mercoledì 13 ottobre 2010

PostHeaderIcon Ragazza Eroina

Come promesso.

NdA: le citazioni provengono dalla canzone “Ciao Amore Ciao” di Luigi Tenco.

Il furgone sobbalza lievemente quando incontra l’asfalto rialzato che conduce allo spiazzo riservato al circo. È sembrato un piccolo gradino, come di quelli che i leoni salgono per arrivare sul piedistallo, invogliati dalla frusta nera e lucente del domatore, un segno, una salita che ogni volta ci avvisa che siamo arrivati. Le gomme della vettura gemono, avvilite, e già comincia a levarsi quel pulviscolo di terreno sbriciolato e riarso, laddove il bitume sfuma nella rena ondulata su cui si scorgono le orme di cani randagi e forse di qualche gatto sperduto. Quasi contemporaneamente al botto, si ode il malinconico tintinnare dei pendenti, acchiappasogni scintillanti, rosari rovinati dall’usura che ticchettano pendendo a mucchio dallo specchietto retrovisore, fili di perline usati per adornare i capelli delle ballerine, poi anche gonne intinte di dischi dorati e specchietti come quelle indossate dalle donne degli harem arabi, piume che sferragliano fra loro come se fossero ancora attaccate alle ali possenti di un uccello. Così ad ogni tenero saltello dell’auto, un’armonia di suoni che combatte l’ironia del chiasso. Fra loro, c’è anche lo scampanellio delle mie ciglia percosse dal vento che proviene nelle vesti di una brezza leggera dal finestrino spalancato.

Oh, non che i miei occhi siano diamanti pronti a squillare, o che siano preziosi a causa di qualche mascara velato di trucco. No, queste malie sono riservate alla scena. Ma è quel suono che odi solo tu, quel picchiettio che si confonderebbe con il rumore di una goccia di pioggia caduta a casaccio fra foglie e catrame: silenzioso, sottile, ma che tu riesci a sentire in una chiarezza plateale. E oggi, che il vento ulula più forte di quanto pensassi per portare con sé la nuova stagione a lungo nascosta, oggi sento le palpebre sbattere già liete, lì a rischiarar la vista, quasi un gesto di scaramanzia contro le ingiurie del popolo.

Il motore intanto si spegne, e la compagnia scende. Sette circa per ogni macchina, stipati come biscotti su un piattino della merenda, di quelli che i bambini riempiono finché non cominciano già a cadere o a sbordare pericolosamente. Dietro, i furgoni con gli animali ci seguono, pezzi di una nostra carovana che anni addietro sarebbe potuta benissimo essere composta da carri cigolanti e cavalli stanchi, e che ora si ammoderna con camion e camper dipinti di colori accesi. Concordi, si appostano in fondo al vasto piazzale, sparsi a semicerchio, l’uno affianco all’altro quasi a tenersi tacitamente per mano. Una barriera per proteggere non so che, forse i nostri timidi segreti, per noi tanto importanti.

Solo durante il viaggio si assapora la calma della vita. Me ne rendo conto quando poggio piede sulla terra che ci ospiterà ancora, stranieri in un mondo straniero a se stesso: seppur parlanti la stessa lingua biascicata e dialettale, comunque sempre fuori posto, e già si preannuncia il viavai e l’appostarsi del temporaneo accampamento, l’eccitazione del circo che comincia ad espandersi come un profumo alla menta versato sul tuo caro tappeto persiano. Prima però, nelle ore in cui ti ritrovi intrufolato in quel pacco a sorpresa da cui escono le mirabolanti magie tanto decantate dai manifesti, in mezzo ai giramenti di testa per l’aria asfissiante, gli incensi decisi della divinatrice (l’unica che non riesce mai ad abbandonare la sua veste di megera bugiarda), il fumo di sigaretta più serio del banditore che guida anche la nostra casetta ambulante, fra tutto ciò che è ormai abitudine, noi anime prendiamo pausa da allenamenti ed esibizioni, ci sediamo a leggere un libro, dormiamo, magari ci lanciamo patatine sciapite di un pacchetto aperto la settimana prima. Uno dei pochi che ci possiamo permettere. In quei momenti c’è quella che molti chiamano noia, ma che io definirei vera vita, come quella che vedi scorgere e passare fuori dal finestrino, che a volte copri anche con una tenda scura e un po’ sdrucita, giusto per sfuggire all’invidia della normalità.

“La solita strada, bianca come il sale
il grano da crescere, i campi da arare…”

Ora i miei stivali di camoscio marrone calpestano l’altrettanto scuro terreno, mentre assaporo nell’aria la frescura dei paesi del nord. So che ho poco tempo per sentire questo odore, appena cominceremo a mettere su il tendone tutto sparirà nel più consueto ricordo di frutti esotici misto a segatura calda e polvere di biacca. Ma intanto godo il freddo che s’infiltra dalla mia giacca usata e mi costringe a stringermela addosso, le mani ficcate nelle tasche bucate all’angolo. È solo il 13 ottobre, ma si gela.

Di solito in questa prima fase, quando i furgoni visionari si aprono per partorire fra spasimi le loro promesse inconsuete, le donne non vengono incluse. Sono d’impiccio, lì a creare le basi del sogno, a impiantare pesanti chiodi a suon di martellate, o a tirare corde pesanti e spesse con l’aiuto degli elefanti. Una donna da circo potrebbe stupirti con le sue acrobazie, con il modo in cui veleggia nell’aria, o semplicemente con il tocco delle sue dita che paiono scorgere all’interno del cuore. Ma no, qui, ora che l’incanto davvero comincia, sono gli uomini realisti a costruire il castello: noi entriamo solo una volta che la fantasia è già stata approntata, noi siamo le pedine, le attrici, coloro che scendono da nubi di brillantina per orchestrare la scena, ma che in fondo da sole non saprebbero comporre una nota.

Le ballerine e le contorsioniste stanno già ripetendo i numeri per domani, o comunque sfilano fuori i cerchi e i costumi da valigie e cassapanche, chiacchierano, improvvisano mosse davanti alle compagne che le consigliano attente. Le più vecchie accendono i fuochi per la cena.

E io?

“Andare via lontano
a cercare un altro mondo
dire addio al cortile,
andarsene sognando.”

Oh, no. Magari solo potessi… ma non posso. Domani c’è lo spettacolo, devo presentare i numeri, sorridere alle madri sconsolate e carezzare i bimbi pestiferi, ignorare le mani degli uomini che passano lì per caso e che innocentemente ti sfiorano. E devo ballare.

Le luci sono sempre un po’ così, durante la rappresentazione d’apertura. Terribilmente feroci, squarciano il cielo della sera, sembrano saper oltrepassare le nuvole grigiastre come coltelli affilati, e poi su, più veloci, solo leggermente più lievi e sbiadite, ma che lo stesso tentano d’inviare il loro richiamo agli angeli della volta celeste. Talvolta mi chiedo se le stelle le invidiano.

Ma in fondo sono una di loro, no? Banale fra tante, brillo della luce che riesco a dare, mi accontento delle attenzioni che ricevo. Una piccola stella rinchiusa in se stessa. I miei bagliori azzurrini sono più suadenti dell’invadenza dei neon del circo, ma paiono comunque assuefatti dal loro accendersi e spegnersi, un’intermittenza venata d’astuzia e che soffoca il suo rauco sibilo di stanchezza nella confusione generale. In verità dovrei ignorarle, e continuare a distribuire volantini come ho fatto per tutto il giorno, e come domani continuerò a fare. Troppi pensieri.

Guardo una locandina che giace spiegazzata ai miei piedi. Ne avranno buttate già a centinaia. Se solo avessero la decenza di non appallottolarle, di non rovinarle in questo modo spietato, potrei raccoglierle tutte e ridarle, magari alla stessa persona che le aveva ripudiate, così da evitare inutili sprechi. Inutili come il mio ipocrita moralismo, d’altronde.

Ma intanto penso che danno colore ai marciapiedi grigi e spenti, con le mattonelle che come al solito sono quasi tutte crepate e a cui spesso manca un angolo, come un quadrato di cioccolata al latte a cui viene dato un morso veloce, e che poi per errore cade a terra e viene blandamente dimenticato. I volantini hanno uno sfondo blu chiaro, contornato da palline colorate, sul retro i nomi dei vari animali che si esibiranno (e no, noi, più animali di loro, non ci troviamo fra serpenti e cammelli), sul davanti il nome che spicca sfacciato: “The Zen Circus”, il circo dei sogni! Infranti. Sogni accumulati negli anni che sono ancora tutti qua, in fila, domino ingrato e scheggiato dal tempo.

“E poi mille strade grigie come il fumo
in un mondo di luci sentirsi nessuno.”

Va bene, fra pochi minuti dovrei essere in scena. Lascio da parte i plichi di manifesti, poggiandoli sulla scrivania consunta del bigliettaio, rispondendo con un sorriso forzato al suo occhiolino di complicità. Prima c’era una buona fila ad attendere il proprio biglietto, perciò m’immagino già il tendone ricolmo. Quindi vado dietro le quinte a cambiarmi, con calma, senza fretta. So che gli applausi sanno colmare ogni attesa, e in fondo c’è sempre il clown pronto a fare le sue entrate, secondo il pubblico premeditate, secondo noi il miracolo che ci salva dai buchi che creerebbero i continui inconvenienti delle varie esibizioni.

  Qui l’atmosfera è ovattata, il disordine del cast in preparazione viene sobillato in dei sussurri concitati, l’agitazione ce la si leva di dosso con una sicura scrollata di spalle. Il mio vestito di organza rossa mi aspetta, poggiato su una sedia senza troppa cura. Il lato positivo di venire vestita di veli, è che non devi mai preoccuparti di stirare quel poco di stoffa che avrai addosso. Il corpo teso saprà levare le scarse pieghe reduci dai lavaggi continui, e l’occhio del pubblico andrà oltre, come fa sempre. Giusto alcuni attimi, uno specchio in cui osservo il mio volto diventare serio, concentrato, le guance cosparse di brillantini dorati, gli occhi più neri che mai e che sprizzano fulmini vermigli sulle palpebre. I capelli castano scuro sono tirati a formare un anonimo chignon. Chiamateci danzatrici, chiamateci anche solo persone che cercano un lavoro, ma credo che tutte le ballerine, prima di farsi vedere dagli spettatori fuori dal sipario, si sentano come se debbano debuttare all’opera. E quell’aspetto incredibilmente grave, il palpito profondo del cuore, il respiro che quasi è già affannato, sono i sintomi di qualcosa che svanirà subito, assieme alla musica che attacca e al tuo corpo che comincia a muoversi al ritmo di essa.

Non so ballare, non ho mai avuto un’insegnante o altro, né seguito corsi particolari. Sono nata in un circo, e vi ho vissuto facendo ciò verso cui ero più portata, mischiando lo scuotersi degli arti che mi suggeriva l’animo con qualche contorsione appresa dalle mie compagne di vita. Una cosa però è certa: ora che il clamore del battito di mani si è attenuato, ora che io non sento più nulla oltre alle note un po’ distorte che provengono dagli amplificatori otturati da polvere e vecchia segatura, ora che sono sola sotto una miriade di luci che paiono stelle cadenti, mi sento più bella, migliore. Ne sono convinta: qui, aggrappata al telo sottile di candido cotone, bianco come lo strascico di una nuvola primaverile, a mezz’aria, sono splendida, meravigliosa. Un’eroina nel mio mondo d’incanti.

“Saltare cent'anni in un giorno solo,
dai carri dei campi
agli aerei nel cielo.”

E infine una stupenda sorpresa: per caso, lo stesso giorno in cui ho scritto il racconto, Cry (qui la sua gallery su DeviantArt) stava disegnando una ballerina.

L’ha colorata di rosso.

E con quelle pennellate decise, posso dire che lei ha davvero preso vita…

ballerinaperfrancy

1 commenti:

Chesy ha detto...

Sai, forse il fatto che non mi sia piaciuto particolarmente è perché ha un'inizio bruco. Che anche se condensato col sogno è piantato per terra. Sicuramente molto migliore della prima stesura, moltissimo. Troppo. Però ho avuto l'impressione che il tuo elencare, alla Harris a cui hai attinto molto, a lungo confonde e annoia.
Poi, un'appunto.
«“The Zen Circus”, il circo dei sogni! Infranti. Sogni accumulati nel tempo che sono
ancora tutti qua, in fila, domino ingrato e scheggiato dal tempo.»
Infranti dopo il punto esclamativo li fa infrangere davvero. Ed è sensazionale, saggio e completo, comporta grande maestria u.u.
Clap!

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