allora perché uccidere tanti innocenti? Kendra aggrottò la fronte, preoccupata. Quando aveva chiesto al Veggente – no, a Sławomir – il motivo di tutto quel pandemonio che si andava organizzando, aveva sdegnato la sua domanda. “Obbedisci,” le aveva detto “in fondo sei o no alle mie dipendenze? O avresti preferito continuare a vagare con il peso di quel cadavere sulle spalle?”

Una minaccia. Il Veggente procedeva sempre a minacce. Un altro punto che la spingeva a cercarsi un altro lavoro, di certo più noioso, ma almeno sicuro.

Continuò a sfogliare il malloppo. Dentro vi scorse un nuovo elenco, che occupava almeno un centinaio di pagine, stavolta completo di nome, cognome, e una data affiancata da una croce. Talvolta il nome non era accompagnato da nessuna data. Persone uccise o, in alternativa, ancora da uccidere.

Fra essi, Kendra trovò quello di Gerda Blossom e, appena sotto, il suo.

sabato 6 novembre 2010

PostHeaderIcon Tyrsek, la bussola del cielo XI

06112010747

Il ritorno. Il grande, inatteso ritorno. Vi rimando qui, se siete nuovi e non conoscete i precedenti episodi, postati nel lontano 2009.

Non sono impazzita. O forse sì. Forse lo sono sempre stata, non saprei.

Comunque, se siete proprio curiosi di saperlo, un mostro mi ha rivoltato il cervello e mi ha costretto a continuare questa storia, attraverso uno stile semplice e lineare altrimenti da me definito prendingiro. Roba che scrivo solo per raccontare. Basta pensare allo stile, questa storia non ha mai preteso di farlo e mai lo farà.

P.S.: La foto d’inizio post dovevo metterla per forza. Sono io con un libro che ho tanto agognato, “The Tattoo Chronicles” di Kat Von D. Adorabile; fantastico.

I respiri affannati dei due e lo stridore delle armi ogni volta che si scontravano, i passi leggeri e veloci. Ombre sul pavimento lucido, e due figure che imbracciavano spade dal taglio affilato e dalla guardia semplice.

Una stanza ampia e vuota, degli armadi bianchi incassati nei muri candidi, nulla ad intralciare il passo. Una luce forte proveniente dal soffitto rendeva l’ambiente asettico, quasi simile ai lunghi corridoi di un ospedale.

“Non capisco perché Elynar se ne può stare tranquillo nella sua stanza, e invece io devo rimanere qui a stancarmi.” Kendra rispondeva affaticata ai colpi mirati del Veggente, vestita solo di un paio di pantaloni in pelle, un corpetto e degli stivali di cuoio. Aveva le spalle e le braccia completamente scoperte, i ricci sciolti che le coprivano parte della schiena. Piccole gocce di sudore le corrugavano la fronte, scivolando sul collo. Lo sguardo animato da uno sprezzo deciso, marcato sulle labbra increspate.

“Perché lui ha le sue armi, è già allenato e sa come cavarsela. In caso di pericolo, c’è bisogno che anche tu sappia resistere.”

“Io ho la magia dalla mia, e non è poco.” Ribatté la ragazza, inarcando la sopracciglia con fare orgoglioso.

“Ma non è ancora abbastanza.” E quasi come prova di ciò che disse, il Veggente incalzò ancora di più la compagna, costringendola a un angolo. Le stava per puntare la spada alla gola, quando lo squillare di un cellulare lo riscosse, vibrando nella tasca quasi implorante, ma egli esitò incerto al centro della sala.

“Su, rispondi.” Lo incitò Kendra, concedendogli un sorriso ambiguo, gli occhi che ammiccavano verso la tasca in cui sostava l’apparecchio.

Il Veggente abbassò l’arma, ma così facendo sorrise maliziosamente e per vendetta le lacerò i lacci del corpetto. Un colpo veloce e ben mirato, che tagliò i nastri di seta con facilità e precisione, stupendo la giovane. Lui si lasciò sfuggire una mezza risata compiaciuta, e si allontanò per rispondere alla chiamata. Lei gemette appena, ringhiando di rabbia, le braccia a coprirle il petto con quel che restava del bustino reciso. Sentì a stento l’uomo dire con tono duro, rivolto alla cornetta dell’apparecchio: “Chi è?”

 

“Chi è?”

“Nathaniel. Brutte notizie, signore.” La voce ovattata si confondeva con il ronzare di un elicottero.

“Quelle buone erano troppe, finora, non è così? E perché mai, dimmi, avete fatto partire il bombardamento così in anticipo?”

“Noi non abbiamo fatto nulla. È stata Gerda.”

“Bastarda…” sibilò il Veggente, piegando leggermente le labbra in una smorfia di odio e sconforto.

“Erano queste le brutte notizie.” Una pausa, un puro interrompersi a causa di un moto di paura improvviso. L’ira del Veggente incuteva timore a tutti. “Credo voglia precederci. Fa tutto quello che avremmo fatto noi, solo in anticipo.” Nathaniel tacque ancora, stavolta sperando che dall’altro capo del ricevitore provenisse una risposta. Invece vi fu solo il silenzio, finché con un ultimo sforzo non chiese, scoraggiato: “A che gioco sta giocando? Perché uccidere i nostri stessi nemici?”

In verità il Veggente aveva già una sua teoria, e avrebbe già risposto. Solo gli interessava conoscere i pareri dei suoi sottomessi, quando si arrischiavano a dire ciò che pensavano. In particolar modo se si trattava di importanti strateghi che nella maggior parte dei casi avevano buone teorie da esporre. Infine disse: “Per nascondere a noi stessi le sue vere intenzioni. Per non lasciarci la soddisfazione di marchiare il Male con il nostro nome.”

“Capo, come dobbiamo procedere?”

“Per ora nulla. Abbiamo tempo, in fondo.” E con questo la conversazione si concluse. Non ci furono commiati, non ce n’era il bisogno.

Il Veggente si voltò. Per tutto il tempo non aveva abbandonato la presa sulla spada. Tenerla in mano era confortante, e soprattutto vi era abituato. Oramai era come un prolungamento del suo braccio, palpitava dello stesso calore, a ritmo con il suo cuore deciso. Talvolta, senza prestarci caso, ne carezzava l’elsa liscia e anonima. Dolcemente, come tutti i guerrieri fanno prima di una battaglia, o rimirandone la lama splendente all’ombra di una candela che riusciva lo stesso a farne risplendere i contorni. Quella carezza era l’unica che il suo inconscio gli concedeva.

S’immaginava di trovare Kendra ancora a tremare di rabbia, mezza accucciata in terra. Non gli sarebbe dispiaciuto di affrontare la sua furia in un duello. Il fuoco che alimentava la donna dall’interno, quando scoppiava nella sua terribile fiamma, la rendeva invincibile, qualunque arma fosse stata costretta ad usare. Un combattimento con lei in quelle condizioni sarebbe stato davvero divertente.

Ma l’unica cosa che trovò fu il suo corpetto in pezzi che giaceva in terra. Lo raccolse lentamente. Era bello, ricamato con rose nere che sbocciavano sulle coppe per poi allungarsi fra spine morbide e foglie in pizzo sul busto, alcuni ciuffi ai bordi che ne ingentilivano il taglio semplice. Le stecche in metallo erano ancora tiepide del suo corpo. Sulla parete, una scritta luminescente, un graffito magico: “Stronzo!”

Dopotutto, era ancora arrabbiata.

domenica 10 ottobre 2010

PostHeaderIcon Close To The Flame

Sono tornata. Dopo tanto tempo che forse anch’io un po’ mi stupisco. E torno proprio con un racconto del mio caro progetto, uno di quelli che in verità ho abbozzato quasi un mese fa, e che trovo il coraggio di pubblicare solo ora (ecco il motivo dell’ambientazione prettamente estiva). Anche se più che altro mi pare una scusa banale per giustificare la mia scarsità di scritti, per ripigliare un foglio dal fondo del cassetto e proporlo come una novità. Per dire che non sto con le mani nelle mani a far nulla e a lasciarmi trascinare dal vento, come invece è e forse continuerà ad essere. Ma no, mi ribello, perché in fondo… proprio in fondo, là dove la luce scarseggia ad arrivare, là dove in pochi osano guardare… c’è un racconto che aspetta di essere pubblicato. Non una meraviglia, certo, ma forse uno spiraglio di rinascita. La mia rinascita per continuare bene, e in meglio.

Perciò il vero racconto lo lascio al 13 Ottobre, poiché è una bella data, una data da ricordare, la data in cui la storia s’ambienta. Ok, un modo come un altro per dire che il vero motivo ve lo terrò nascosto. In ogni caso, oggi vi parlerò di un addio. Una sorta di gesto scaramantico per autoconvincermi che la mia storia, la mia vita, non ne subirà uno altrettanto.

Il piede spinge sull’acceleratore, nervoso. L’auto fa un nuovo scatto in avanti, aumenta la velocità, e il motore quasi ruggisce. Ormai non è che una macchia rossa, veloce e inquietante, possente. Infiammata della stessa rabbia che drasticamente consuma… macinando leghe su leghe, scappando da non si sa cosa.

Ancora più rapidi, ancora più lesti su questa strada vuota: energia, nient’altro freme nel corpo, e che brucia ogni dolore che s’incastra fra gli inganni del cuore. Affianco, il paesaggio scorre sempre uguale, con monti rossastri che s’intravedono all’orizzonte come calici da cognac rivoltati, con le loro sfumature ramate che incantano e quasi si cullano, mobili, vorticanti e irrequiete. Erbacce e piante grasse spuntano qua e là sul terreno brullo e scarno, rosso come il sole che sopra a tutto infuoca il deserto. L’essere soli è una sensazione strana che rende padroni del mondo, padroni della propria solitudine senza confini, è il musicare inquieto dell’animo che vaga libero da catene. Un animo in fuga.

Il limite fra terra e asfalto è labile, quasi inesistente, con i granelli sottili che sfumano nel grigio pietra, a volte spingendosi quasi fino al centro della via che, unica, s’inerpica sfacciatamente dritta nella desolazione. In fondo, compare un cielo terso e di un azzurro velato, dall’aspetto indeciso e lontano, quasi malsano. Sembra solcato da crepe giallo limone, fulmini diurni che sanno tanto di allucinazioni instabili, riflessi di uno spirito indiano. L’aria fa vibrare tutto, tramortente come onde sonore gettate dalle casse di un concerto, passionale come un nastro mosso da una ballerina. Agita i contorni come fossero sassolini durante un terremoto feroce, che s’incontrano e si staccano, e tremano impauriti schioccando fra loro.

La vista quasi s’offusca, coperta dagli occhiali da sole, neri e impenetrabili, che cercano di nascondere uno sguardo sconfortato e debole. Una goccia di sudore cola dall’occhio, sembra quasi una lacrima salata baciata dal sole; mentre si fa strada sulla guancia, viene spinta e schiacciata dal vento che ne frammenta il percorso.

Non se l’asciuga. Le mani sono ancora ben strette sul volante, le dita massicce ogni tanto si aprono e si stendono per sgranchirsi lentamente, senza però lasciare la presa salda. Forse un brivido appena le scuote, il singulto represso di un tormento ghiacciato che non vuole saperne di sciogliersi. La pelle abbronzata risalta al tocco del sole cocente, che con i suoi raggi scivola giù per il collo, insinuandosi sul petto che mostra la camicia nera e sbottonata, sensuale. Le gambe, strette in dei jeans chiari, si muovono al ritmo di una canzone veloce. Ogni tanto il segnale si blocca, si fa oscuro, la radio non prende bene. Delle interferenze lanciano melodie nuove d’altre stazioni, poi tornano al solito riff di chitarra elettrica, più potente di prima, liberatorio e selvaggio. Ma la gamba continua a tenere il ritmo, costante, quasi le orecchie dell’uomo sentissero ancora il riverbero della musica ora interrotta, ora ripresa.

Una mano si stacca dallo sterzo e si poggia sullo sportello, lasciando sporgere fuori parte della curva del gomito. Il contatto con il metallo lo infiamma, ma dopo pochi secondi la sensazione sfuma, momentanea, e non resta che un senso di calore soffocante a permeare il tutto. Mentre la strada corre veloce scappando per ritmi avversi, per la prima volta un sorriso compare sul volto dai tratti duri, a labbra strette, pare il ritorno trattenuto di un dolce ricordo.

«Ancora?» chiede.

«Sì, ancora» risponde, facendo cenno al bicchiere vuoto, di cui non si scorge che un bagliore ramato dei resti racchiusi nei cubetti di ghiaccio. Il vetro accuratamente sbozzato brilla sotto i neon fosforescenti, e i suoi bordi sono taglienti, acuminati come il ghiaccio che, seppur prossimo a sciogliersi, conserva i suoi spuntoni aguzzi e la sua tenue e sbiadita vena azzurrina.

«Non intendevo questo. Parti ancora, eh, Sbrex?» la donna non gli versa da bere, ma si poggia sul bancone e lo osserva negli occhi. Il trucco pesante rende il suo sguardo irresistibile, ma ora è coperto da una patina di ira repressa, i tratti del viso tirati e seri. Lui preferisce soffermarsi sulla sua scollatura dell’abito, di certo meno pericolosa, e generosa nel mostrare la pelle chiara e fragile, liscia come un petalo di fiore di pesco.

«Di nuovo con quel soprannome?» un mezzo riso, nulla più, «comunque sì, parto. Ora mi riempi il bicchiere o devo andare al bar di fronte per avere un po’ di brandy?» dice, cercando d’essere ironico. I suoi occhi del verde delle foglie d’agave sono ancora più scuri nel semibuio del locale, offuscati da mille pensieri nascosti e dalle immagini di ciò che è prossimo ad abbandonare. È tornato da poco, questo lo sa, ed è quasi certo che ritornerà anche stavolta. Quando, però, resta un mistero.

Lei fa come le viene richiesto. Ma forse l’unica cosa che cerca, con questo gesto, è tenerlo con sé per qualche istante di più. Il pub è affollato, e nonostante le luci soffuse e a intermittenza che lo rendono un po’ più intimo, il lavoro la porta spesso ad allontanarsi da quella figura abbattuta a cui presta tanta attenzione. Il vociare colma ogni angolo, così come la musica sparata ad alto volume, ma che viene comunque attutita dalla gente che balla. Il pestare dei piedi sul pavimento scuro, il ronzio delle numerose lampadine che però non rischiarano quanto dovrebbero, il rumore assordante proveniente dalle casse, le grida. Voci di ragazze che ogni tanto lanciano urli accaniti, risate di uomini. Caos.

Lui osserva i suoi ricci corvini allontanarsi per servire una giovane coppia, le osserva i fianchi stretti nel vestito di raso nero muoversi suadenti. Non si accorge delle occhiate lascive che anche altri le riservano, perché è certo di possederla, così come è stato per molto tempo. Forse non smetterà mai, questo sensazionale gioco di notti insonni e viaggi indorati in un’alba tardiva, il limbo in cui la tiene stretta e la inganna è un luogo da dove lei non potrà mai fuggire.

Nonostante il suo sguardo segua ancora i suoi movimenti, ormai la mente è andata così lontano da non percepire più la presenza della donna, e la vista è solo un intrattenimento di colori e forme agitate. Si distrae così tanto che per un istante gli pare di scorgere due donne camminare allo stesso ritmo, completamente uguali, vede due sorrisi, quattro bottiglie di birra posate sul bancone. No, sui due banconi del bar… o forse ci sono anche due bar? Scuote la testa e si scioglie il codino che tratteneva i suoi capelli color sabbia e, sebbene possa sembrare solo una mossa per fare conquiste, sa che stavolta lo fa solo per schiarirsi le idee.

Partire. Ancora.

«Per dove?» è tornata da lui, e ora deterge dei calici da cocktail frattanto che gli parla. La sua voce è la stessa di prima, sembra quasi che non avessero cessato un attimo di conversare, e anche il cipiglio è preoccupato e ansante, forse pure un po’ triste. Intanto cerca di guardarlo il più possibile, per avere di lui un dolce ricordo, un’immagine chiara, per evitare di lasciarselo sfuggire così, senza neanche avere in mente l’ultimo sorriso che le ha rivolto.

«Non lo so. In giro» è intontito, troppo. Il liquore ramato gira nel bicchiere, fa piccoli salti e scivola fra il ghiaccio in pezzi. È così scuro da sembrare terreno arso dal sole, acqua del deserto, veleno ammaliante. «Il deserto…» mormora.

«Cos’hai detto?»

«Lascia perdere.»

Il deserto. Caldo. Distante. Diverso da quella città così glaciale perfino in piena estate, tutta ferro e asfalto.

Il deserto. Solitario. Semplice. Ardente e focoso come il suo animo in fiamme.

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