domenica 7 novembre 2010

PostHeaderIcon Tyrsek, la bussola del cielo XII

Strano ma vero. Direi che il mostriciattolo di cui vi ho parlato ieri non mi dà ancora tregua. Non so quanto a lungo durerà, in effetti lo prendo come una sorta di esercizio per imparare a scrivere bene anche quando non ho ispirazione.

Infatti, come potete notare, non è che qui lo stile sia dei migliori… è che riesco a dare il meglio solo in certi casi, ovvero quando scrivo quelle scarse pagine che fanno il racconto mensile. Se mai volessi intraprendere una trama più lunga, da cui poterne trarre un romanzo, devo anche imparare a scrivere ogni giorno, e bene.

Perciò avete tutto il diritto di non leggere questi miei deliri ^^’

L’ascensore la portava nei piani interrati con una lentezza unica, spietata. Frattanto, Kendra batteva con il tacco degli stivali sul pavimento ricoperto da piastrelle in linoleum verdastro, superando con questo rumore ritmico anche lo strusciare delle corde, che sopra di lei lasciavano scivolare l’abitacolo nel basso. Finalmente i battenti in acciaio si aprirono, rivelando su un corridoio lungo e buio.

Kendra cominciò a camminare veloce, i faretti posti alle pareti che si accendevano al suo passare. I fasci di luce s’incrociavano formando particolari giochi di luci e ombre. Era la prima volta che la donna si dirigeva agli archivi, ma sapeva bene dove si trovassero e quindi accelerò il passo, decisa a far presto.

Prima non le sarebbe mai passato di mente di rinvangare le pratiche di quel posto, non ne aveva voglia, non ne valeva la pena. E poi, cosa mai poteva trovarci di tanto interessante? Solo scartoffie, quelle poche cose che Elynar non poteva tenere al sicuro nei suoi macchinari, forse fotocopie di documenti. Poco altro ci si aspettava da un luogo simile.

Ma ultimamente i suoi sospetti erano aumentati. Lavorava per il Veggente da due anni circa, e ancora non sapeva il suo nome. Un uomo giovane, attraente per quelle poche volte che concedeva agli altri la possibilità di vederlo senza un cappuccio calato sulla testa. Occhi enigmatici, indagatori. Un tipo laconico, soprattutto, e Kendra non sopportava il modo in cui pretendeva fiducia senza che gli altri lo conoscessero abbastanza per concedergliela. Fra loro non era mai corso buon sangue.

Finora i lavori che le erano stati commissionati erano pochi, concisi. Spesso lo accompagnava in viaggi stravaganti alla ricerca di strani manufatti, come era stato per l’impresa più recente su Keren’hir, tanto che a un certo punto si era quasi convinta che fosse un semplice cacciatore di tesori. Ma per quel che ne sapeva, non vendeva ciò che procurava, e le continue telefonate, i giri con cui si intratteneva… contatti che facevano supporre un impiego più importante, e forse anche meno onesto.

Capitava che sentisse, sussurrato, a mezza voce, quando credevano che non fosse nei paraggi, il nome di Gerda Blossom, il sindaco della Città. In verità udiva solo quell’epiteto, Gerda, come se fosse una persona vicina, un’amica, tanto che in fin dei conti poteva trattarsi di qualunque altra persona. Ma esistevano poi tante donne con quel nome e lo stesso sprezzo timoroso che vi si attaccava mentre lo si pronunciava? No, non proprio.

Quindi si era decisa. Doveva indagare. Giusto per curiosità, per divertirsi. E poi negli ultimi tempi le attenzioni morbose del Veggente nei suoi confronti erano diventate intollerabili. Un comportamento maniaco, ossessivo. Se non perveniva al più presto a informazioni interessanti, sarebbe fuggita. Che si cercasse un’altra Sacerdotessa, lei con lui aveva chiuso.

Arrivò davanti alla porta dell’archivio. Serrata, ovviamente. “Apriti, non ho voglia di perdere tempo.” Disse, accompagnando quelle battute inutili con la magia vera. Un segno tracciato con la mano nell’aria, e sentì il clangore della serratura che, accondiscendente, rispondeva al suo monito.

Spalancò l’anta, e si ritrovò in un ambiente rettangolare piuttosto piccolo, se confrontato con le altre stanze del grattacielo. Parte dell’aspetto angusto derivava anche dagli alti scaffali in metallo, muniti di cassetti con cartoncini scritti per la catalogazione in ordine alfabetico, e che affastellavano le pareti tutt’intorno e il centro della stanza, creando così stretti corridoi naturali. In un angolo, una piccola scrivania con una lampada da tavolo poggiata sopra, già accesa, e una sedia nera munita di rotelle.

Kendra cercò per prima cosa la V di Veggente. Gli occhi scrutavano per bene le file, percorrevano veloci i cartellini. Quindi, trovata le sezione giusta, s’inginocchiò e spalancò un cassetto rasente il pavimento, facendo stridere appena i cardini, i fogli che sbatacchiarono per l’onda d’urto. Credeva di trovare uno stanzone enorme letteralmente stipato di scartoffie, ma invece, anche se quello era il primo cassetto che apriva, non trovò che quattro o cinque cartelline di pochi fogli. Effettivamente, con la possibilità che avevano, attraverso Elynar, di conservare tutto su microchip e memorie tecnologiche, non era poi tanto stupefacente riconoscere che l’archivio scarseggiava di materiale.

In ogni caso fece presto a identificare che lì non c’era niente di ciò che le sarebbe piaciuto sapere, nessuna informazione sul Veggente. Con tutta probabilità era stato catalogato sotto un altro nome. Richiuse il tiretto con un colpo di tallone e si guardò attorno.

Di fronte a lei c’era la lettera S. Come Sacerdotessa… forse avrebbe trovato anche un fascicolo con tutti i suoi dati, chissà. Tanto valeva la pena dare un’occhiata.

Quel cassetto era più colmo degli altri. Trovò una strana cartellina piuttosto spessa, etichettata come “Sławomir”. Sembrava quasi un nome d’uomo. Kendra l’estrasse dal cassetto e l’aprì, incuriosita.

Sul primo foglio c’era appuntata con una graffetta una foto, piccola e rettangolare, che ritraeva un volto giovane e imbronciato, dei ciuffi castano scuro che ricadevano in una frangia scomposta sugli occhi neri. Occhi che non sembravano guardare il riflettore, ma che andavano oltre, l’iride dilatato in maniera inusuale. Non c’erano molti dubbi, si trattava del Veggente.

“Così è questo il tuo nome…” la donna lo riassaporò piano, nominandolo lentamente, un sorriso di compiacimento che le si apriva sul viso. “Sławomir… non male.” Poi proseguì nella lettura, concentrata, desiderosa di saperne di più.

Purtroppo molte informazioni le conosceva già, altre invece non le interessavano proprio. C’erano i documenti che gli intestavano la proprietà dell’intero palazzo, alcune fotocopie di spostamenti di denaro, una scheda per l’assoldamento di lei. Stranamente, non trovò quella di Elynar, nonostante fosse un Luminare e quindi avrebbe dovuto essere stato catalogato alla stessa maniera. Continuò a percorrere il fascicolo, girando le pagine nervosamente. Possibile non ci fosse nulla di un po’ più interessante? Nell’ultima pagina trovò un pezzo di carta appena stropicciata, a quadretti, strappata forse da un quaderno. Lo osservò con calma. Si trattava di una lista di nomi, e un titolo in stampatello sopra a tutti: Anti-Flag. Null’altro a spiegare cosa ciò significasse. La Sacerdotessa non perse tempo, richiuse di scatto il fascicolo e andò verso la A, immediatamente al fianco della scrivania, la mente che vagava cercando di ricordarsi se aveva mai sentito quel nome prima.

Non ci mise molto a trovarlo. Anti-Flag. Associazione libera antigovernativa. Avevano anche un logo, una stella in filo spinato rosso su cui spiccava la scritta bianca del nome, lo stesso carattere che di solito si usa per marcare le casse d’esplosivo. Ora il motivo del bombardamento prendeva una nuova forma, più crudele e spietata, inquietante. Se si trattava di un gruppo che combatteva contro il governo, allora perché uccidere tanti innocenti? Kendra aggrottò la fronte, preoccupata. Quando aveva chiesto al Veggente – no, a Sławomir – il motivo di tutto quel pandemonio che si andava organizzando, aveva sdegnato la sua domanda. “Obbedisci,” le aveva detto “in fondo sei o no alle mie dipendenze? O avresti preferito continuare a vagare con il peso di quel cadavere sulle spalle?”

Una minaccia. Il Veggente procedeva sempre a minacce. Un altro punto che la spingeva a cercarsi un altro lavoro, di certo più noioso, ma almeno sicuro.

Continuò a sfogliare il malloppo. Dentro vi scorse un nuovo elenco, che occupava almeno un centinaio di pagine, stavolta completo di nome, cognome, e una data affiancata da una croce. Talvolta il nome non era accompagnato da nessuna data. Persone uccise o, in alternativa, ancora da uccidere.

Fra essi, Kendra trovò quello di Gerda Blossom e, appena sotto, il suo.

3 commenti:

Cesare ha detto...

Interessante. Ho letto entrambi questi ultimi due capitoli. Continua, possibilmente con post di questa lunghezza, più facili da leggere. Scorrevole, solo un infodump nell'altro capitolo:
"Talvolta, senza prestarci caso, ne carezzava l’elsa liscia e anonima. Dolcemente, come tutti i guerrieri fanno prima di una battaglia, o rimirandone la lama splendente all’ombra di una candela che riusciva lo stesso a farne risplendere i contorni. Quella carezza era l’unica che il suo inconscio gli concedeva."
Perdi il filo della narrazione leggendo questo, sono informazioni inutili, perché mostri e non racconti. L'ultima frase dovrebbe essere quella più d'effetto, ma lo si perde un po'. Credo dovesse essere più tagliente; se la leggi è una frase calmissima, niente tensione.
Attendo nuovi risvolti. ;)
P.S.: Grazie per i consigli musicali. Soprattutto per i Poets of the Fall; Carnival of Rust è semplicemente magnifico.

Frankie P. ha detto...

Grazie, sinceramente non avrei mai detto che qualcuno avrebbe letto questi due capitoli XD Dopo tanto tempo è sempre un po' difficile riprendere. Sto cercando di riattaccare assieme i pezzi della trama che avevo in mente mesi fa.
E per i consigli, di niente, sono stata contenta di aiutarti :)

Crystal ha detto...

Finalmente si spiega qualche cosa... Anche se ancora c'è qualche incertezza...
Cmq, devo dire che sto' veggente è proprio un bastardo. Senza offesa, eh, ma prima se la gode e poi ha intenzione di ammazzarla? bleah.
XD
Mi è piaciuto cmq ;)

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