venerdì 12 novembre 2010

PostHeaderIcon Tyrsek, la bussola del cielo XIII

Bene, continuo.

Stavolta vi propongo un giochino. Ho bisogno di trovare un po’ uno schema in questo caos di informazioni, e sebbene stia facendo questo lavoro già per conto mio, d’altro canto mi serve il vostro aiuto. Allora: quali sono le domande che vi siete posti leggendo questi episodi? Quali sono le cose che vorreste sapere al più presto?

Vi pongo in specifico queste domande perché ho notato che, essendo una storia piuttosto complicata per i miei target, potrei finire col dare per scontato alcuni spunti lasciati qua e là, e quindi creare fastidiosi buchi neri nella trama. Spero vivamente nel vostro buonsenso ^^

Elynar era seduto sulla poltroncina della sala macchinari, i piedi poggiati su un tratto di scrivania scoperto. Aveva le mani poggiate dietro la nuca, un aspetto sereno che ben conciliava col sonno che pian piano si era impossessato delle sue membra. Oltre al ronzare degli strumenti, si sentiva solo il suo respiro rilassato, probabilmente perso in qualche dolce sogno.

D’improvviso però si riscosse, sentendo la presenza del Veggente alle sue spalle. Era entrato cercando di non far rumore, e si era appostato dietro al giovane, dando un’occhiata generale ai monitor delle telecamere di sorveglianza che sostavano sul tavolo di fronte. Il Luminare alzò gli occhi al contatto della mano dell’uomo che gli carezzava la guancia, liscia e priva di barba come quella di un bambino.

“Buonasera, capo.” Biascicò, bofonchiando di piacere.

“Svegliati, idiota.” Rispose il Veggente, e così facendo gli assestò un leggero schiaffo, sorridendo appena. I suoi canini brillarono sinistri nella penombra del locale. “Maledizione.” Aggiunse dopo un po’, lo sguardo che si adombrava, la bocca aperta in una smorfia di contrito stupore.

S’avvicinò ai piccoli schermi, chiudendo con forza i pugni.

“Cosa c’è?” chiese Elynar, appena preoccupato, quasi indifferente.

L’uomo non rispose, gli occhi puntati sulla figura femminile che si stava velocemente avvicinando all’uscita del grattacielo, passando da una visuale delle telecamere all’altra. Un mantello rovinato ne nascondeva a tratti le forme, una sacca di tela pendeva dalla spalla, assicurata come una tracolla da una semplice corda. Quindi la vista del Veggente si spostò sullo scorcio che si apriva sulla camera da letto di Kendra. Vuota, il letto sfatto, ogni oggetto personale scomparso.

Nel corridoio che portava agli Archivi, i faretti di luce erano ancora accesi.

Quando l’uomo si avviò quasi correndo verso il vano dell’ascensore, Elynar parve risvegliarsi dal tuo intontimento e realizzò in pochi istanti cosa stava accadendo. “Devo sguinzagliare la Sam-rjah?” domandò, noncurante.

“Non è un cane da tartufo, Elynar.”

 

Sentiva il petto bruciarle, come quando ai tempi dell’apprendistato nel Tempio si svegliava la mattina presto, e costretta dalle consorelle di grado più elevato, correva e esercitava il suo corpo ancora intorpidito dal sonno. Piccoli aculei che le si infilavano fra i seni, sempre la stessa sensazione di vago malessere, e quel respiro a scatti, talvolta troppo leggero, altre troppo violento, tanto da sconquassarle il viso con un rossore soffuso. Ma le gambe, sorrette dalla volontà, continuavano a correre, veloci, ostacolate dai tacchi che producevano quel rumore assordante e ignobile, e che la costringevano a rallentare, quando per caso sbagliava e inciampava, impantanandosi nel suo stesso mantello. L’agitazione rovina ogni idea di fuga, ne scuote le membra e fa risalire a galla ogni difetto o imprevisto.

Così come il dubbio che, come al solito, il Veggente fosse venuto a sapere fin troppo presto delle sue mosse, e che già ora fosse al suo inseguimento. Superò il portone in metallo che dava accesso al grattacielo con un sospiro trattenuto in gola. Per lei, Elynar e il Veggente era sempre aperto, attraverso il solito connubio fra scienza e magia, stavolta frutto di un’intensa collaborazione fra lei e il Luminare. Trappole per gli intrusi, libertà assoluta per loro tre. Quindi sorpasso il cancello con le alte grate in ferro, che agiva nella stessa maniera di riconoscimento personale, il filo spinato percorso dalla corrente in cima per dissuadere i malintenzionati, e finalmente concesse a quel sospiro di uscire. Libera. Per ora.

Un vento piuttosto insistente prese ad asciugarle le poche gocce di sudore dal viso. Il sentore di autunno era persistente nell’aria, il crepuscolo inoltrato che lasciava intendere come le giornate si stessero accorciando, e come le serate diventavano man mano più gelide.

Ma dove andare?

Il Tempio era il rifugio per le novelle, per le giovani, e non appropriava a quel luogo alcun principio di familiarità. Dei suoi parenti, nessuna traccia o ricordo, la madre un labile viso dai capelli neri e ricci, molto probabilmente confusa con la levatrice che l’accudì i primi tempi. No, il Tempio non faceva per lei, e in ogni caso le avrebbe chiuso i battenti prima che potesse anche solo chiedere asilo.

Non aveva casa, oltre quel palazzo angusto nella periferia della città dove aveva trascorso i suoi anni da dipendente del Veggente. Non aveva amici. In quel posto? Ma per favore. Gli amici erano l’ultima cosa che le sarebbe stata d’aiuto.

Il grattacielo si elevava austero su una collinetta, contornato da pochi, sparuti alberi malmessi. Non era poi così alto, rispetto a molti altri, ma data la sua posizione era possibile scorgere tutta la città che si srotolava ai suoi piedi. Era una sorta di faro ambiguo, piuttosto malandato dall’esterno, i vetri delle facciate sporchi e lerci, scuriti quasi volontariamente. Un occhio che guardava, pretendendo di non essere guardato. Kendra lasciò scorrere lo sguardo, quasi cercando affannata una direzione verso cui lanciarsi. Il tempo correva inesorabile, e la sua fu una sorta di ultima occhiata, una speranza di non vedere più il mondo attraverso quella prospettiva malsana. Restò immobile per un minuto circa, fuori sulla strada che scendeva dall’altura e s’inoltrava nel complesso urbano. Il respiro ancora lievemente affannato le si condensava nell’aria attorno. Si passò una mano sul viso per allontanare i capelli scarmigliati che continuavano ad andarle davanti agli occhi.

Nelle vicinanze c’erano le baracche dei poveri, costituite da normali palazzi con vani di scale bui e appartamenti dall’ampiezza di uno stanzino. Dopo il bombardamento, era la zona che sembrava aver subito meno mutamenti. Distrutta nell’animo fin dal principio, i crateri nell’asfalto e i palazzi dimezzati ne avevano portato alla luce il lato sfibrato e senza speranza, con le prostitute che si costringevano a vivere ancora in stanze che si affacciavano sul vuoto creato dai missili. Una vetrina sul dolore impossibile, dove le risate dei vecchi erano la derisione della gioventù rubata.

Era l’unica parte della città dove i detriti non erano ancora stati rimossi. Non si era nemmeno tentato di rimuoverli. Giacevano lì, proteggendo macerie e cadaveri. Fra essi, s’accampavano coloro a cui era stata sottratta dimora, tirando le lenzuola e le stoffe che spuntavano un po’ ovunque e creando con queste nuove e bizzarre tende.

In quella zona però sorgevano, come sempre, i soliti edifici intatti. Salvati miracolosamente da una mano altruista, lontana, una mano aliena che aveva calato le sue dita per proteggere i suoi figli dall’urto. Quella mano si chiamava Caso.

Uno di questi edifici era la Scuola Circense. Sviluppata su unico piano, era costituita da un ampio telone centrale e da cinque capanne più piccole, i colori prima vivaci ora resi oscuri dalla polvere e dalla sporcizia che continuava ad accumularsi da anni. Solo l’insegna, con luci al neon dagli schermi metà bruciati, riluceva a tratti intermittenti. Nel buio della notte non sarebbe stato possibile riconoscerne la scritta, che portava un nome semplicissimo, quello di Scuola Circense per l’appunto. Si era sempre pensato che non fosse necessario sostituire i faretti guasti. Tutti sapevano cosa avveniva lì dentro.

Kendra cominciò a discendere dalla collina, quasi correndo, la pendenza che le facilitava l’aumento di velocità. Finché non trovava le rovine del bombardamento a rallentarle il passo, tanto valeva approfittarne. All’incirca tre chilometri la distanziavano dalla Scuola.

3 commenti:

Cesare ha detto...

Ok... Ci siamo. L'ho letto ieri e devo dire che lo ricordo ancora abbastanza bene, buon segno. L'ho trovato abbastanza interessante e direi che sono pronto per dei capitoli un po' più lunghi. Solo due cose da farti notare. La "scuola circense"... Non so... Con queste parole quello che intendo è un posto dove ti insegnano a fare l'acrobata (et similia)... Ecco, innanzitutto non credo sia questo ciò che realmente è, poi non capisco perché ci dovrebbe essere, in un posto bombardato, una scuola circense e non capisco perché dovrebbe essere un luogo sicuro. Queste domande, in genere sono un bene, altre volte, come in questo caso, mi fanno solo aggrottare la fronte. Non intriga, confonde. Pensa a quanto cambierebbe chiamandolo solo "Circo". Almeno secondo me. Il secondo punto è di nuovo l'ultima frase. Niente sbigottimento, niente tensione, è calmissima.
Spero di poter aiutare dicendo ciò che non mi suona. Ti consiglio un po' (giusto un po') di chiarificazioni e molta molta più suspance.

Frankie P. ha detto...

Credo che aumentare la suspance mi sarà piuttosto difficile. Cioè, hai letto parecchi dei miei scritti, dovresti esserti accorto che non è proprio il mio forte, sono tutti racconti calmi calmi, tranquilli e piatti ^^'
Nella correzione finale, quando avrò finito tutta la storia (non mi va poi molto di tirarla per le lunghe, no, ma neanche di darle una conclusione inutilmente affrettata), darò risalto ai consigli dei tuoi commenti assieme a quelli degli altri lettori :)
Per ora non mi viene da apportare modifiche perchè come immaginerai ho continuato a scrivere un po', e l'idea ormai c'è. Però hai ragione, avrei potuto usare un espediente diverso per la Scuola, qualcosa di meno... confuso :P
Finisco col dire che se anche tu sei pronto per capitoli più lunghi, io no u.u Ci metto ancora parecchio per scrivere singoli episodi, non riuscirei a farli più corposi di così XD

Crystal ha detto...

mmm, non ho molto da dire su questo capitolo. Se mi è piaciuto? Sì, carino. Non è niente di che, ovvio, è una semplice narrazione. Ben fatta. Solo che non capisco come il veggente non abbia raggiunto kendra fuori dal palazzo: da come hai fatto le descrizioni, si penserebbe che kendra abbia perso mezz'ora solo a guardarsi inotrno. ok, forse esagero un po' XD
Aspetto il continuo, e soprattutto, di scoprire i veri scopi del veggente...

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