Briciole di Felicità
Anche questo racconto ha partecipato a un Contest particolare. Devo dire che scrivere con idee precise – dettate da altri per certi versi – è più gratificante, e inoltre ti permette di avere giudizi, cosa che postando qui sul blog non è sempre accertata.
Song-fic anche questa. Sì, mi prendono, sì, ho detto più volte di amarle. Avrete ormai capito che da parecchio tempo a questa parte non faccio che scrivere racconti di questo tipo.
Le canzoni da cui ho preso spunto (e che trovate come al solito a fine post) sono:
- "Yksinäisen Keijun Tarina" di Chisu
- Śniadanie do łóżka" di Andrzej Piaseczny
Con questo racconto mi sono classificata Seconda (avete visto? Miglioro ^^), assieme al Premio come Miglior Storia.
E sono ancor più felice di dire che invece il Premio Stile è toccato a Vinci, che si è inoltre classificato primo :)
Buona lettura!
La mia fata si è ammalata.
Ogni mattina strofina le ali con della polvere magica, per poter volare. Perché da sola non ce la fa più. È tutta contenuta in una borsetta di tela che porta legata in vita, la sua polvere, da custodire gelosamente, da usare con parsimonia. Un mucchietto al giorno, per sopravvivere.
Arriva sera ed è stanca, e le sue ali di trasparenti petali di giglio giacciono abbandonate sulle spalle: una sacca di dolore che si trascina dietro. Le occhiaie distruggono la bellezza dei suoi occhi d’ametista, che nemmeno un raggio del sole al tramonto riesce ad accendere di nuova luce.
La mia fata si è ammalata: non vuole più sognare. E io, che la amo più della mia vita, le donerei ogni mio sogno pur di far tornare le sue ali a splendere.
Spesso me l’ha detto, me l’ha sussurrato nell’orecchio, al suo caro fauno impertinente: «Perché suoni sempre di feste e cose belle? I tuoi occhi sono ciechi, forse, che non vedi quante creature muoiono qua intorno?»
Suono perché non so ballare con la Morte, e allora chiamo le altre sue signore, le dame che spesso s’inchinano al suo cospetto, affinché facciano compagnia ai miei saltelli allegri. Credo che le mie canzoni spargano speranza, e loro danzano, danzano intorno, il cerchio magico di Faerie, e la speranza la creano davvero: sono le risa dei bambini che, dal mondo reale, si affacciano sul nostro universo.
Ma ora non suono più neanche io, e Gioia si è offesa con me, e Gaia non mi vuol parlare. Misericordia tace e il suo sguardo mi perfora le spalle, Lussuria si consola con un troll che vive oltre le montagne. Ho perso tutte le mie muse.
Poco male, ho la mia fata da salvare. Devo portarla via dai suoi ricordi, prima che qualcos’altro l’allontani da me.
Però me ne sono accorto troppo tardi. Lei piangeva sola, nascosta fra i petali del suo crisantemo, e io intanto le chiedevo baci, le chiedevo la sua bellezza, e non mi accorgevo che stava morendo dentro. Che sciocco, povero sciocco fauno!
Ma come può un fauno credere che una donna alata possa stare così giù? Ha un cielo immenso su cui perdersi, una piuma smarrita nel vento. Una piuma che ora sta cadendo. La raccoglierò prima che rischi di toccare il suolo, fosse anche l’ultima cosa che faccio. Spero solo che non sia davvero troppo tardi…
Ma, in fondo, chi avrebbe mai creduto che le fate tristi esistono?
Si respira aria autunnale. Attorno al palazzo diroccato, un castello ucciso dal soffio infuocato di un drago, qualche erbaccia lascia spazio a primule gialline che sono le fiammelle sparse dal suo fiato rovente. Le aiuole sono chiazze verdi su cui è stato spruzzato un po’ di colore, senza riflettere, senza idea di cosa s’andava creando. La natura ha modellato un quadro grottesco, dimentica dell’ordine. Un fungo! Che ci fa un fungo sotto quel cespuglio?
La finestra della camera da letto è accostata, solo la zanzariera chiusa, ma è di quelle che si possono aprire dall’esterno. Solo una sottile tenda attutisce i rumori delle auto che, dalla strada, già cominciano a vorticare per le vie della città in un marasma confuso, ma basta a plasmare quella barriera indelebile fra incanto e realtà. Il ragazzo benedice che lei abiti al piano terra. Entra come un angelo, di soppiatto, accompagnando con una mano la reticella che si alza. Tutto senza svegliarla: è importante lasciarla ancora un po’ nell’inquietudine del sonno, nella convinzione della solitudine. Un salto e scavalca il ripiano, i suoi piedi toccano il pavimento di ceramica con la leggerezza del passo di un fauno. Un ticchettio per gli zoccoli che si poggiano, ma niente più.
Lei, fra le coperte, è bellissima come la visione dello sbocciar di un fiore, che allunga piano i suoi petali, saggia l’aria – no, fra troppo freddo, aspettiamo racchiusi altri pochi minuti! – mezza aperta al mondo e mezza accoccolata fra l’abbraccio delle coperte. I capelli castani si sparpagliano in boccoli sui cuscini bianchi, onde spumose di un mare al crepuscolo. Le lenzuola si avvolgono sul suo corpo come foglie a rivestire una fata, e quasi si possono scorgere le ali, un brevissimo brillare che spunta dalle spalle nude e vibra nel vuoto. Oh, no, non sono in alto, le ali, non sono spiegate: sono schiacciate alla schiena, spiegazzate, sgualcite. Pesanti e bagnate.
La cucina è in fondo al corridoio. Si può abbandonare una donna così bella, al suo sonno così magico? Sì, il ragazzo può, deve, ha una cosa da fare. Urgente. Perciò si allontana, a passo quieto, voltandosi a cercare nel riflesso di uno specchio l’ultima immagine dei suoi occhi chiusi.
Arrivato in cucina, svuota sul tavolo il contenuto del suo zaino. Pane fresco, che profuma ancora del legno di betulla vicino a cui si è cotto, e che stranamente è tiepido come se un elfo l’avesse custodito in grembo appositamente per lui, avvolgendolo fra le spire del suo mantello. C’è anche un barattolino di miele, e s’immagina lei che vi immerge il dito – un’ape che si è poggiata sulla corolla del suo fiore. Poi un po’ di latte, qualche arancia ancora da spremere. Un libro di poesie. Prepara tutto su un vassoio, in fretta, per la sua piccola fata. Con amore.
Appena ha finito, torna nella camera da letto. Un anello con un piccolo diamante tintinna solo sull’acciaio del piatto, attende. Il ragazzo poggia il portavivande sul comodino, accanto a un flacone mezzo vuoto di pillole anti-depressive, e le si avvicina. Con un bacio sulle labbra di rosa, la sveglia teneramente dal suo torpore senza sogni.
«Una nuova vita, una nuova vita per colazione» le promette.
Lei si lascia sfuggire un sorriso, ma subito un triste pensiero lo sopprime.
Il fauno deve consolare la sua fata. Deve, o il vento la porterà via… e non le è rimasta molta polvere magica per resistervi. «Su, mangia qualcosa» la invita.
«Non ho fame» sussurra lei, e si stringe ancora di più nel suo involto di coperte. Sembra avere freddo, ma dalla finestra socchiusa qualche raggio di sole si arrotola alle tende pulite, s’infiltra timido a illuminare la stanza.
«Li vedi, quei raggi? Alla fine… alla fine riusciranno a riscaldarci. Devi permettere loro di accarezzarti, però.» Il ragazzo afferra un lembo della stoffa e tira lentamente. Questo cede, e scopre la pelle liscia di lei e la sua camicia da notte azzurrina.
La fata è insicura, protesta: «Non ce la faccio.»
«La stabilità nel volo… possiamo riottenerla insieme.» Lui prende l’anello, e cerca da sotto le coltri la mano sottile della donna, facendosi strada attraverso quel corpo trascurato e ancora stupendo. La fede s’infila all’anulare, si stringe in una morsa che è una preghiera, una richiesta disperata di fiducia. «Ci proverai?»
L’esitazione dura quanto la presa di un respiro. «Sì.»
L’ha detto. Un altro bacio del fauno, e una rassicurazione: «No, non ti preoccupare per le briciole di felicità, fatina. Le nasconderemo nelle fodere dei cuscini, assieme alle vecchie piume della tua vita passata.»
I Can Wait Forever, Interludio 2 - I
Si ritorna. Questa storia diventa sempre più accattivante… Ed eccovi quindi il terzo capitolo, dopo le lettere e l’interludio romantico, qualcosa comincia a smuoversi.
30/05/1823 – Interludio
In viaggio per Valensole.
«Mi hai trascinato per luoghi oscuri, in questo viaggio.» La carrozza borbotta fra sé, rincarando il passo sulla strada, troppo lenta, troppo ostacolata. Le due coppie di cavalli, all’esterno, grondano sudore addensando macchie scure sul loro manto, intingendo tutto attorno a loro di un lieve odore di fienile.
«Avevo bisogno di assaporare ambienti diversi. E poi non credi che quel breve soggiorno a Orléans sia stato magnifico?» Evangeline siede in fronte a Byron, le gambe sfacciatamente accavallate e la gonna amaranto rialzata, in veli disordinati, a mostrare la caviglia e parte dell’arto nudo.
«Tanto quanto la settimana a Lyon, la sosta a Saint-Etienne, il tè preso a Valence per riposarti…» l’uomo ride. Una risata cristallina, ironica, per nulla stanca. Forse anche a lui ha giovato questo strambo viaggio, questa fuga, che da Londra li ha portati, infine, fra le braccia profumate del loro campo di lavande.
«Domani saremo a casa. La nostra nuova casa.» Evangeline si è fatta pensierosa. Il sole del tramonto inonda le campagne della Provenza fuori dal finestrino della carrozza, invadendola a tratti di fasci di luce, impalpabili lingotti d’oro sospesi a mezz’aria. Il voyage è finito.
«Cos’è che ti turba, amore?» Si sentono i bagagli lamentarsi e sbatacchiare da sotto e da sopra le poltrone. Hanno portato con loro solo il minimo indispensabile: i ricordi di una vita si sono sbriciolati in un mucchio di sabbia che si disperde, nonostante la presa di quella mano possa essere così forte e sicura, e quel che ne rimane alla fine è ben poco, ciò che s’incastra fra le linee del palmo, le tratte del destino.
«Tours, Poitiers… abbiamo detto addio a tanti luoghi, non solo a Londra. Un’orma lasciata su una piazza, e quel posto è già, in qualche modo, un nuovo asilo. Quanti edifici hanno protetto le tue carezze, e i nostri baci? Ci siamo nascosti dalla gente, non fosse che per una manciata di istanti, e la città si è chiusa su di noi a proteggerci da sguardi indiscreti. Non ti mancano, Byron? Non ti manca Parigi?» La donna ha un fiordaliso di vetro appuntato allo jabot, un souvenir di terre straniere e conosciute. I suoi petali, a uno scossone più violento, tintinnano piacevolmente scontrandosi fra loro.
«Stai ritornando sulle tue scelte, forse? Non mi mancano, perché so che un giorno vi farò ritorno.» Segue una pausa di molteplici minuti, lo sguardo e il tempo si consumano ad ammirare lo spettacolo del crepuscolo, il suo sfuggevole stendersi fra le brame del cielo, striato, da lontano, da nubi temporalesche che s’avvicinano violente. È un’ora particolare, in cui ogni evento si macina nel volgersi di una clessidra alta quanto un fiore di prato.
«Non sto cambiando idea» aggiunge la ragazza, ricollegandosi a un discorso che pareva interrotto, concluso, ma di cui ancora si ode l’eco disperso nell’andito della vettura. «Altrimenti sarei rimasta incatenata alla mia villa a Colonia, molti anni fa. Solo penso a come sia doloroso allontanarsi da tutto questo.»
«Sei sempre fuggita. Credevo che ormai ci avessi fatto l’abitudine.» Una goccia di pioggia si abbatte sul vetro.
«Questo mai» sussurra Evangeline, portandosi una mano alla bocca, quasi per rendere ancora più inudibile quel che le è sfuggito dalle labbra. Un tuono consola il battere sconsolato del suo cuore, non più solitario. «A volte ho l’impressione che con tutto questo allenamento il passato sia divenuto più veloce di me.» Il sorriso che le si diffonde sul volto è spento, lacrimevole come la maschera di una tragedia greca.
«Sei stata sulla tomba di tua sorella, questo Natale?»
«No.» La voce le s’incrina. «Non ne ho avuto il coraggio.» Una goccia di pioggia lascia un solco sulla guancia della giovane. È pioggia salata, piove dalle volte dell’anima.
Byron prende il bastone che aveva poggiato sulla restante parte del sedile imbottito, foderato con stoffe lisce e pregiate, e con questo batte sulla griglia comunicante con la parte riservata al cocchiere.
«Eugène, si fermi!»
I Can Wait Forever, Interludio VII
Fine del primo interludio. Negli ultimi paragrafi si consuma una scena da target arancione.
Edit: è il mio centesimo post. Buon compleanno, caro blog.
Nessuno li ha visti, nessuno ha parlato di loro, non una figura umana che s’interessi di cosa si stia consumando in quella stanza, ove ogni sera vi si sprangano, con il clangore di una serratura che mette a tacere ogni voce. Può un lutto serrare le bocche di qualsiasi individuo? L’arte del silenzio è il frusciare delle ombre. Le tende che s’aprono e si riversano da una finestra discosta: un fruscio.
«Lo soffri, eppure continui ad amare il freddo. Chiudi gli scuri, Evangeline.»
Una veste cala a terra, dopo che i lacci che racchiudevano il tutto – è lo schiudersi di un fiore, il dilagare di ogni emozione – sono stati sciolti da una mano rapita dal fremito dell’incoscienza. Le gonne turchesi prendono le forme di una distesa marina, una polla sull’aldilà che frantuma la monotonia del gelido marmo. Da esso, spunta una sirena dai capelli dipinti di sorbo. Dietro un paravento di fine carta vermiglia, una voce risponde: «Non ancora.»
Non ancora. Aspetta lì, Byron, sdraiato sul letto, lo sguardo triste e pensoso, la camicia sbottonata tanto che basta a far affiorare la pelle del cuore. Questo batte, bussa alle porte del desiderio, mentre lo sguardo rifugge dalle zone buie di un corpo nudo, un mimo perfetto, nascosto. Il sussurro della seta che lo riveste trascina con sé un muto grido, la dolcezza del suo suono è paura, sconcerto, indulgente disperazione. Le mani di lei annodano un fiocco dietro la schiena per stringere la vita in un abbraccio sottile.
Evangeline esce, i piedi nudi che calpestano il pavimento come se stessero galleggiando fra petali di rose, tra le braccia l’impacco maldestro del vestito da giorno, il mare che l’ha partorita. La vestaglia si ferma più su del ginocchio, ed è tenuta in cima da due fettucce rosse così come il tessuto. Si è sbrogliata i capelli, le ricadono sulla schiena in un rivolo di ciocche dalle sfumature ramate.
«Chiudi gli scuri, Evangeline. Prenderai freddo» insiste.
Fa finta di non sentirlo, getta l’abito su una poltrona azzurra e si avvicina al letto. L’alcova ha un soffitto intelaiato a fiori color orchidea e lampone, le cui foglie vanno a creare un manto intricato d’arabesque. Sui colonnati si sparpagliano motivi d’edera e malve intrecciate.
Lei gli poggia un dito sulle labbra quando questi fa per protestare, accostandosi al suo volto. «Voglio farti vedere una cosa.»
S’inginocchia e rimesta con un braccio sotto al baldacchino, alla ricerca di qualcosa. Quando ne riesce, ha in mano la sua valigia da disegno. Le borchie che ne costringono gli angoli sono ammaccate e scurite, il cuoio nero graffiato, caduchi protagonisti di viaggi e mostre, arti e lavori. La apre, e i ganci che ne legavano il contenuto scattano via all’unisono.
Una manciata di fogli si riversa a terra. Tutti i colori con cui dipingeva le anime del mondo, i barattoli in cui intingeva ogni emozione, i pennelli unghiati e sempre pronti a graffiare la tela, sono tutti spariti. Solo pagine, carte, pergamene – ogni tonalità capace d’accogliere tratti di grafite – è ciò che si scaglia sul pavimento come il getto di una fontana: un fruscio. Si nascondono per l’impiantito, piastrelle scalfite di volti e reami lontani, specchi che danno su una realtà distorta dall’effluvio di un incantesimo.
«Ma…» sfugge dalle labbra di Byron, più un suono impercettibile che un reclamo vero. Non lascia le coperte, ma ne infiora di pieghe infervorate la superficie liscia, le sue dita strette ad afferrare il tessuto.
«È tutto a posto» dice la donna. Si china a raccogliere il primo che ha toccato il suolo, lo tiene vicino al petto per non farne vedere il contenuto all’amato, è una bambina che protegge la sua bambola preferita stringendola al seno. Si siede appena sotto il bacino di lui, lasciando che le sue mani l’abbraccino, quindi rivolta il disegno perché lui possa osservarlo.
I colori sono sprazzi intonsi di luce su una scena dominata dal nero. Per una volta Evangeline non si è dedicata alle tenui tinte degli acquarelli, ma ha usato pastelli oliati per generare il fascino di un distacco infelice. Una, due, cinque spighe di lavande dai riflessi vitrei sono poggiate su un pianoforte verticale, e i tasti s’incavano sotto la loro premurosa pressione. La melodia delle terre di Provenza si sparge sugli spartiti appena sbozzati.
«Bianco, nero, bianco, bianco…» sussurra lei.
Il dipinto è ripreso di profilo, e si vede la figura in ombra di un uomo, seduto su uno sgabello di fronte allo strumento. Le braccia sono abbandonate sui fianchi, in un atto di mesta rinuncia, e gli occhi socchiusi paiono fremere allo sfiorare di ricordi distanti nel tempo. Un piede è poggiato sul pedale, quasi a voler spingere quel suono a non smorzarsi, a durare finché anche il destino non ne avrà tracciato una fine sicura.
È tutto buio, è la coltre della morte che si distende e si rivela sullo sfondo sfumato: una tenda bianca, così sottile che si intravede da essa l’infinità di un cielo stellato, e così pieghettata su se stessa, sgualcita, che le sue crespe formano un altro volto, femmineo, contrapposto a quello del giovane.
Il viso etereo si protende verso di lui, le labbra schiuse in un bacio consolatorio. E si sa, ora, che la macchia biancastra che rischiara parte della guancia del ragazzo è in verità una mano di fumo, una carezza proveniente dalle distese di un territorio sconosciuto. Vaucluse, non sei mai stata rifugio più bello.
«Non l’avevo finito. Non volevo mostrartelo prima, ma ora… ora era il momento giusto.»
«Sono io» constata Byron. Oramai il foglio giace fra le sue dita, gliel’ha strappato per perdersi fra i ricami della sua vita, coinvolta in una bozza piccola, inferma, delicata come la sua esistenza ora riposa appesa a un filo. E la lascia, inutile pergamena – che scivolasse pure in terra fra le sue compagne di carta. Si dimentica, nella notte, ciò che affolla le vie del tormento.
Prende Evangeline fra le braccia e la porta a stendersi su di sé. I primi baci si consumano nella disastrosa quiete di un segreto sussurrato troppo forte, nella bramosia di cadere vittime dell’ardore. Il gelo che proviene dalla finestra aperta è divenuto brezza piacevole, aria fresca da concedersi in respiri affannosi.
Byron fa scivolare le labbra sul collo della donna, percorrendone la pelle con la leggiadria di un accordo, e brividi di piacere scuotono il corpo di lei. La spallina le ricade sul braccio, mentre la bocca dell’uomo si muove lungo la spalla e scende, cauta, a liberarla da ogni pudore. Il giovane accoglie il suo seno turgido, pervaso da un profumo più caldo e tenero, che si scontra con la sua lingua ansiosa.
Più in basso, le mani di lui raccolgono la vestaglia in spire che sono il cristallizzarsi del volo di una farfalla, onde marine permeate da un sapore vermiglio, e in una carezza che sfiora i fianchi di lei porta il tessuto a cedere dalla carne.
Dita d’artista slacciano gli ultimi bottoni della stropicciata camicia di Byron, sfilano i calzoni di velluto marrone; a far compagnia ai sogni di lei dispersi al suolo, si aggiungono le vesti portate via con insofferenza. Un fruscio, e non è più silenzio.
«Ti prego, scappiamo incontro alle lavande in sboccio» lo implora lei.
E si chiude così, come se nulla fosse mai accaduto, un velo che si stende sulla fulgida superficie del mare… un bacio di luna per gli immigrati del cielo.
I Can Wait Forever, Interludio V
Dico solo questo: ci stiamo avvicinando a una svolta.
07/03/1823 – Interludio
Londra, Casa Hinchinghooke.
Il suono delle posate d’argento è lo straziante requiem dei cuori soli. Poche parole, solo quelle più necessarie, l’imbarazzo dell’infanzia perduta e delle memorie comuni: non v’è alone di consolazione, solo triste e immutata condivisione del dolore.
La composizione di frutta, nel vassoio al centro, pare attendere l’artista che ne dipingerà i tratti, con cauta lentezza e studio d’ombre. Giorno dopo giorno, aspettando l’ora del primo mattino, resterà lì a impolverarsi e a rinsecchirsi, finché di essa non rimarrà che un’immagine senza sapore.
I piatti sono pieni di ricordi, vuoti di cibo. I ghirigori attorno ai bordi, sapientemente dipinti da mani esperte, giacciono nella loro tenue tonalità salmone, e si tengono forza, filamento per filamento, lì a sospendersi in un cerchio nel bianco della porcellana.
Una domestica interrompe la quiete, portando un cesto di pane appena sfornato, caldo, poi tiepido, poi abbandonato a raffreddarsi intonso. È entrata da una porticina in legno, secondaria, con un intaglio in vetro nella parte alta che tuttora è appannato dai fumi della cucina. Quando rientra, l’uscio si richiude facendo vibrare l’argenteria accuratamente lucidata negli armadi a vista, con uno scampanellio che si riversa fra i vetri delle ante e dei ripiani.
«Quali sono i vostri programmi per la giornata?» Chiede Evangeline. Ha un segno sotto l’occhio sinistro, come una piega lasciata dal segno di un cuscino – un sogno interrotto, e le palpebre appena schiuse di chi è desto ma assonnato. Offre un sorriso prudente ai tre uomini che siedono alla tavola rettangolare.
Il più giovane, che le siede di fronte, prende un tovagliolo e se lo tampona sulle labbra. «Io e Delbert saremo fuori fino a stasera» dice, indifferente, quindi si passa le dita fra i capelli biondo cenere raccolti in un codino.
L’altro, seduto alla sua destra, annuisce con fare intento. Si dondola sui piedi della sedia, portando lo schienale in un’angolazione impossibile. Le labbra rosee come quelle di una fanciulla hanno una piega orgogliosa, carica di una dignità affetta dal risentimento. A ritmo del suo dondolio, le tende rosa pesco piegano in numerosi sbuffi da una delle vetrate, confondendosi al raso bianco dei veli più sottili e irrompendo nella sala da pranzo. Una finestrella è stata lasciata aperta per rinfrescare l’ambiente.
«Eva, che ne direste di prendere una boccata d’aria? La colazione è terminata, non c’è bisogno che ci tratteniamo più del dovuto. Sono certo che anche i miei fratelli abbiano le loro incombenze da svolgere» propone Byron e le prende una mano da sotto il tavolo, sgusciando fra i riccioli merlettati della tovaglia chiara, raggiungendola in uno spasimo d’amore.
Lei arrossisce, accorgendosi della sua impudenza, e con un cenno del capo che s’avvicina a un inchino si accommiata dai due: «Vi auguro di trascorrere una bella giornata.» Il suo sguardo si sofferma un istante in più su Delbert, che però non risponde, scuote soltanto la testa, lasciando che i ricci castani gli coprano parte del volto.
Mentre si allontanano, il parquet ricoperto dal tabriz persiano attutisce il ticchettio delle suole, il cui ritmo si uniforma a un solitario pendolo nell’angolo. Tic-tac, tic-tac, è anche il rumore dei telai che tessono fitti orditi nelle terre d’oriente.
Byron la trascina in giardino, attraverso una vetrata scorrevole che vi s’immette direttamente dalla stanza. Una ventata fresca li investe al primo impatto e la giovane rabbrividisce.
«Volete che rientri per prendervi una cappa?»
«No, Byron, non ce n’è bisogno. Sto bene così.»
Il prato fruscia sotto i loro passi sommessi, l’erba che si piega in dolci onde e che si rialza, carezzando le caviglie con un bisbiglio inudibile. Nel vialetto di pietre, fra un masso levigato e l’altro, sono cresciuti sparuti mucchi erbacei, da cui spuntano boccioli di timide primule. Il fiore giustifica i mazzi.
Il sentiero conduce, con una lieve salita, a un ponte in legno, con dei sostentamenti di ferro leggermente arrugginito ai bordi. Sotto la passerella gorgoglia un rivolo d’acqua pura, che si colora dei riflessi verdini della natura appena inselvatichita che lo circonda.
«Vi è sempre piaciuto, questo posto. Nelle primavere, bevevate l’acqua a lunghe sorsate, senza preoccuparvi delle macchie d’erba che vi sporcavano il vestito. Vi inginocchiavate lì, fra le libellule, pronta a spiccare il volo.» Indica una conca sabbiosa che immette gradatamente al rio, ampio in quel tratto non più di un paio di braccia. Per tutto il tempo non le ha mai lasciato la mano, e ora che sono saliti sul ponticello, il legno geme contrito ad ogni spostamento di peso.
«E tu mi trascinavi lontano, perché temevi che sarei potuta scivolare in acqua, nonostante il torrente sia poco profondo. Mi portavi sul ponte…»
«Vi bloccavo il corpo contro la balaustra che in estate gettava foglie di rampicanti a sfiorare le rive sotto di loro.»
«Come stai facendo ora.»
«E vi…» Una mano lo blocca, fermandosi sulle labbra di lui. Un paio d’occhi azzurri, intimoriti, bagnati di lacrime sospese sull’orlo dell’abbandono, si fissano in quelli dell’uomo. È una preghiera muta che induce al silenzio.
È il sussurro: «Smettila di darmi del voi. Ti prego, Byron, non posso sopportare più questo tuo lasciarmi indietro, lontana da te.»
Lui ride, poco più che un andirivieni, un tintinnio di felicità cosparso nell’aria. La condensa che spira dalla sua bocca, ora aperta, strascica fumi che velano vascelli d’intimità, vascelli di carta, con le ali ripiegate lungo le fiancate.
«E ti dicevo che eravamo solo un sussurro. Un sussurro nel vento, e che presto saremmo volati via con esso, danzando su quei piani impalpabili di una passione che ci allenta e poi restringe i nostri corpi in un tango che è veleno d’amore, scorre nelle mie mani intrecciate alla tua schiena e…»
E s’infiorano ali d’argento che trasudano disperazioni imperlate dal vuoto che li separa. Un respiro, due, è un sospiro che si trasforma in ordine e muta in piacere.
«E voleremo più giù, più su, più in fondo. Ove non si fa ritorno.»
I Can Wait Forever, Interludio III
Lo so che conoscere la storia a spezzoni, saltando da un blog all’altro, è un po’ scomodo. Vi chiedo solo d’avere pazienza. Procediamo veloci, e in ogni caso potete sempre ricorrere alla pagina creata apposta per fare meno confusione possibile ;)
«Scacco matto.»
«Oh, perdessi meno spesso» sospira Evangeline.
«T’amerei di meno?» Il ragazzo fa per rimettere a posto le pedine, un giocatore accorto, che carezza ogni pezzo levigato con la stessa cura di una sarta che ammira la sua ultima creazione. Un sorriso mesto spunta appena dal suo volto, quindi prende un respiro e continua: «A dodici anni m’innamorai per la prima volta. Una ragazza di strada, capelli rossi, l’accento di Nantes. Una figlia di Satana.»
«Un po’ azzardato, per un bambino.» Lo aiuta nel richiudere la scacchiera in cristallo, dopo che l’esercito è ritornato silenzioso nelle sue bare, custodite da quella lastra lucida, troppo pulita per portarsi dietro così tante vite mangiate. Il re nero giace accanto alla sua regina, ma non si tengono per mano: muto è il ringraziamento verso quella figura femminea che, di nuovo, lo aveva salvato.
«Non ero immaturo» dice, quasi stesse cercando una scusa per il suo comportamento, quindi si alza dalla poltrona rivestita di velluto rosso. Il salone è pervaso dalla solitudine, solo il fuoco nel camino crepita stanco le sue lamentele. Pochi sono i riverberi di luce, qualche candela poggiata su un candelabro dorato, sparse per l’ampia stanza con la casualità di un cameriere distratto.
Tutto giace nell’immobile penombra di una scena da consumarsi al buio.
«Non lo sei mai stato, vero? Non hai età, non hai mai avuto anno in cui annotare un cambiamento nel tuo spirito.» Evangeline resta seduta, e osserva l’uomo percorrere il tavolino rotondo di legno, lentamente, un passo per volta, accompagnando il tutto con una mano che soprappensiero ne ripercorre il bordo incavato. Un dito che segue il percorso del destino, lasciandosi trasportare, senza rivolte.
«Ho cristallizzato la mia vita nel momento in cui mio padre è morto. L’ho visto cadere come un bicchiere di vetro. L’ubriaco tira un po’ la tovaglia, e il calice s’infrange al suolo. Sparge un veleno d’imbrogli.» Lo sguardo, invisibile, coperto da ombre fragili e impalpabili come nebbia, è privato anche del suo consueto chiarore. Il ricordo si disperde, è il liquido che macchia il tappeto una volta che il bicchiere ha completato la sua caduta. « Lei, la rossa… quella bambinetta dei miei sogni, colpa sua» e l’incertezza si diverte a colpire la sua voce in balbuzie stolida. «Mia madre mi aveva… avvisato, e così aveva fatto con lui. Chi ha i capelli di fuoco è solo un bugiardo partorito dall’inferno.» Una pausa: la voce roca sfuma nel soffio di una vita devastata. «Io ho aperto le porte dell’oltretomba, portandola in casa. Era un angelo sperduto fra la polvere di Vaucluse, ma poi s’è rivelato demone dell’anima mia.»
«Continua, per favore.»
«Fuggimmo, incontro alle lavande in sboccio. Vaucluse non è mai stata rifugio più casto: eravamo aliti dispersi nel vento, non eravamo nulla, eravamo la proiezione di un passato cancellato male. Io e la rossa, che ci confondevamo fra i fiori, amandoci fino allo scandalo, fino al disastro, il sangue che riverse la mia vita. Colpa sua, maledetta!» È arrivato alle spalle della donna, ma non la tocca. Osserva la dolce linea della sua nuca piegata in basso, i capelli castani raccolti in uno chignon semplice, gli occhi socchiusi in un ascolto assorto. Osserva le sue bugie, i suoi segreti taciuti, scivolare a terra e liberarsi della loro coltre di gelo.
«Lei… è ancora viva?» chiede.
«Oh, Eva, non sai che il demonio non muore?»
I Can Wait Forever, Interludio II
La porta è socchiusa. Non cigola, non produce rumore, quando una mano la spinge per entrare nella stanza. La figura viene investita dai raggi brucianti di un ultimo sole, che alla fine del suo percorso riesce a infuocare l’ambiente, intrufolando tiepidi serpenti di rubino da ogni interstizio.
Un odore di vernici la investe. Casa. Casa è dove c’è lui: dove ogni filo dei suoi capelli di grano si trascina il sapore dell’estate, dove la vita si consuma nei baci riversi sulla sua pelle luminosa.
Sta dipingendo. La sua mano, decisa nell’impugnare una penna, ora è insicura sulla tela e pare giocare con i peli del pennello che tratteggiano delicati il suo dolore.
Gli si avvicina, nonostante vorrebbe in cuor suo restare un’eternità a rimirarlo nell’ombra, sentendolo ignaro della sua presenza. Lascia scorrere le dita sul suo braccio – il primo tocco è un tuono che percuote le membra –, la camicia bianca arrotolata fino al gomito, quindi gliele avvolge attorno al polso con cui acquerella il quadro. Lo guida in alcune rifiniture, qualche istante per assaporare in pace il suo profumo di fiori di pesco, e cannella, e legno di sandalo. Un’armonia di sensi che le inebria la mente.
Ferma il tratto, ed entrambi tremano, hanno sempre tremato, delle foglie nate sullo stesso ramo di betulla e pronte a cadere sulle sponde del fiume. In silenzio. I loro sguardi non si cercano perché non ancora pronti a incontrarsi, rifuggono adocchiando il nulla.
È seduto su uno sgabello senza spalliera, e lei sente la sua schiena che le sfiora il grembo. Stavolta non è il corpetto azzurro troppo stretto a levarle il respiro, è una presa diversa a scuoterle l’animo. Quasi non si accorge di essersi chinata appena, per lasciar scivolare le labbra sul suo collo liscio, le spighe di grano della sua chioma che la sfiorano e le solleticano il viso, come una carezza data in un campo pronto al raccolto.
«Byron, mio Byron». È un sussurro che infrange ogni specchio.
I Can Wait Forever 9
02/03/1823
Le Havre si è rivestita, con l’arrivo della tua lettera, di una calma surreale… pare aver trattenuto il fiato assieme a me, mentre leggevo. Mi avevi già preannunciato, giorni addietro, della grave fine cui andavi incontro, ma sentirne il dolore, palpabile, il tuo forse stupore a dover accettare il tutto… mi spiace.
Le vite volano via come un soffio, ognuno, in un modo o nell’altro, dovrà passare il periodo dell’ammissione di una perdita. L’arte di perdere non è difficile da imparare, diceva qualcuno. Anche se alla fine si tratta solo di relegare la sofferenza in una parte del cuore, farla giacere e maturare finché essa non deciderà da sola di raggiungere scogli più quieti, privata della forza della mareggiata, e divenire, ormai, un palpitare sordo, l’ombra triste di un ricordo lontano.
Vorrei essere lì con te, in questo momento, consolarti, per quanto le mie fragili membra possano riuscire a farlo. Non sono mai stata brava con le parole, ho comunicato, lungo la mia vita, solo per immagini: il narratore di ogni nostra ballata sei sempre stato tu, con le tue dita lunghe e sottili, da pianista, ogni storia un tasto – nero, bianco, nero, bianco, bianco… un tasto nero è la dolente visione di ogni racconto che non raggiunge il lieto fine. Non ti sembra ridicolo? Piccolo, relegato nell’alto, più duro a premersi, ma così struggente! Lucidato, si riflette dei lucori altrui, per nascondere sulla sua superficie solo gorghi oscuri in cui smarrirsi per sempre.
Ed è per questo che ritengo opportuno venire da te. A salvarti, finché può la mia sola presenza eluderti dal commettere sciocchezze. Non che non confidi nel tuo buon senso, o altro. Oh, non ho più voce per spiegarmi meglio. Desidero solo stare al tuo fianco, rassicurarti, stringerti la mano e con un bacio asciugarti una lacrima fuggitiva che s’allontana dai tuoi occhi tristi. Perdonami se non potrò essere in grado di fare altro, ma quel poco permettimi di donartelo.
Le giornate nella tua villa a Le Havre trascorrono lente. Tua zia è stata molto gentile con me, ad accogliermi come ha sempre fatto, nonostante stavolta tu non eri con me. Ha preso la notizia con garbata mestizia, ma nella notte l’ho sentita abbandonarsi a un breve pianto, nella sua stanza affianco alla mia.
È una donna forte. La mattina dopo, nella sua crocchia argentea, era di nuovo perfetta come lo è sempre stata. Solo due cambiamenti ne incutevano le sembianze: la veste nera, a collo alto, e una luce un po’ più spenta negli occhi.
Io ho trascorso oziosi pomeriggi di lettura. Non mi riesce facile abbandonarmi all’arte, quando ogni pennellata s’inasprisce di rimembranze infelici. Solo una storia può portare, in questo momento, la mia mente altrove: non immagini quanti mari ho navigato, quanti posti ho visitato, nella notte, all’alba, fra le coltri di un cielo cosparso da costellazioni diverse, più nuove, più vive! Ho letto con attenzione trasognata di amori così simili al nostro, ma che mai si sono rivelati più intensi del sentimento che custodisco in me.
Ieri, per festeggiare il sopraggiungere di Marzo – sai bene quanto ami questo mese, quanto gioisca delle ultime, sparute nevicate che ogni tanto mi fanno visita a sorpresa – mi sono addentrata nel giardino della villa, lasciando indietro il patio da cui sovente avevo già assaporato l’aria marina di Le Havre. Il sale pare corrodere qui, prima che negli altri luoghi, la neve che in Febbraio vi si era posata. Ho scovato, nei rami di un biancospino, spuntato come un fiore, un mucchietto residuo di neve. L’ho sfiorato, incauta, graffiandomi la mano e permettendo che i guanti in pizzo venissero pizzicati dalle fronde, ho goduto del suo tocco gelido e dell’incavo sciolto che il mio dito ha formato nel grumo. Per un istante mi sono sentita una bambina. Quante volte mi hai chiamato così, lambendo parti del mio animo che a me stessa erano ancora sconosciuti.
Passeggiare in solitudine, scortata dalle meraviglie della natura fino al pergolato d’ipomee che tanto amo, è stato piacevole e ritemprante. Forse l’ispirazione di un nuovo quadro, qualcosa, stavolta, di davvero sensazionale, si sta affacciando alle finestre della mia mente occlusa dalla nostalgia. Potrei provare a darvi una prima bozza a Londra, che ne pensi?
Ah! Dimenticavo di comunicartelo. È passato di qui tuo cugino per visitare la madre, durante un pomeriggio. L’ho trovato in ottima forma, fresco come un frutto estivo, e sono contenta che la moglie stia conducendo una vita felice. Mi ha chiesto, impudente, quand’è che anche noi decideremo di condurre in matrimonio la nostra relazione. Ho sviato la domanda con una risata lieve, dopodiché mi ha sfidato a scacchi per trascorrere il tempo, accorgendosi forse della sua sfrontatezza e ritornando sui suoi passi. Ha imparato bene dai tuoi insegnamenti, dalle diverse partite che abbiamo fatto non sono riuscita una volta a batterlo.
Sapendo della tua passata sosta, però, si è infervorato non poco. Credo siano due anni che non vi incrociate, dopo un’infanzia intera trascorsa fra le pareti di un’unica dimora, e tu hai eluso una delle possibilità che avevi anche solo per stringergli la mano, come si fa fra vecchi amici. Ha promesso che al tuo ritorno verrà di nuovo.
Ho l’impressione che non siano in pochi coloro che ti danno la caccia.
Post scriptum: nonostante tutto, la domanda del tuo parente mi ha scosso. Quando, per una buona volta, mi sposerai? Non ce la faccio più a far tacere i timori del cuore e le dicerie della gente.
Tua, per sempre,
Evangeline Leibniz
I Can Wait Forever 7
Ormai lo sapete. I miei episodi vengono pubblicati sul mio blog, gli altri su quello di Vincenzo. Per leggere tutto, andate qui o qui.
Vi avviso che per questioni di cambi di trama e problemi di coincidenze, siamo stati costretti ad apportare lievi modifiche alle date e a qualche particolare delle lettere. Niente di che, se avete letto tutto finora non c’è bisogno che rileggiate il tutto ;)
21/02/1823 – Quarta lettera al mio amato
Ho deciso che resterò a Le Havre. Oh, non mi sfuggirai, stanne certo. Il tuo viaggio si è rivelato più breve del previsto, e io troppo lenta nel mio folle amore a rincorrerti, che già m’eri scivolato fra le dita. Sei come un nastro rosso, un legame che mi stringe il polso e che poi, per disattenzione o per un evento increscioso, si slega e vola al suolo. La tua stretta è sempre stata delicata, quasi impercettibile, ma nonostante tutto mi riscaldava. E ora, più che mai, è davvero questo calore che mi manca: sono fredda come una rosa abbandonata al gelo del più niveo degli inverni.
L’attesa… questa attesa, impagabile, per raggiungerti ancora, si sta scoprendo un periodo raro. Ho sempre avuto un temperamento agitato, tu stesso hai potuto… constatarlo, leggendo la mia ira repentina della scorsa lettera. Ma adesso ho tempo, finché la tua nave non salpi nuovamente alla volta del porto sicuro di Le Havre e delle mie braccia, per riflettere e far ragione dei miei sentimenti.
T’amo ancora, come quel primo giorno. Sotto il mio tocco, il mio sguardo desideroso, ti ho osservato mutare nella candida immagine di un quadro perfetto. È del mio amore che, prima di tutto, sono sicura.
Forse sto cominciando a perdonarti… oh, tutto, tutto questo, pur di averti di nuovo con me. Il fato s’è rivoltato contro i nostri cuori, un nodo nel filo scarlatto che ci lega, e che non vuole permetterci di toccarci ancora.
Ti aspetto. Interrompo qui il mio inseguimento, fino a che la mia anima riuscirà a resistere a questa distanza sgradevole e amara. Può darsi che più in là parta davvero, se solo potessi avere notizie tue e della tua povera madre… spero che questa situazione non si prolunghi più del dovuto. Il piacere dell’attesa che sto riscoprendo mi fa notare che, sai bene, si brucerà presto. È un piacere ingannevole che copre un bisogno ancor più impellente - parlo dei bisogni del cuore, quelli a cui non puoi mancare.
Non permettere che questa miccia arrivi alla sua fine, finirei per scoppiare.
I Can Wait Forever 5
P.S.: sarà il 2011 un anno produttivo? Non ho mai postato così tanta roba in così poco tempo.
12/02/1823 – Terza lettera
Finalmente sono tornata. Stanca, ch’era sera, o forse già notte inoltrata.
Sono tornata, bramando ogni volta il sapore fruttato della tua pelle, desiderandolo sempre di più ad ogni passo, ad ogni singolo sospiro di giglio, che mi avvicinava a quel quartiere parigino che tanto conosco, e che tanto mi è caro.
Ero lì, a strapparmi lo strascico della gonna da viaggio, tanto i miei piedi calpestavano veloci e agitati le pietre della strada, e i tacchi che vi s’impigliavano senza possibilità di scampo. Tanto correvo, per raggiungere il tuo portone in legno chiaro, e per sommergerlo, il sorriso al volto, di piccoli pugni di gioia. Aspettando che tu, dai piani alti, dal tuo studio – oh, riuscivo anche a vederlo! La luce giallognola delle candele che traspariva dall’ombra delle tende alla finestra, e un’ombra più scura, il tuo corpo chinato a scrivere – arrivassi trafelato a darmi quell’abbraccio di ben ritrovata.
Non che sia indifferente al fragile corpo della tua adorata madre.
Ma davvero il mio cuore ha urtato i cancelli della desolazione, schiacciato come un prigioniero in una gabbia per canarini, quando ha realizzato la tua spiacevole assenza.
Colonia è lontana da Parigi. Era un breve viaggio, solo le vacanze natalizie, niente più, per riappacificarmi con quei parenti lontani che da tanto non vedevo. Colonia è lontana, anche Londra… una manciata di giorni! Non ti avrei chiesto altro.
Dannazione al dì in cui il mio sguardo s’incatenò ai tuoi occhi di mandorla e cannella dispersa. M’hai frantumato l’anima!
Ora basta divagazioni, ecco com’è andata: ho trovato il tuo maggiordomo, solo, nella cucina, e mi ha consegnato la tua lettera. Non ha pronunciato parola, né un tocco di conforto, nulla, mentre mi scorgeva davvero sfiorire come una rosa arsa dal sole. Perché ribollivo di disperazione e dolore, ma anche – e soprattutto – di rabbia. Sì, sono irata con te!
Le tue promesse, vanificate in un soffio. Saremmo potuti partire assieme, affiancati nella stessa carrozza, soggiornare a Le Havre, là dove io ben ricordo che… no, non voglio ricordare ciò che ivi accadde. Ora, mi pare una romanticheria alle soglie del sogno, distante secoli o ere, lontana universi. E pensare che invece è stato solo quest’estate… tutto era cosparso dal profumo dei gelsomini in fiore.
Leggendo al flebile lume che il tuo maggiordomo mi offriva, ho lasciato cadere la valigia sottile che sempre porto con me. Era pronta per irrorare, una volta per tutte, il foglio candido delle tinte del tuo splendido corpo inondato d’amore. Quante mattine mi sono svegliata al tuo fianco, desiderando d’imprimerti così, nel tenue sonno fanciullesco e fra le lenzuola che a stento nascondevano le tue forme. Il mio corredo da disegno, precipitato al suolo! Un gesto così sconsiderato, ma così naturale… tremavo, lo ammetto, e non ho saputo più controllare altro che non fosse il battere delle mie ciglia per scacciare le lacrime. I miei pastelli, riversi a terra, sembravano da soli formare le tinte per un quadro di angosciosa bellezza, alcuni incrinati per la caduta, altri ancora mezzi infilati nella custodia del piccolo bagaglio. Hai distrutto un brandello della mia arte.
Sai bene che le mie mostre, e i tuoi astrusi viaggi da scrittore, finiscono sempre per dividerci. I momenti passati assieme sono una perla di mare che resta perennemente nascosta nel suo ruvido guscio, per proteggerla, per renderla più intima e preziosa di quanto già essa sia. Non puoi vendere la nostra ultima perla così. All’aria, all’asta, lanciala giocoliere, più in alto, cosicché tutti gli interessati possano vederne i riflessi luccicare alla luce. Via, via, chi è il compratore migliore? Tu, vigliacco, che giaci nell’ultima fila, e offri il tempo per comprarla, offri un affetto insulso per una madre che non vedi da anni.
Non sprecherò altre parole.
T’inseguo.
In capo al mondo.
I Can Wait Forever 3
27/01/1823 – Seconda lettera al mio amato
Caro. Sto partendo… sto tornando.
Il paesaggio che mi dice addio è di una struggente bellezza. La neve, nella notte buia, ha tinteggiato i prati sporchi del suo velo adamantino. L’aria è frizzante, pizzica appena il naso, e ne sento la frescura sotto le mie dita, infagottate in umidi guanti di raso. Vorrei carezzare queste dolci colline, ma è tardi… era tardi, quando vi ho dovuto dare l’ultimo saluto. E tuttora rimpiango di non essermi svegliata, nottetempo, per meravigliare per l’estrema volta la mia mente, con il lento discendere dei fiocchi e il loro danzare fra i bagliori di luna. Un giorno ti porterò con me, un giorno, fra questi boschi incantevoli, giocheremo a rincorrerci. Mi sbroglierai le gonne dai rami, quand’esse vi s’impiglieranno, birichine come i miei pensieri?
Una cameriera stamane è arrivata trafelata che già, triste, avevo posato il primo piede sul predellino della carrozza. Mi ha consegnato la tua lettera. Non posso non immaginare cos’avrei perduto e lasciato indietro, se non avessi indugiato quell’attimo in più a rimirare ciò che ero prossima ad abbandonare. Avrei dimenticato anche una parte preziosa del mio amato cuore!
Ora ti scrivo che i cavalli si muovono ad un allegro trotto, e se porto lo sguardo oltre la finestrella posso ammirare le campagne scorrere mute e solitarie al lato della strada. Che sciocchezza che sto facendo! Ho appoggiato una delle valigie in grembo e ivi, in fretta, vi ho aperto il calamaio e la penna, la pergamena stesa… non oso pensare a come s’imbratterebbe il mio vestito, se un incauto dosso scaraventasse tutto all’aria! Ma questo e altro, tutto, tutto per la gioia e la prontezza che mi porta a scriverti ancora.
Non so quanto durerà il viaggio. Forse rimarrò giorni senza la possibilità di comunicare con te: quest’amara riflessione mi strugge, il pennino tentenna al tremore della mia mano. Mi sento indifesa, senza le tue braccia a cingermi… e a sussurrarmi poesie.
Le tue poesie… sei l’unico che in una manciata di parole sa infiammarmi le membra, spezzettarmi l’anima, e poi raccogliere il tutto per creare una composizione solo tua: la mia vita rimodellata, una statua dagli occhi socchiusi in estasi.
Post scriptum: nel viaggio di ritorno mi fermerò alcuni giorni – meno di una settimana, in ogni caso – nella dimora di Madame Leroy, una mia vecchia conoscenza, per riprendere le forze. Il viaggio è lungo, e non me la sento di affrontarlo tutto d’un fiato: lei abita a Namur, quindi lungo la strada, ed è tanto che mi prega di farle visita. Spero che questo ulteriore ritardo non ti faccia spiacere.
I Can Wait Forever
Un piccolo pensiero, una lettera che, in fin dei conti, parla molto di me. E quella nella foto qui sotto sono io, in effetti, mentre scrivo ^^
23/12/1822 – Lettera al mio amato
Oggi, in qualche parte del mondo, è il compleanno di qualcuno. Forse il tuo.
Scrivo su un tavolo minuto che non mi è mai appartenuto, e che per caso s’è trovato in questa stanza dove sommariamente soggiorno. Il letto è a due posti, ed è strano addormentarsi da sola in questo vasto spazio, con coperte calde e morbidi cuscini che nella notte prendono forme umane, ma non mi abbracciano. O, almeno, non lo fanno come lo facevi tu.
Al nostro addio, ci siamo detti che nessuna distanza avrebbe potuto dividere i nostri cuori. L’uno nell’altro, mano nella mano, sangue che scorre in due vene di due corpi diversi, ma che – disgrazia! – è lo stesso, condiviso come una caramella fra due bambini. Ogni goccia mia ha sapore di te.
Oggi mi sono tagliata. Un piccolo graffio sull’indice, sottile. Colpa del gatto. Ed è sgorgato un po’ di sangue, sai? Ma non sapeva di te. Era aspro, acido, era solo mio, era qualcosa d’estraneo a ciò che ero abituata a condividere.
Posso aspettare. Posso aspettare di sentire di nuovo quella dolcezza scivolare fra il liquido rosso, e avvolgermi del suo incantevole odore. Ma intanto… ogni giorno senza di te – senza te con me – è come un coltello che va a recidere sempre la stessa ferita, e apre cascate acidule da cui non vorrei mai attingere vita.
La sedia da dove ora ti scrivo è un semplice sgabello in legno, la parte superiore rivestita di un cuscino duro e ruvido al tatto, color panna. Odio quel giallognolo che mischiano dappertutto, è un colore così obsoleto! Rivoglio la mia stanza acquamarina, quella che condividevo con te. E rivoglio quello specchio sottile in cui apparivo così fantastica, come lo eri tu quando mi sedevi al fianco e mi carezzavi la schiena, dolcemente, un ricordo cui per ora non desidero rimembrare. Altrimenti finirei per disperarmi ancora.
Qua lo specchio è un enorme lastrone posto in fronte alla scrivania, e ogni volta che alzo lo sguardo dalla pergamena vedo il mio volto deturpato dalla solitudine. Le guance incavate sotto il naso, che seguono lunghe curve fino ai bordi delle labbra, perennemente rivolti al basso. Gli zigomi sembrano ancora più appuntiti di come lo sono di solito, e il viso è gonfio, gonfio di dolore e della cioccolata che mangio. Divoro tutto, perché ho paura che la mia bocca, nell’astiosa brama di muoversi, cerchi altre lingue cui concatenarsi. Che pensiero stupido. Sono solo golosa. Golosa di qualcosa che s’avvicini al sapore del tuo collo, delle tue labbra, del tuo corpo…
I miei stessi capelli sono spenti. Vorrei che ci fossi tu a pettinarmeli; perché, ricordi? Ti dicevo che erano troppo lunghi, ma tu non volevi che li tagliassi, e allora mi venivi alle spalle, mi toglievi delicatamente la spazzola dalle mani e prendevi a lisciarmeli fino in fondo alla schiena. Eri così leggero che quasi non sentivo il tuo tocco, e i nodi restavano lì dov’erano perché temevi di farmi male, eseguendo più pressione del dovuto. Nodi che creavano un groviglio imbarazzante, invero, però quanto mi mancano, ora!
Posso aspettare a lungo, forse per sempre… e chiedermi quanto durerà questo maledetto viaggio lontano da te. Non ho nemmeno un ritratto che riassuma i tratti del tuo volto. Non ho avuto il tempo di fartelo. Deplorevole, non credi? È che ho paura di uccidere la tua bellezza, se solo cercassi di riprodurla con le mie mani grossolane, poco gentili. Tuttora ho paura, di cosa non so.
Mi sento come una margherita: m’ama, m’amerà ancora, davvero m’ama ancora? E intanto sfiorisco. Deliziosa, mi ritroverai che sarò solo un gambo! Un tuo bacio, solo uno, e sboccerò di nuovo. È una promessa.
Impressioni
Strano a dirsi (e forse non ve n’eravate neanche accorti), ma sono appena tornata da una settimana fantastica di vacanze estive. Forse l’unico periodo di questi giorni afosi e insopportabili in cui ho trovato un po’ di svago che non sia uno schermo del computer o un buon libro. La bellezza non è tanto di una Sicilia che si ripresenta in una veste ancor nuova, ancor splendida e luccicante, quanto nel riscoprire davvero l’amicizia che questo viaggio ha portato con sé.
Qui di seguito, infatti, riporto alcune impressioni dei pomeriggio passati in compagnia di Vinci e Crystal, miei migliori amici. Non sono proprio resoconti perfetti, ma semplici stralci, immagini riportate su carta. Non hanno l’obiettivo di intrattenere, o di meravigliare, non cercano di raccontare nulla. Le considero piuttosto modeste, ma ben fatte, almeno per essere lette e rilette dai protagonisti silenziosi di queste giornate deliziose.
La Baia
Spensierato è il volto di chi nella timida gioia respira… Saltella, gazza dalle piume arruffate, sul campo irto di sterpaglie dorate dal sole come campi di grano. Accostano il sentiero alti alberi di aghi verdini. Ella prende il volo, s’agita svelta, in un cielo terso e blu nontiscordardimé. E anche il mare, laggiù, che pare e scompare ad ogni singola svolta, è indaco e violetto, azzurro e acquamarina, è freddo spettro dalla bianca spuma che gioca a nascondersi fra i flutti. Qualche nube distante, che sembra il respiro di una creatura dormiente, s’addensa e si specchia nel mare.
Un miagolio indistinto, occhi curiosi, la via che percorre serpentina i suoi variopinti corsi briosi. Il sapore dolce scivola per la lingua, è una goccia di cui ne brami di più. La folla è sparsa, il resto s’addossa come scarpe gettate alla rinfusa. A distanza, troverai l’elemento che completa il paio. Una chiusa perfetta:
– Cos’è che ti ha colpito?
– Ciò che è ancora ignoto.
Libri e Pensieri
A Catania si mangiano le granite più buone di tutta la Sicilia. Così come è vero che Catania è capace di manipolare il tempo: sormontata dal volto vetusto dell’Etna, lo usa come ricettacolo magico del suo incantesimo ardito. Le attese vengono ivi protratte per minuti interminabili, spesso s’agghindano boriose per sfilare davanti alla povera vittima come strumenti di sadica tortura. Il dilettevole si trasforma in fuoco d’artificio, tanto bello quanto fugace. Perlomeno il suono ne lascia uno strascico di ricordo dolce e, in speranzosa richiesta, durevole nel tempo.
Sebbene essa, con l’obelisco e l’elefantino che si ergono in tutta la loro onorevole rispettabilità, abbia un non so che di appartato, minuto, piccolo spazio invitante, Piazza Duomo sarà eternamente luogo gioioso nella colorata fotografia di chi la scorge il primo istante. Finalmente l’attesa è finita: fra la gente che cammina e scorre come fotogrammi scartati con mano lesta, spunta la figura di tanto tacito tremore. Il passo è sicuro, il sorriso aperto, i capelli rifulgono al candido riverbero del sole. Il mio gattino, saltellante, mi viene incontro.
Ritorno
E un po’ mi fa ridere affacciarmi in corridoio e vedere montagnole di abiti, divise per colori, sparse per il tappeto rosso in prossimità del bagno. Sembra che stiano facendo la fila per la lavatrice come delle brave casalinghe al supermercato, tutte pigiate fra loro quasi che questo contribuisca ad accorciare la distanza dalla cassa. Gli abiti rosa sono un po’ discosti, non hanno comprato il biglietto per il loro turno, e una maglia elegante attende e sbuffa, poggiata sul cassettone, perché le scarpe da ginnastica l’hanno preceduta nella pilla delle cose da lavare a mano. Passo passo è più tangibile la strana sensazione di essere davvero tornata a casa.
Recensione: Indica – A Way Away
Ho l’impressione che ultimamente ho la tendenza ad essere incredibilmente prolissa, ma… lasciamo perdere. Buongiorno a tutti, lettori, e godetevi questa sentita recensione :)
Le Indica sono un gruppo finlandese formato interamente da ragazze. La composizione della band si è stabilizzata nel 2002, con Jonsu (voce, violino, chitarra, tastiera), Heini (basso, voce), Jenny (chitarra, voce), Sirkku (tastiera, clarinetto, voce) e Laura (batteria, percussioni, voce); nel 2004 è uscito il loro primo album, Ikuinen Virta. Da allora hanno sempre cantato nella loro lingua natale, il finlandese, finché nel 2010 non pubblicano il loro primo album inglese presso la casa discografica Nuclear Blast.
“A Way Away” è il titolo dell’album, e grazie alla casa discografica e al team che le ha seguite durante tutto il processo di registrazione, hanno intrapreso una forte campagna pubblicitaria in tutta Europa, concentrandosi principalmente in Germania. Così è nato un merchandise sulle Indica con ogni tipo di oggetto si desideri, ben cinque o sei edizioni diverse del loro album, più interviste e eventi particolari che hanno tenuto le giovani impegnate negli scorsi mesi per promuovere il loro progetto, costringendole a volte a prendere più di un aereo al giorno e a dividersi per presentarsi ad ogni appuntamento.
Domenica scorsa ho effettuato un ordine da EMP Online (il sito da cui spesso acquisto abiti punk e cd :P), includendo la versione digipak di “A Way Away”, che comprendeva il cd con una bonus track, un dvd e un bracciale delle Indica.
Giovedì, velocissimo, il corriere mi ha recapitato l’ordine.
Partendo dall’aspetto esteriore, sono rimasta stupita dall’attenzione che si è prestata a ogni particolare, e questo mi ha consolato sul fatto che ero vicina ad acquistare l’edizione nel classico jewel case dell’album, poiché i digipak mi hanno sempre lasciato un po’ diffidente. Bene, se ogni digipak fosse organizzato come questo album, la mia diffidenza verrebbe dissipata all’istante: un ambiente dai colori spenti autunnali fa da sfondo alle pagine da favola, ognuna che porta il primo piano delle cinque ragazze della band, più il volantino interno rappresentante un mini-catalogo del merchandise ufficiale, le sezioni del cd, del dvd e del booklet che paiono copertine di libri antichi.
Il booklet riprende i toni della custodia, dedicando una pagina ad ogni canzone e contenendo diverse foto suggestive delle Indica immerse in un paesaggio sognante e malinconico. Stessa cosa per il dvd, più lungo di quanto mi aspettassi e ricco di contenuti speciali. Molto apprezzati i video, di una qualità superba, e che guardavo con ammirazione e timido stupore. Le Indica in versione live sono egualmente brave, specie nell’acoustic dove l’abilità di violinista di Jonsu si lascia ascoltare con piacere e devozione. I retroscena sono curati, e lasciano trasparire il vero carattere delle ragazze, seguendole nel loro pazzesco tour promozionale e durante le sessioni di registrazione. Peccato per un filmato in cui ci sono i pareri di adolescenti berlinesi e che, parlando tedesco, non sono riuscita ad afferrare appieno. Per il resto non ho avuto problemi con l’inglese delle Indica, fluente e facilmente comprensibile, a differenza della chiusa pronuncia di Ville Valo che tutt’ora mi nasconde parole segrete su certe sue interviste ^^
Ora arriviamo al cd. Il pezzo forte.
L’altro giorno Vincenzo mi ha chiesto perché la musica preferita dagli scrittori fantasy è sempre di questo genere… Io, ancora persa fra le note, gli ho risposto che è perché essa procede sulla stessa linea dell’immaginario, è come il sottofondo marciato di ogni situazione e ambiente fantastico. È una melodia che entra a piedi nudi fra i sentieri di petali di rose degli scrittori, cammina lasciando flebili orme e incantando con la sua dolce e magica bellezza.
Jonsu ancora passeggia nella mia testa, i capelli rossi mossi da una brezza leggera, l’archetto che si muove ora veloce ora lento sul suo violino, l’abito elfico che fruscia e profuma di bacche di bosco. E dietro vedo Sirkku ad un romantico pianoforte, Laura che sorride e muove la mano per far strepitare una maracas, Heini e Jenny che strimpellano una chitarra e un basso acustico.
Le melodie sono accattivanti, dai ritmi concisi e variabili lungo tutto il cd, così passiamo da una dolce ballata a un canto liberatorio di dee irate, una canzonetta pop per ricordare il passato, una strumentale che rammenta tanto i miei amati compositori New Age. L’ambiente è sempre innevato, ma mai completamente ghiacciato: sotto la sottile patina gelida si nasconde un flusso di emozioni vibranti e cangianti nel loro essere. Ognuna di essa vive in un’alba immutabile, un giardino dell’eden che sa di misterioso e pittoresco, senza mai scadere in un macabro sfondo insanguinato. I testi sono poesie, storie da raccontare sottovoce, vite vissute e rimembrate, libri letti e trasformati in musica, ogni parola odora di sogni opalescenti.
Ci ho messo parecchio tempo a rintracciare tutte le rispettive versioni originali in finlandese, ma alla fine ce l’ho fatta. Alcune hanno un arrangiamento totalmente diverso, che ad eccezione della melodia base o della cadenza della voce, non conservano nulla in comune. Questo è anche uno dei motivi che mi hanno fatto sentire l’album come qualcosa di vicino, ma non di già sentito o ripetitivo. Forse è anche meglio, perché conoscendo i motivetti degli album precedenti sapevo in cosa sarei andata incontro.
Di differenze ce ne sono molte, soprattutto perché le versioni finlandesi si attengono molto di più a un genere movimentato e ballabile che per certi versi mi ricordava i Tehosekoitin, mentre in questo caso i toni si fanno malinconici e quasi seri, sfumando in un genere europeo che invece richiama i Nighwish dei brani più pop.
Avrei da spendere almeno una parola per ogni canzone… me lo permettete? In fondo parte della recensione serve proprio ad invogliarvi ad acquistare l’album, o perlomeno ad avvicinarvi al magico mondo delle Indica.
01 – Islands of Light (Vuorien Taa)
Un inizio potente, orchestrale, che ricorda gli splendidi brani dei Within Temptation. La voce di Jonsu è dolce e graffiante allo stesso tempo. Musica stupenda, con il violino iniziale che nel video si gioca tutta l’atmosfera, con la ragazza che suona a scatti, come impossessata, presa, e il punto (secondo 00:09 nel video) in cui il suo vestito compie quell’onda perfetta… affascinante. I cori di sottofondo sembrano un urlo liberatorio, qualcosa di mistico e agognante, forse sono le fate che abitano queste isole di luce, a chiamarmi verso loro? Un verso del bridge favoleggia un’immagine surreale, ma che ogni volta si ripresenta sotto i nostri occhi nelle serate passate in qualche bar delle città di costiera: una luna, che già si scopre di essere piena e grande, vigorosa, cavalca la marea; il suo riflesso nuota fra i flutti, si sfibra e ammalia come succo d’ametista. Nella cornice gelida del testo si nasconde un rifugio caldo, che un po’ scioglie il ghiaccio che lo attornia, sono gli occhi dell’amato che ci fanno da seducente guida che inebria i sensi.
02 – Precious Dark (Pidä Kädestä)
Forse la canzone da cui sono rimasta più delusa. Sarà che sono sempre stata particolarmente legata a “Pidä Kädestä”, prima canzone che ascoltai delle Indica, ma il nuovo arrangiamento degli strumenti non mi piace. O, meglio, preferivo quello il precedente, poiché anche questo brano come tutti gli altri si ascolta gradevolmente. Il testo, stavolta opera di Tuomas Holopainen (Nightwish), si differenzia in tutto e per tutto dalla versione originale, più legata alla fiducia e agli amori e affetti in genere (“Pidä Kädestä” significherebbe “tieni la mia mano”). In questo posso dire che forse Tuomas ha fatto un buon lavoro, poiché il nuovo testo è più intriso di contenuti, con immagini suadenti che ripercorrono lo stesso filo delle altre canzoni. Perfetta la citazione ad Hansel e Gretel, poiché, dopo paragrafi ambigui che ti preparano al resto, ci troviamo in una casa di pan di zenzero su un’isola di piaceri. È questa l’oscurità preziosa, completamente contrastante col video immacolato di neve di “Pidä Kädestä”, da cui possiamo afferrare giocattoli e brandelli d’infanzia, una sorta di giardino segreto su cui ci si affaccia per conoscere un amore puro o una candida danza nel buio.
03 – Children of Frost (Hiljainen Maa)
L’inizio sembra un ululare di lupi, e già dalle prime note vieni trasportato in un mondo freddo, gelato, è uno spazio onirico in cui non ti viene da dire inverno, ma semplicemente da tacere e accucciarti fra i brividi che lenti ti scuotono. Jonsu a tratti sussurra, e intinge il brano di una cadenza ossessiva e inquietante, specie quando viene accompagnata dal graffiante suono della chitarra elettrica, e i bambini… i bambini di ghiaccio, anch’essi con voce straziante ma che restano in un lugubre sottofondo, per poi comparire ancora nell’andante finale. L’immagine complessiva è gelida, febbrile, pare un teatro tragico in delle lande desolate della Lapponia, e che passo passo ti sta guidando verso la sua possibile fine. E la conclusione della canzone è proprio un pianoforte che sfuma lentamente, dissipando la tensione e lasciando al contempo un senso greve di inconcluso. L’intero brano si lascia accompagnare, facendosi sentire a volte più forte, altre volte debole, per culminare negli ultimi secondi con un assolo oscillante, da un suono che richiama apertamente il vento e le sue raffiche devastanti che ogni giorno spazzano le steppe del nord. Nel primo pezzo ci troviamo con una metafora fascinosa e terribile allo stesso tempo: un lago nero, che è un occhio che sbatte lentamente le palpebre; nel paesaggio innevato, gli alberi sono le sue ciglia di ghiaccio.
Un aspetto che adoro in questi testi è che spesso non trovi un ritornello uguale all’altro. Le parole si susseguono, simili, ma il significato varia. In “Children of Frost” seguiamo l’alba spuntare, e i nostri bambini marciare, troviamo una vecchia altalena scossa solo da una brezza talvolta violenta che però poi viene occupata dall’ombra di un fanciullo. Il primo verso del ritornello attrae per la sua particolare intonazione cromatica: il mare che vediamo era un deserto di nevicate… un blu cupo che s’aggrappa a un bagliore dorato, e poi il bianco della redenzione. Che, in questa canzone, non pare poi così puro.

04 – Lilja’s Lament (Rannalla)
Dolce e indimenticabile ballata, quasi con richiami medievali. La sola melodia tratta delusioni amorose e situazioni drammatiche, che fanno formare un paesaggio silenzioso in cui si può piangere indisturbati. Un tono misterioso si nasconde nel piano e nei suoni che lasciano immaginare delle solitarie civette nei loro fugaci voli. Qui la voce di Jonsu si muove solitaria sulla sua barca altalenante, con alcune eco bellissime, mai inserite a sproposito. Ancora troviamo la particolarità dei ritornelli cambiati: ed è prestando attenzione a questi, che superficialmente sembrano conservare lo stesso ritmo, che si scorge la fine dolosa della storia che stavolta si è deciso di narrare. Poiché l’intero brano è storia ad ogni verso. Libri e libri vengono citati, e con essi seguiamo Lilja nel suo percorso di segreta insoddisfazione. La sua è una delusione dal mondo, un vivere fra pagine del suo speciale universo, con le gocciole tintinnanti che sono la risonanza dei suoi sogni infranti. Ho il tristo pensiero di riportarvi la mia intera analisi (se così si può dire) del testo, che mi ha chiesto un caro amico, anche se così ho quasi l’impressione di svelare un finale tragico che va esplorato con l’ascolto della canzone. Facciamo così, ve la riporto, traduzione più commento, ma voi sentitevi liberi di saltarla e passare ai brani successivi.
Il Lamento di Lilja
Passeggiando sotto le luci del porto, Lilja legge una riga: "Povera Tatiana"
Fa riferimento al libro "Tatiana & Alexander" di Paullina Simons, seguito de "Il Cavaliere D'Inverno", favola bellissima di cui, leggendone la trama, ho avuto il desiderio di conoscere di più e acquistare il libro. In sintesi racconta le vicende di un amore romantico, e il seguito di una donna che, rimasta senza marito, cresce da sola il suo bambino.
In un'altra biblioteca, Rochester arriva. "Oh, Lord, lui è mezzo cieco”
Il Conte di Rochester è un personaggio dei tre moschettieri, che, assoldato come scudiero e fidato del cardinale Richelieu, perseguita d'Artagnan per poi diventare suo compagno e amico. Ha una benda sull'occhio destro, vecchia ferita di battaglia, che caratterizza il suo aspetto misterioso e severo.
Lancillotto e Ginevra venivano da qualche posto vicino al molo. Niente amore quest'anno.
Perché, penso conosciate tutti la storia, loro amanti appassionati e Artù solo, ormai tradito.
Marian chiamò Robin Hood per salvarla dal mare, ma le parole sono economiche.
Economiche nel senso povere, poche, forse per racchiudere una storia d'amore tale in un unico verso.
Le storie sono state filate, un mare di metafore sono state fatte,
E Lilja le ha ascoltate, ma lo stupore è una tempesta.
Tutti i libri che lei ha letto, presa nel suo letto, e che hanno ferito la sua mente...
Il suo tragico difetto non era un errore.
Lilja si lascia troppo prendere da queste trame d'amore, e m'immagino una donna sola e triste, che, persa fra i versi delle sue storie tessute con cura, quasi dimentica di vivere una vita per sé, ammirando i lieti fini da lontano per evitare una cattiva (ma reale) conclusione. Forse è questo, per me, il suo tragico difetto. E lo stupore, la meraviglia, che prova di fronte all'amore narrato sono una tempesta di desideri in cui affoga, stesa al chiarore della sua camera, letto che rappresenta un ambiente chiuso, soffocante, e terribilmente malinconico.
Percival si ubriacò e gettò la sua tazza nella neve. Dove è finito il Graal?
Parsifal, cavaliere templare del ciclo arturiano, all'estenuante ricerca del Sacro Graal: metafora che probabilmente porta al perseguire mete nel tempo agognate, e cedere quando esse ti si riducono in cenere davanti ai tuoi occhi.
Catherine trovò il suo Heathcliff, ma le sorelle Bronte morirono sole. L'aria si fa così fredda.
Tristissimo verso: "Cime Tempestose", di Emily Brontë, in cui, dopo tanti spiacevoli avvenimenti, i due protagonisti si ritrovano: Catherine e Heathcliff staranno insieme nella morte, ma le famose scrittrici, le sorelle Brontë, morirono sole, senza nessuno che le avesse amate o che le potesse accompagnare nel loro ultimo viaggio. L'aria è fredda perché la neve è un elemento fondamentale in Cime Tempestose, ambientato nelle brughiere nel North Yorkshire, che si ripercuote lungo tutto il libro e lo circonfonde di un'aura magica e desolante.
Il vento resuscita i danzatori (o meglio cantori) delle ballate condannati alle loro parole.
Immagine intensa, dai connotati propriamente nordici: mi ricorda una congrega di streghe che danzano attorno a un fuoco, poiché le parole di un incantesimo condannano chi le riceve.
La nebbia significa un ritorno per i bardi e i trovatori, le frasi sono mondi. Noi desideriamo ardentemente, ma non impariamo.
I bardi e i trovatori erano cantastorie e musicisti dell'epoca medievale, spesso si dedicavano a storie d'amore intrise di magia e leggende, sempre con una morale. Erano personaggi di cui non si sapeva nulla, poiché viaggiavano continuamente in lungo e in largo: fra i regni si poteva spargere la loro fama, ma la vita di ognuno di loro era come avvolta da una nebbia di ignoranza.
Barcollando, vacillando (teeter-totter in inglese, quindi, seguendo il gioco di parole, altalenando) per il porto, Lilja alzò lo sguardo e vide una stella di mare.
Sarà forse che tutti questi sogni hanno indebolito Lilja, rendendola schiava e vittima della realtà, troppo cara per poter reggere la tempesta di avvenimenti che cerca di avvinghiarla nel suo timido mondo? La stella di mare è un dolce ricordo...
Ophelia, Smith, Elliot; Plath, Sylvia tenevano la sua mano.
Flusso incontrollato di personaggi che accompagnano la nostra lettrice: Ophelia di Amleto, delusa, folle, vittima degli eventi, muore affogata cercando l'omicidio per vendetta; Smith... ci sono tanti Smith, ma il più probabile è il personaggio di Persuasione, libro di Jane Austen, donna malata e caduta in miseria, persona di contorno che è quasi un narratore; Elliot, cognome della protagonista del libro da sopra citato, oppure del ben più noto Billy Elliot, il ballerino incompreso che fa di tutto per sfuggire al desiderio del padre, che lo vuole pugile, e realizzare il suo sogno. Sylvia Plath, poetessa e scrittrice statunitense, spesso vittima di depressione e morta suicida.
Le storie sono state filate, un mare di metafore sono state fatte, ma Lilja visse la sua errata tempesta.
Tutti i libri che lei ha letto l'hanno portata a riposare su un fondale marino, il suo tragico difetto ancora mi sorprende.
Lilja ha perseverato nel suo errore, fuggendo ancora la realtà per rifugiarsi nel suo mondo. Si toglie la vita, su quello stesso porto, spinta dalle sue storie e dalla sua tragica esistenza.

05 – In Passing (Valoissa)
Avete presente quella canzoncina che parte dal lettore musicale qua affianco ogni volta che aprite il mio blog? Bene, quella è “In Passing”. Brano molto orecchiabile e dal video sognante, narra di un rapporto stretto, di nostalgia, di perdite che però col tempo saranno destinate ad attenuarsi nel loro dolore, per poi diventare un sordo battere in fondo al cuore che s’accompagnerà finché anche tu non sarai passata per queste terre. Forse una delle canzoni più pop del disco, ha un inizio ossessionante, che prende al primo ascolto e che appunto per questa peculiarità l’ha fatta diventare trampolino di lancio dell’album, nelle veci singolo estratto. La palazzo antico del video riprende benissimo i toni del pezzo, che rimandano sempre a un sentore d’arcaico. L’incanto della notte, l’occhiata sfuggente al diario della sorella, i ricordi. Quando l’ascolto mi pare di sentire l’odore del legno di vecchi mobili che pervade l’aria, quell’odore buono che sa di casa, così come i tappeti un po’ impolverati, la cenere che ancora scoppietta leggermente nel camino, le candele profumate e mezze consumate che si reggono sui lampadari d’argento. Se già si prende la versione precedente (sempre in inglese, contenuto speciale del dvd), questa strana atmosfera scompare per far più tangibile un effluvio di aria aperta, portando in primo piano una spensieratezza che successivamente si è fatta scomparire. E forse il motivo nascosto sarà quella scritta, nel fondo della pagina del booklet, che così recita: Smiles you remember · Riikka H · 1974-2004 · & Heidi

06 – Scissor Paper Rock (Ikuinen Virta)
Arriviamo alla sesta della tracklist. La mia preferita, quella che conserva ancora tutta la sua grinta finlandese. La sua… ehm… sisu (coraggio, energia, perseveranza, determinazione, non so tradurvelo altrimenti perché è una caratteristica finlandese che traduzione in altre lingue non ne ha). La melodia incanta, mi viene voglia di cantarla ogni volta che attacca. Saranno le mie origini radicate nel metal e nel punk, ma quando sento un ritmo andante come questo parto a seguirlo con mani, piedi, testa, e tutto ciò che ho a disposizione a quel momento. È accattivante, tremendamente. E guarda caso è la più simile alla sua rispettiva in lingua originale, sia per arrangiamento che per testo.
Per ogni canzone recensita, mentre scrivevo, l’ascoltavo di sottofondo con la sua rispettiva compagna finlandese, e intanto le mani volavano a commentare, lasciando libero lo spirito. Con questa non ce la faccio, perché il mio istinto è riattaccarla daccapo e canticchiarla, ballarla, andare passo passo con lei, perché talmente mi coinvolge che stento a riuscire a impegnarmi in altro. Ok, stacco le casse e provo a scrivere qualcosa di sensato.
Il testo stavolta non narra storie particolari, ma è più introspettivo, dedicato al mondo di un’infanzia che dolcemente scivola via. Penso che tutti abbiate giocato almeno una volta a “sasso, carta, forbici”. In questo giochino è radicato un senso di ineluttabilità devastante: è il ricordo della fanciullezza, ma più volte, da sola e ancora bambina, mi sono soffermata a chiedermi come sappia di morte quella forbice schiacciata dal sasso, forbice che essa stessa momenti prima ha divorato e spezzettato la carta, carta che supera l’aura immutabile della roccia avviluppandola in una coltre d’impotenza. In “Scissor Paper Rock” troviamo questi tre elementi che degradano, le pietre che si trasformano in polvere ricongiungendosi alla sabbia, le forbici che arrugginiscono col passare degli anni, la carta che deperisce col suo inchiostro che diventa via via sempre più chiaro. Quando il gioco tace, il corpo cresce e l’anima con esso, padroni di un paesaggio sognante. Non preoccuparti, non correre, dice Jonsu: cresci nel modo che ti è più congeniale, sai che dovrai passarne molte, ma alla fine ci sarà sempre una nuova alba ad asciugare le tue lacrime amare.

07 – A Way Away (Nukkuu Kedolla)
È la più triste dell’album, fredda, sembra quasi una canzone da funerale. Stilla dolore e disperazione da ogni verso, e il pianoforte che l’accompagna rende l’aria tetra e cupa. Eppure sembra scorgere un barlume di luce dorata nel porto grigio in cui ci troviamo catapultati. Una valigia in pelle marrone al fianco, è il sottofondo che si addurrebbe facilmente alla partenza di una nave vittoriana per il nuovo mondo, perché in fondo la melodia non manca di una speranza recondita, trascinandoci verso la narrazione di un viaggio. Il canto che si trova nel finale è come il rollio della barca, altalenante, caustico a tratti. Il ritmo si riprende con il passare dei minuti, assieme al testo fornisce sempre più elementi per risorgere dal suo inizio compianto e costernato. Interessante la citazione religiosa all’episodio di Giona e la balena, che arriva inaspettata in un album fatato, che di legami con la realtà conserva ben poco. La critica dei versi sembra riferirsi a quel periodo della vita in cui tutto pare errato, e a tutte quelle volte in cui il mondo pare abbandonarti a te stesso, non prima di averti fuorviato dai tuoi scopi e fatto perdere ormai ogni punto d’appiglio. Il finale fa venire in mente l’immagine di una fenice di ghiaccio che risorge dalle sue stesse ceneri. Di ghiaccio perché, ascoltando l’album, non si hanno mai idee che contemplino colori caldi e forti, di cui l’unico esponente restano i capelli rossi di Jonsu e nulla più. Ogni aspettativa è persa, ma non per questo la volontà propria non permette di rinascere e farsi forti nelle avversità: un brano carino che con sé non porta nulla di sconvolgente, se non la melodia triste che funge da preludio a un seguito speciale. Qui c’è il viaggio… successivamente troviamo il luogo.
Apertura dai toni orientali, oserei dire in pieno stile “Prince Of Persia”. Anche perché qui si va incontro alla fatalità del tempo, e a una muta ribellione che pare scatenarsi solo all’interno di un corpo, senza trovare sfocio puro nella realtà. Ma è anche senso di giovinezza ed essere spensierati… graziosi, per certi versi, così da doversi nascondere dietro a un sorriso vuoto di significato che è nostra maschera d’accoglienza per gente ignara. Il ritmo prende, e anche qui ci troviamo con una canzone che incita a essere cantata con lei, facilitata anche dalla ripetizione a stretto distacco degli spezzoni iniziali, che poi d’altro lato contribuiscono a rafforzare parte del testo. La voce di Jonsu qui è molto, forse esageratamente espressiva: interpreta ogni parola, fino a dare l’impressione che stesse recitando un musical. Bene, questo brano spezza con tutti gli altri, si condisce del rosso carminio ma spento di un tramonto sul deserto, del magenta di un vestito da danzatrice del ventre, e se ci si presta attenzione sembra sentire il tintinnare dei pendenti che si sbattono fra loro ad ogni tenue scossone. Sono suoni arabi che si mischiano alla cultura scandinava, e il risultato è un ambiente onirico e seducente, che prepara al crescendo del brano successivo.
09 – Straight And Arrow (Pahinta Tänään)
Ritmo incalzante e delirante, fin troppo, e quasi sempre seguito da chitarra e voce che non trovano pace, e si alternano e si susseguono velocemente, come se avessero fretta di annunciare la loro ribellione rivoluzionaria. L’oppressione della situazione rivelata si lascia sentire, traspare fin troppo da questo rincorrersi delle parole, una dopo l’altra, quasi con l’intento di far scoppiare i polmoni per mancanza di fiato. Poi nel video si trova una Jonsu ancor più infervorata, e tutte le Indica che dimostrano la loro estraneità alle grandi metropoli, il restar stupiti davanti ad ogni effetto della tecnologia che a volte rasenta il magico. Il loro è un passeggiare per la città con intenzione di scoprire, o comunque comprovare l’ambiguo tono grottesco che si nasconde nelle vie di periferia, dove ogni cosa può sostare in agguato, nascosta da un bidone della spazzatura o dall’ombra di un’insegna pubblicitaria. Attraverso metafore e immagini suggestive si ritrovano spicchi dei problemi tempo prima ripresi da Dickens, con lo stesso distacco fiabesco e strambo, con sfumature che nascondono l’ingenuità fanciullesca e la dichiarazione della propria disubbidienza alle regole del mondo. Le insidie della società vengono viste come serpenti che si annidano negli angoli, e il cupo timore di ogni azione controversa è come un uomo impiccato all’ingiù: terrificante nel suo infrangersi di opportunità, ma che imbracciando una freccia, nella morte, cerca ancora di indicare ai più fortunati quale potrebbe essere la giusta strada. Poiché il timore di una decisione errata, sia anche minima, attanaglia sempre l’animo debole che s’intristisce al pensiero delle possibili conseguenze sui suoi compagni. Non c’è tempo di preoccuparsi o pensare al passato, è quasi una fuga che si ripercuote lungo l’intera melodia, e che dirige verso l’abolizione di tutte le catene che provano a fermare l’anticonformismo e lo spirito libero dei giovani. Un brano difficile nel significato, e che forse contempla ad ogni ascolto e lettura del testo nuove e nuove allusioni. Fin qui però le nostre ragazze sanno che vogliono comunicarci: nel loro universo fiabesco, sono le imposizioni della società che stavolta diventano il mostro delle favole… ma c’è possibilità di scelta. Alla fine, una scelta, una salvezza, c’è sempre.
10 – Eerie Eden (Vettä Vasten)
Ai primi ascolti l’ho paragonata ad “Exogenesis I” dei Muse. Non consideratela un’eresia, ma la forma in cui è composta la canzone è all’incirca quella: voce dolce, di secondo piano, e base strumentale curatissima che si conclude con un’orchestrale magnifica, nei primi tempi alternata a strumenti moderni che però non fanno contrasto, anzi, si omologano perfettamente con l’aura paradisiaca che si cerca di creare. Non a caso, in un’intervista, hanno notato che la musica delle Indica andrebbe bene come colonna sonora di film fantasy, di preciso quelli diretti da Tim Burton. E infatti l’atmosfera è proprio quella: fantasia pura, mai banale, ricca di piccoli particolari come il coglier di un fiore o il passare di una farfalla. Sarebbe una collaborazione unica, e intimamente vi spero con tutto il cuore.
Il testo della canzone non racchiude in sé nulla che non sappia di già sentito. L’obiettivo da raggiungere con questo brano è quello di far rilassare l’ascoltatore, accompagnarlo nell’Eden che si è formato pezzo dopo pezzo durante il percorso. L’obiettivo sta in una conclusione non semplice, ma di quelle che finiscono per lasciarti con la bocca semiaperta, gli ultimi strascichi d’immaginazione ancora persi nelle vie dei giardini di Versailles. È un distaccarsi lento e non doloroso, un tornare alla realtà come trasportati su una nuvola, e scendere questa scala in punta di piedi sarà piacevole, sotto il soffice tocco delle nubi candide. “Resta”, ci dicono, resta con noi. Una mela, nel booklet, fa da cornice al testo: è l’implicito invito, tentazione, a riavviare il cd per riascoltarlo daccapo.
11 – Outside In (Bonus Track) (Ulkona)
Lo sprint finale viene dato dal bonus track. Quando comprai il cd non ero a conoscenza della presenza di quest’ulteriore brano, che è uno scossone dopo l’esser stati cullati da “Eerie Eden”, è uno strappo violento dal sonno incantato in cui si è soavemente caduti. Ogni tanto si sentono dei respiri quasi affannati, in sottofondo, i soffi di vento di un elfo che fugge nel bosco. Jonsu ci invita a non arrenderci davanti alle difficoltà, anche se questo messaggio pare provenire da qualcuno più in su di noi, che nei nostri stessi ostacoli sembra non essersi mai imbattuto. Canzone mediocre, sommariamente, un motivetto bello da canticchiare e con un inizio accattivante. Ecco, essendo sincera, mi pare di sentire un richiamo a “Running Out of Time” dei Simple Plan: stesso brano ricco di ribellione contro i poteri politici, con melodia bella, testo interessante a una prima lettura, ma nulla di più. Entrambi sono bonus track, conclusione di stupendi album ed è gradevole, diciamo, aver avuto la fortuna di accaparrarsi un altro brano allo stesso prezzo del cd normale. È la più rock del disco, e ritroviamo la voce sottile e graffiante come il miagolio di un gatto della Jonsu finlandese, quella ancora un po’ acerba, ma lo stesso emozionante e compiacente.
Amo le Indica. Nonostante la loro canzone che mi porterò sempre nel cuore sia “Ihmisen Lento”, con questo album la mia ammirazione per il loro lavoro non ha fatto che aumentare ancor di più. Ed è per questo che per un bel po’ di tempo dovrete sopportarvi il lettore musicale e i due banner pubblicitari che ho inserito nel blog. E se vi va lento il pc… non me ne frega niente, compratevene uno nuovo o non passate più di qua :P
Per approfondire:
- Il sito ufficiale delle Indica
- La pagina di Facebook sulle Indica
- L’account Twitter delle Indica
- Il canale YouTube delle Indica
- I testi in inglese di tutte le canzoni esclusa la bonus track
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