domenica 11 ottobre 2009

PostHeaderIcon Il Riflesso del Lago

Mia sorella: perchè non scrivi una favola? Come Andersen o i fratelli Grimm???
Io: cosa? Ma è roba per bambini.
Mia sorella: ti pregooo...!
Io: vabbè poi vedo...
Ieri sera le ho mostrato la bozza della favola, le è piaciuta tantissimo... solo che mi ha fatto cambiare il finale: voleva il lieto fine :)


Anni orsono, alle belle bimbe vanitose e presuntuose, si soleva raccontare una fiaba che narrava di una principessa e di un umile scudiero.
L’uomo passava sere intere ad ammirare la principessa che si specchiava nelle acque del lago che delimitava il castello, affacciata dalla minuta finestra della sua stanza. Ogni sera, mentre spazzava l’atrio antistante la scuderia, volgeva gli occhi all’apertura sulla torre più alta, aspettando che la sua bella facesse la sua comparsa. I boccoli dorati della principessa rilucevano dello stesso splendore della luna, e come sua figlia il suo riflesso compariva accanto alla romantica falce nelle scure acque del lago.
Lo scudiero era a conoscenza dei capricci della ragazza, del suo umore mutevole, e, appoggiato all’asta di legno del rastrello, rimuginava su come poterla conquistare. Solo la perfezione meritava una donna così eterea, solo una rosa senza spine poteva sfiorarle il volto… e fu di quest’ultima che partì alla ricerca lo scudiero disperato. Chiese al giardiniere del re il permesso di visitare i vasti roseti del castello, e di indicargli le piante più belle e perfette. Fra esse, un pomeriggio di tarda primavera, scorse un piccolo bocciolo che si affacciava timido fra i rovi: coperto dalle sue sorelle già sbocciate e quasi sfiorite, appariva giovane e indifeso. I fiori più belli sono quelli che impiegano più tempo a fiorire, e così quel bocciolo si era preso una primavera intera per crescere sull’unico stelo privo di spine dell’intero giardino. Del rosso di un tramonto estivo, chiedeva, ambiva, ad essere colto solo per la donna più incantevole. Lo scudiero prese le forbici che gli tendeva il giardiniere del re, e recise quello stelo sottile con la massima cura. I rovi gli avevano provocato numerosi graffi sulle mani e sulle braccia, ma il sacrificio era nullo per un dono simile.
Quella sera, quando la principessa si affacciò alla finestra, sul davanzale c’era qualcosa ad attenderla. Una rosa, bellissima e senza spine, con i petali più morbidi e delicati della pelle di un neonato o della seta più fine. La principessa la prese fra le mani, ne carezzò le forme, per poi lasciarla cadere con un sorriso triste nel lago sottostante. Non una rosa poteva conquistare la più bella.
Lo scudiero si sentì il cuore trafitto da quel sorriso, ma non desistette. Una rosa prima o poi muore, la mia amata ha bisogno di qualcosa che duri in eterno, pensava fra sé.
La mattina dopo andò a far visita alla sarta di corte, colei che tesseva gli abiti migliori della contea e, se possibile, con le sue creazioni rendeva la principessa ancora più bella. Le chiese un abito color della sera, in cui si sarebbero specchiati tutti i giochi di luce del lago leggermente increspato nelle notti di luna piena. La sarta accettò quel difficile compito, perché era una donna buona di cuore che soleva aiutare gli innamorati. Quando l’abito fu pronto, fu lei stessa a portarlo nella stanza della principessa, come dono da parte di un ammiratore. La ragazza guardò l’abito, ne saggiò la fattura. Non ne aveva mai visti di migliori, e il tessuto le scorreva fra le dita come acqua di ruscello, liscio e fresco al tatto. A ogni movimento, la stoffa blu notte mandava bagliori argentati e riluceva di luce riflessa. Ma la principessa, sola nella sua stanza, non indossò l’abito, ma si affacciò alla finestra e lo fece scivolare con un sorriso triste fra le acque del lago, dove si confuse fra le profondità marine. Non un abito poteva conquistare la più bella.
Lo scudiero si sentì il cuore trafitto da quel sorriso, ma non desistette. Cosa poteva rendere felice la sua amata? Cosa poteva, quindi, renderla gentile e più propensa nei suoi confronti? Se la bellezza altrui non riusciva a scalfire il suo animo, allora sarà lei stessa ad appagarla, pensava fra sé.
Il giorno successivo, lo scudiero scese giù al villaggio, e si recò dall’artigiano più rinomato del paese. Egli costruiva oggetti dal dubbio uso e dall’incontestabile magnificenza. Fra essi, scorse uno specchio che rifletteva in ogni particolare l’ambiente circostante. Era piccolo e dotato di un manico sottile e intarsiato da filamenti d’oro. Lo comprò e lo portò al castello.
Quella sera, un altro dono attendeva la principessa. Si era ormai fatto inverno, e una folta pelliccia ricopriva le sue spalle quando si affacciò alla finestra. Sul davanzale c’era lo specchio. Lo prese, si specchiò, e una dolce lacrima amara le scese sulla guancia, seguita poi da molte altre. Gettò anche il terzo dono nel lago, che lo inghiottì sordo appena l’oggetto sfiorò la sua superficie. La donna chiuse i battenti della finestra e tirò la tenda, per nascondere a occhi indiscreti il suo pianto. Non lei stessa, non lei stessa era capace di conquistare la più bella.
Lo scudiero si sentì triste, partecipe di quel dolore oscuro, e ogni sua fatica sparì alla vista della sua bella in lacrime. Possibile che il suo gesto d’amore le avesse ricordato tristi giorni passati? Possibile che fosse egli stesso creatore di quella disperazione?
Nei giorni a seguire la principessa non tornò più alla finestra. Ogni sera lo scudiero l’attendeva, e ogni sera attendeva invano.
Ma una notte una figura incappucciata prese parte all’immutabile paesaggio del lago: l’acqua, la luna e lo scudiero furono interrotti dal loro malinconico e muto scambio di sguardi. La principessa si era riaffacciata, era tornata a far parte del quadro. Gocce trasparenti le rigavano il volto, quando con un balzo leggero si buttò nell’acqua del lago. Il suo volo fu lento come la discesa di un cigno, e l’impatto del suo corpo non fece alcun suono. Nel timido freddo invernale si era formata una sottile lastra di ghiaccio, che dalle rive si propagava in tutto il lago come le venature delle foglie di quercia, per poi perdersi nelle gelide profondità lacustri, dove il corpo della principessa affondava lento e bianco come un lenzuolo, inghiottito dalla voracità del lago. Il suoi occhi erano aperti, ma sereni nell’ultimo addio, le labbra aperte in un sorriso triste. Neanche l’uomo che aveva assistito alla scena proferì verbo, ma corse verso la riva per gettarsi anche lui dietro la sua amata. Quando riemerse, stringeva un corpo inerte fra le braccia. Posò la principessa sull’erba verde e umida del prato, e nella notte pianse e gridò il suo dolore, di amante disperato, di amante mai amato.

Se c’era una cosa che lo scudiero non aveva compreso, era che la stessa bellezza a volte è fautrice del male: la principessa odiava la sua perfezione in quanto tale, perché era una donna saggia che cercava all’interno i doni del fato. Quando lo scudiero gli regalò la rosa, ne ebbe la prima conferma. Quando ricevette l’abito, ebbe la seconda conferma. Lo specchio fu ciò che la fece sentire peggio. Nella sua vita non aveva mai voluto superfici riflettenti nella sua stanza, per paura di vedere un corpo che non voleva come suo. La notte si specchiava nel lago perché l’acqua increspata deformava le sue fattezze, e al contempo rifletteva il suo animo vero: frutto di un incantesimo di una fata del bosco, regalo per il suo decimo compleanno, era l’unica cosa che le rimaneva di caro al mondo. Nella solitudine dei giorni che seguirono, trovò pace: decise di liberarsi della sua bellezza, perché solo così, per lei, ci sarebbe stata consolazione, e la sua anima avrebbe vagato finalmente libera da quel sgradito fardello. Dietro alla sua morte, però, c’era un dispiacere: le portava tristezza non poter più vedere quel giovane uomo che, ogni sera, per anni, l’aveva ammirata dalle sponde del lago…
Fu questo ciò che raccontò la principessa allo scudiero, quella sera stessa, davanti al piacevole calore di un camino acceso. L’amore aveva battuto ancora una volta il mistero della morte, riportando indietro la principessa per darle la possibilità di ricongiungersi al suo amato.

5 commenti:

vinci ha detto...

bella :)

Frankie P. ha detto...

Grazie ^^

Cesare ha detto...

Molto bello. Mi è piaciuto lo stile fiabesco. Complimenti! ^-^

Cry ha detto...

Moolto poetica, eh?

Anonimo ha detto...

ce ne sono a migliaia di storie come questa..
hai una grande fantasia...sfruttala per creare una cosa tutta tua...

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