Valensole
Mi ero ripromessa di preparare qualcosa.
Non ci avevo pensato, in un primo momento, non ci avevo creduto. Ero forse convinta che sarebbe arrivato così, l’idea giusta, quel qualcosa e basta. O semplicemente non mi ero accorta che fosse così vicino.
Perduta, del tutto perduta fra i miei pensieri. Sogno d’altro, e dimentico.
Mi fa male? Non so. Questo essere sbadata, ogni ora sempre un tantino di più, ha il sapore dolce di una torta che si costruisce pezzo pezzo, a strati. Oggi cuciniamo la base, domani il primo livello, poi passiamo alla glassa…
Squisitamente dipinta al cioccolato.
Un anno fa vi ho narrato la storia di un guerriero. Da allora, ha combattuto tante battaglie, e mi ha salvato innumerevoli volte dalle fauci di un triste fato.
Non saprei più che dirvi di lui.
E non ho niente. Fra le mani, petali di… di crisantemi, frutto del mio giardinaggio scellerato.
E una tragica brezza di nostalgia che entra dalla finestra, spalancata sul vuoto del domani.
Forse provo a chiudere gli scuri.
«Chiudi gli scuri, Evangeline.»
Forse stavolta lo faccio davvero.
E… e buon compleanno, solo questo. Scusami se non ho potuto essere all’altezza di tutto.
Così nasce il mio primo sonetto… una prova – venuta male. Se qualcuno ne capisce qualcosa di metrica, potreste dirmi se è giusto? Merçi ^^
Forse non arriveremo a sapere
Perché il vento ci sta trascinando
Per lande su ali veloci e leggere
Di campi infiorati va sussurrando.
E che motivo angustioso noi abbiamo
Per rimanere immersi nei ricordi
Se arte si cosparge di cinnamomo,
Nastri scarlatti e sapore di fiordi…
Accompagnami verso altre nazioni,
Fuggiamo! Via da dolori e tormenti.
Alle lavande in sboccio importerà se
Pianteremo anche mandorli e soffioni?
Ci feriremo solo coi frammenti
Di porcellana sul piattino da tè.
I Can Wait Forever, Interludio VII
Fine del primo interludio. Negli ultimi paragrafi si consuma una scena da target arancione.
Edit: è il mio centesimo post. Buon compleanno, caro blog.
Nessuno li ha visti, nessuno ha parlato di loro, non una figura umana che s’interessi di cosa si stia consumando in quella stanza, ove ogni sera vi si sprangano, con il clangore di una serratura che mette a tacere ogni voce. Può un lutto serrare le bocche di qualsiasi individuo? L’arte del silenzio è il frusciare delle ombre. Le tende che s’aprono e si riversano da una finestra discosta: un fruscio.
«Lo soffri, eppure continui ad amare il freddo. Chiudi gli scuri, Evangeline.»
Una veste cala a terra, dopo che i lacci che racchiudevano il tutto – è lo schiudersi di un fiore, il dilagare di ogni emozione – sono stati sciolti da una mano rapita dal fremito dell’incoscienza. Le gonne turchesi prendono le forme di una distesa marina, una polla sull’aldilà che frantuma la monotonia del gelido marmo. Da esso, spunta una sirena dai capelli dipinti di sorbo. Dietro un paravento di fine carta vermiglia, una voce risponde: «Non ancora.»
Non ancora. Aspetta lì, Byron, sdraiato sul letto, lo sguardo triste e pensoso, la camicia sbottonata tanto che basta a far affiorare la pelle del cuore. Questo batte, bussa alle porte del desiderio, mentre lo sguardo rifugge dalle zone buie di un corpo nudo, un mimo perfetto, nascosto. Il sussurro della seta che lo riveste trascina con sé un muto grido, la dolcezza del suo suono è paura, sconcerto, indulgente disperazione. Le mani di lei annodano un fiocco dietro la schiena per stringere la vita in un abbraccio sottile.
Evangeline esce, i piedi nudi che calpestano il pavimento come se stessero galleggiando fra petali di rose, tra le braccia l’impacco maldestro del vestito da giorno, il mare che l’ha partorita. La vestaglia si ferma più su del ginocchio, ed è tenuta in cima da due fettucce rosse così come il tessuto. Si è sbrogliata i capelli, le ricadono sulla schiena in un rivolo di ciocche dalle sfumature ramate.
«Chiudi gli scuri, Evangeline. Prenderai freddo» insiste.
Fa finta di non sentirlo, getta l’abito su una poltrona azzurra e si avvicina al letto. L’alcova ha un soffitto intelaiato a fiori color orchidea e lampone, le cui foglie vanno a creare un manto intricato d’arabesque. Sui colonnati si sparpagliano motivi d’edera e malve intrecciate.
Lei gli poggia un dito sulle labbra quando questi fa per protestare, accostandosi al suo volto. «Voglio farti vedere una cosa.»
S’inginocchia e rimesta con un braccio sotto al baldacchino, alla ricerca di qualcosa. Quando ne riesce, ha in mano la sua valigia da disegno. Le borchie che ne costringono gli angoli sono ammaccate e scurite, il cuoio nero graffiato, caduchi protagonisti di viaggi e mostre, arti e lavori. La apre, e i ganci che ne legavano il contenuto scattano via all’unisono.
Una manciata di fogli si riversa a terra. Tutti i colori con cui dipingeva le anime del mondo, i barattoli in cui intingeva ogni emozione, i pennelli unghiati e sempre pronti a graffiare la tela, sono tutti spariti. Solo pagine, carte, pergamene – ogni tonalità capace d’accogliere tratti di grafite – è ciò che si scaglia sul pavimento come il getto di una fontana: un fruscio. Si nascondono per l’impiantito, piastrelle scalfite di volti e reami lontani, specchi che danno su una realtà distorta dall’effluvio di un incantesimo.
«Ma…» sfugge dalle labbra di Byron, più un suono impercettibile che un reclamo vero. Non lascia le coperte, ma ne infiora di pieghe infervorate la superficie liscia, le sue dita strette ad afferrare il tessuto.
«È tutto a posto» dice la donna. Si china a raccogliere il primo che ha toccato il suolo, lo tiene vicino al petto per non farne vedere il contenuto all’amato, è una bambina che protegge la sua bambola preferita stringendola al seno. Si siede appena sotto il bacino di lui, lasciando che le sue mani l’abbraccino, quindi rivolta il disegno perché lui possa osservarlo.
I colori sono sprazzi intonsi di luce su una scena dominata dal nero. Per una volta Evangeline non si è dedicata alle tenui tinte degli acquarelli, ma ha usato pastelli oliati per generare il fascino di un distacco infelice. Una, due, cinque spighe di lavande dai riflessi vitrei sono poggiate su un pianoforte verticale, e i tasti s’incavano sotto la loro premurosa pressione. La melodia delle terre di Provenza si sparge sugli spartiti appena sbozzati.
«Bianco, nero, bianco, bianco…» sussurra lei.
Il dipinto è ripreso di profilo, e si vede la figura in ombra di un uomo, seduto su uno sgabello di fronte allo strumento. Le braccia sono abbandonate sui fianchi, in un atto di mesta rinuncia, e gli occhi socchiusi paiono fremere allo sfiorare di ricordi distanti nel tempo. Un piede è poggiato sul pedale, quasi a voler spingere quel suono a non smorzarsi, a durare finché anche il destino non ne avrà tracciato una fine sicura.
È tutto buio, è la coltre della morte che si distende e si rivela sullo sfondo sfumato: una tenda bianca, così sottile che si intravede da essa l’infinità di un cielo stellato, e così pieghettata su se stessa, sgualcita, che le sue crespe formano un altro volto, femmineo, contrapposto a quello del giovane.
Il viso etereo si protende verso di lui, le labbra schiuse in un bacio consolatorio. E si sa, ora, che la macchia biancastra che rischiara parte della guancia del ragazzo è in verità una mano di fumo, una carezza proveniente dalle distese di un territorio sconosciuto. Vaucluse, non sei mai stata rifugio più bello.
«Non l’avevo finito. Non volevo mostrartelo prima, ma ora… ora era il momento giusto.»
«Sono io» constata Byron. Oramai il foglio giace fra le sue dita, gliel’ha strappato per perdersi fra i ricami della sua vita, coinvolta in una bozza piccola, inferma, delicata come la sua esistenza ora riposa appesa a un filo. E la lascia, inutile pergamena – che scivolasse pure in terra fra le sue compagne di carta. Si dimentica, nella notte, ciò che affolla le vie del tormento.
Prende Evangeline fra le braccia e la porta a stendersi su di sé. I primi baci si consumano nella disastrosa quiete di un segreto sussurrato troppo forte, nella bramosia di cadere vittime dell’ardore. Il gelo che proviene dalla finestra aperta è divenuto brezza piacevole, aria fresca da concedersi in respiri affannosi.
Byron fa scivolare le labbra sul collo della donna, percorrendone la pelle con la leggiadria di un accordo, e brividi di piacere scuotono il corpo di lei. La spallina le ricade sul braccio, mentre la bocca dell’uomo si muove lungo la spalla e scende, cauta, a liberarla da ogni pudore. Il giovane accoglie il suo seno turgido, pervaso da un profumo più caldo e tenero, che si scontra con la sua lingua ansiosa.
Più in basso, le mani di lui raccolgono la vestaglia in spire che sono il cristallizzarsi del volo di una farfalla, onde marine permeate da un sapore vermiglio, e in una carezza che sfiora i fianchi di lei porta il tessuto a cedere dalla carne.
Dita d’artista slacciano gli ultimi bottoni della stropicciata camicia di Byron, sfilano i calzoni di velluto marrone; a far compagnia ai sogni di lei dispersi al suolo, si aggiungono le vesti portate via con insofferenza. Un fruscio, e non è più silenzio.
«Ti prego, scappiamo incontro alle lavande in sboccio» lo implora lei.
E si chiude così, come se nulla fosse mai accaduto, un velo che si stende sulla fulgida superficie del mare… un bacio di luna per gli immigrati del cielo.
I Can Wait Forever, Interludio V
Dico solo questo: ci stiamo avvicinando a una svolta.
07/03/1823 – Interludio
Londra, Casa Hinchinghooke.
Il suono delle posate d’argento è lo straziante requiem dei cuori soli. Poche parole, solo quelle più necessarie, l’imbarazzo dell’infanzia perduta e delle memorie comuni: non v’è alone di consolazione, solo triste e immutata condivisione del dolore.
La composizione di frutta, nel vassoio al centro, pare attendere l’artista che ne dipingerà i tratti, con cauta lentezza e studio d’ombre. Giorno dopo giorno, aspettando l’ora del primo mattino, resterà lì a impolverarsi e a rinsecchirsi, finché di essa non rimarrà che un’immagine senza sapore.
I piatti sono pieni di ricordi, vuoti di cibo. I ghirigori attorno ai bordi, sapientemente dipinti da mani esperte, giacciono nella loro tenue tonalità salmone, e si tengono forza, filamento per filamento, lì a sospendersi in un cerchio nel bianco della porcellana.
Una domestica interrompe la quiete, portando un cesto di pane appena sfornato, caldo, poi tiepido, poi abbandonato a raffreddarsi intonso. È entrata da una porticina in legno, secondaria, con un intaglio in vetro nella parte alta che tuttora è appannato dai fumi della cucina. Quando rientra, l’uscio si richiude facendo vibrare l’argenteria accuratamente lucidata negli armadi a vista, con uno scampanellio che si riversa fra i vetri delle ante e dei ripiani.
«Quali sono i vostri programmi per la giornata?» Chiede Evangeline. Ha un segno sotto l’occhio sinistro, come una piega lasciata dal segno di un cuscino – un sogno interrotto, e le palpebre appena schiuse di chi è desto ma assonnato. Offre un sorriso prudente ai tre uomini che siedono alla tavola rettangolare.
Il più giovane, che le siede di fronte, prende un tovagliolo e se lo tampona sulle labbra. «Io e Delbert saremo fuori fino a stasera» dice, indifferente, quindi si passa le dita fra i capelli biondo cenere raccolti in un codino.
L’altro, seduto alla sua destra, annuisce con fare intento. Si dondola sui piedi della sedia, portando lo schienale in un’angolazione impossibile. Le labbra rosee come quelle di una fanciulla hanno una piega orgogliosa, carica di una dignità affetta dal risentimento. A ritmo del suo dondolio, le tende rosa pesco piegano in numerosi sbuffi da una delle vetrate, confondendosi al raso bianco dei veli più sottili e irrompendo nella sala da pranzo. Una finestrella è stata lasciata aperta per rinfrescare l’ambiente.
«Eva, che ne direste di prendere una boccata d’aria? La colazione è terminata, non c’è bisogno che ci tratteniamo più del dovuto. Sono certo che anche i miei fratelli abbiano le loro incombenze da svolgere» propone Byron e le prende una mano da sotto il tavolo, sgusciando fra i riccioli merlettati della tovaglia chiara, raggiungendola in uno spasimo d’amore.
Lei arrossisce, accorgendosi della sua impudenza, e con un cenno del capo che s’avvicina a un inchino si accommiata dai due: «Vi auguro di trascorrere una bella giornata.» Il suo sguardo si sofferma un istante in più su Delbert, che però non risponde, scuote soltanto la testa, lasciando che i ricci castani gli coprano parte del volto.
Mentre si allontanano, il parquet ricoperto dal tabriz persiano attutisce il ticchettio delle suole, il cui ritmo si uniforma a un solitario pendolo nell’angolo. Tic-tac, tic-tac, è anche il rumore dei telai che tessono fitti orditi nelle terre d’oriente.
Byron la trascina in giardino, attraverso una vetrata scorrevole che vi s’immette direttamente dalla stanza. Una ventata fresca li investe al primo impatto e la giovane rabbrividisce.
«Volete che rientri per prendervi una cappa?»
«No, Byron, non ce n’è bisogno. Sto bene così.»
Il prato fruscia sotto i loro passi sommessi, l’erba che si piega in dolci onde e che si rialza, carezzando le caviglie con un bisbiglio inudibile. Nel vialetto di pietre, fra un masso levigato e l’altro, sono cresciuti sparuti mucchi erbacei, da cui spuntano boccioli di timide primule. Il fiore giustifica i mazzi.
Il sentiero conduce, con una lieve salita, a un ponte in legno, con dei sostentamenti di ferro leggermente arrugginito ai bordi. Sotto la passerella gorgoglia un rivolo d’acqua pura, che si colora dei riflessi verdini della natura appena inselvatichita che lo circonda.
«Vi è sempre piaciuto, questo posto. Nelle primavere, bevevate l’acqua a lunghe sorsate, senza preoccuparvi delle macchie d’erba che vi sporcavano il vestito. Vi inginocchiavate lì, fra le libellule, pronta a spiccare il volo.» Indica una conca sabbiosa che immette gradatamente al rio, ampio in quel tratto non più di un paio di braccia. Per tutto il tempo non le ha mai lasciato la mano, e ora che sono saliti sul ponticello, il legno geme contrito ad ogni spostamento di peso.
«E tu mi trascinavi lontano, perché temevi che sarei potuta scivolare in acqua, nonostante il torrente sia poco profondo. Mi portavi sul ponte…»
«Vi bloccavo il corpo contro la balaustra che in estate gettava foglie di rampicanti a sfiorare le rive sotto di loro.»
«Come stai facendo ora.»
«E vi…» Una mano lo blocca, fermandosi sulle labbra di lui. Un paio d’occhi azzurri, intimoriti, bagnati di lacrime sospese sull’orlo dell’abbandono, si fissano in quelli dell’uomo. È una preghiera muta che induce al silenzio.
È il sussurro: «Smettila di darmi del voi. Ti prego, Byron, non posso sopportare più questo tuo lasciarmi indietro, lontana da te.»
Lui ride, poco più che un andirivieni, un tintinnio di felicità cosparso nell’aria. La condensa che spira dalla sua bocca, ora aperta, strascica fumi che velano vascelli d’intimità, vascelli di carta, con le ali ripiegate lungo le fiancate.
«E ti dicevo che eravamo solo un sussurro. Un sussurro nel vento, e che presto saremmo volati via con esso, danzando su quei piani impalpabili di una passione che ci allenta e poi restringe i nostri corpi in un tango che è veleno d’amore, scorre nelle mie mani intrecciate alla tua schiena e…»
E s’infiorano ali d’argento che trasudano disperazioni imperlate dal vuoto che li separa. Un respiro, due, è un sospiro che si trasforma in ordine e muta in piacere.
«E voleremo più giù, più su, più in fondo. Ove non si fa ritorno.»
I Can Wait Forever, Interludio III
Lo so che conoscere la storia a spezzoni, saltando da un blog all’altro, è un po’ scomodo. Vi chiedo solo d’avere pazienza. Procediamo veloci, e in ogni caso potete sempre ricorrere alla pagina creata apposta per fare meno confusione possibile ;)
«Scacco matto.»
«Oh, perdessi meno spesso» sospira Evangeline.
«T’amerei di meno?» Il ragazzo fa per rimettere a posto le pedine, un giocatore accorto, che carezza ogni pezzo levigato con la stessa cura di una sarta che ammira la sua ultima creazione. Un sorriso mesto spunta appena dal suo volto, quindi prende un respiro e continua: «A dodici anni m’innamorai per la prima volta. Una ragazza di strada, capelli rossi, l’accento di Nantes. Una figlia di Satana.»
«Un po’ azzardato, per un bambino.» Lo aiuta nel richiudere la scacchiera in cristallo, dopo che l’esercito è ritornato silenzioso nelle sue bare, custodite da quella lastra lucida, troppo pulita per portarsi dietro così tante vite mangiate. Il re nero giace accanto alla sua regina, ma non si tengono per mano: muto è il ringraziamento verso quella figura femminea che, di nuovo, lo aveva salvato.
«Non ero immaturo» dice, quasi stesse cercando una scusa per il suo comportamento, quindi si alza dalla poltrona rivestita di velluto rosso. Il salone è pervaso dalla solitudine, solo il fuoco nel camino crepita stanco le sue lamentele. Pochi sono i riverberi di luce, qualche candela poggiata su un candelabro dorato, sparse per l’ampia stanza con la casualità di un cameriere distratto.
Tutto giace nell’immobile penombra di una scena da consumarsi al buio.
«Non lo sei mai stato, vero? Non hai età, non hai mai avuto anno in cui annotare un cambiamento nel tuo spirito.» Evangeline resta seduta, e osserva l’uomo percorrere il tavolino rotondo di legno, lentamente, un passo per volta, accompagnando il tutto con una mano che soprappensiero ne ripercorre il bordo incavato. Un dito che segue il percorso del destino, lasciandosi trasportare, senza rivolte.
«Ho cristallizzato la mia vita nel momento in cui mio padre è morto. L’ho visto cadere come un bicchiere di vetro. L’ubriaco tira un po’ la tovaglia, e il calice s’infrange al suolo. Sparge un veleno d’imbrogli.» Lo sguardo, invisibile, coperto da ombre fragili e impalpabili come nebbia, è privato anche del suo consueto chiarore. Il ricordo si disperde, è il liquido che macchia il tappeto una volta che il bicchiere ha completato la sua caduta. « Lei, la rossa… quella bambinetta dei miei sogni, colpa sua» e l’incertezza si diverte a colpire la sua voce in balbuzie stolida. «Mia madre mi aveva… avvisato, e così aveva fatto con lui. Chi ha i capelli di fuoco è solo un bugiardo partorito dall’inferno.» Una pausa: la voce roca sfuma nel soffio di una vita devastata. «Io ho aperto le porte dell’oltretomba, portandola in casa. Era un angelo sperduto fra la polvere di Vaucluse, ma poi s’è rivelato demone dell’anima mia.»
«Continua, per favore.»
«Fuggimmo, incontro alle lavande in sboccio. Vaucluse non è mai stata rifugio più casto: eravamo aliti dispersi nel vento, non eravamo nulla, eravamo la proiezione di un passato cancellato male. Io e la rossa, che ci confondevamo fra i fiori, amandoci fino allo scandalo, fino al disastro, il sangue che riverse la mia vita. Colpa sua, maledetta!» È arrivato alle spalle della donna, ma non la tocca. Osserva la dolce linea della sua nuca piegata in basso, i capelli castani raccolti in uno chignon semplice, gli occhi socchiusi in un ascolto assorto. Osserva le sue bugie, i suoi segreti taciuti, scivolare a terra e liberarsi della loro coltre di gelo.
«Lei… è ancora viva?» chiede.
«Oh, Eva, non sai che il demonio non muore?»
I Can Wait Forever, Interludio II
La porta è socchiusa. Non cigola, non produce rumore, quando una mano la spinge per entrare nella stanza. La figura viene investita dai raggi brucianti di un ultimo sole, che alla fine del suo percorso riesce a infuocare l’ambiente, intrufolando tiepidi serpenti di rubino da ogni interstizio.
Un odore di vernici la investe. Casa. Casa è dove c’è lui: dove ogni filo dei suoi capelli di grano si trascina il sapore dell’estate, dove la vita si consuma nei baci riversi sulla sua pelle luminosa.
Sta dipingendo. La sua mano, decisa nell’impugnare una penna, ora è insicura sulla tela e pare giocare con i peli del pennello che tratteggiano delicati il suo dolore.
Gli si avvicina, nonostante vorrebbe in cuor suo restare un’eternità a rimirarlo nell’ombra, sentendolo ignaro della sua presenza. Lascia scorrere le dita sul suo braccio – il primo tocco è un tuono che percuote le membra –, la camicia bianca arrotolata fino al gomito, quindi gliele avvolge attorno al polso con cui acquerella il quadro. Lo guida in alcune rifiniture, qualche istante per assaporare in pace il suo profumo di fiori di pesco, e cannella, e legno di sandalo. Un’armonia di sensi che le inebria la mente.
Ferma il tratto, ed entrambi tremano, hanno sempre tremato, delle foglie nate sullo stesso ramo di betulla e pronte a cadere sulle sponde del fiume. In silenzio. I loro sguardi non si cercano perché non ancora pronti a incontrarsi, rifuggono adocchiando il nulla.
È seduto su uno sgabello senza spalliera, e lei sente la sua schiena che le sfiora il grembo. Stavolta non è il corpetto azzurro troppo stretto a levarle il respiro, è una presa diversa a scuoterle l’animo. Quasi non si accorge di essersi chinata appena, per lasciar scivolare le labbra sul suo collo liscio, le spighe di grano della sua chioma che la sfiorano e le solleticano il viso, come una carezza data in un campo pronto al raccolto.
«Byron, mio Byron». È un sussurro che infrange ogni specchio.
Lettori fissi
Etichette
La mia Libreria
- Cronache del Mondo Emerso
- Le Guerre del Mondo Emerso
- Leggende del Mondo Emerso
- Le Creature del Mondo Emerso
- Guerre del Mondo Emerso - Guerrieri e Creature
- Wojny Świata Wynurzonego - Sekta Zabójców
- I Regni di Nashira
- Favole degli Dei
- High Voltage Tattoo
- The Tattoo Chronicles
- Encyclopedia Gothica
- White: A Decade
- Arlene's Heart
- Favole
- Misty Circus
- Graceling
- Fire
- Fallen
- Torment
- Passion
- Rapture
- Fallen in Love
- Il Bacio dell'Angelo Caduto
- My Land
- La Sedicesima Luna
- La Diciassettesima Luna
- La Corsa delle Onde
- I Lupi di Mercy Falls
- La Saga del Lupo
- Esbat
- La Profezia delle Inseparabili
- Black Friars
- Il Sangue di Faun
- Gli Eroi del Crepuscolo
- La Strada che Scende nell'Ombra
- La Leggenda di Earthsea
- La trilogia di Sevenwaters
- Il Ciclo dell'Eredità
- Harry Potter
- Queste Oscure Materie
- Alice nel Paese della Vaporità
- Il Signore degli Anelli
- Il Silenzio di Lenth
- Il Risveglio delle Tenebre
- La Guerra Degli Elfi
- Artemis Fowl
- I Guardiani della Notte
- La Scacchiera Nera
- L'Ombra Del Guerriero
- Il Ciclo di Shannara
- Cronache del Ghiaccio e del Fuoco
- La Leggenda di Otori
- Le Cronache di Spiderwick
- Le Cronache di Narnia
- Reckless, lo specchio dei mondi
- Septimus Heap
- L'Alchimia di Nina
- La Bambina della Sesta Luna
- La trilogia di Geno
- Morga, la Maga del Vento
- La Ragazza Drago
- Tiffany e i Piccoli Uomini Liberi
- Un Cappello Pieno di Stelle
- Il prodigioso Maurice e i suoi geniali roditori
- Il Libro del Drago
- Fairy Oak
- I Misteri di Fairy Oak
- Arthur e il popolo dei Minimei
- Coraline
- Il Figlio del Cimitero
- Stardust
- Timeline
- La Fine del Mondo e il Paese delle Meraviglie
- 1Q84
- La Ragazza Fantasma
- Io & Dewey
- Io & Marley
- Luisito, una storia d'amore
- L'Arte di Correre Sotto la Pioggia
- L'anno della lepre
- Chocolat
- Le Scarpe Rosse
- Cinque Quarti d'Arancia
- Vino, Patate e Mele Rosse
- La Scuola dei Desideri
- Le Parole Segrete
- Il Seme Del Male
- Il Ragazzo Con Gli Occhi Blu
- Profumi, Giochi e Cuori Infranti
- La Lettrice Bugiarda
- La Ragazza Che Rubava Le Stelle
- La Casa dei Mai Nati
- La Biblioteca dei Morti
- Il Colore del Sole
- L'Ombra del Vento
- Il Gioco dell'Angelo
- Marina
- Le Luci di Settembre
- Il Palazzo della Mezzanotte
- Il Prigioniero del Cielo
- Crypto
- Angeli e Demoni
- Il Codice Da Vinci
- Il Simbolo Perduto
- Snow Flower And The Secret Fan
- Memorie di una Geisha
- Sašenka
- Ai Piani Bassi
- La Bambinaia Francese
- Mille Splendidi Soli
- Il Cacciatore di Aquiloni
- Beautiful Malice
- Le ho mai raccontato del vento del Nord
- La Settima Onda
- Per Non Dirle Addio
- Ricordati di Guardare la Luna
- Quando Ho Aperto gli Occhi
- A Voce Alta - The Reader
- Pastorale Americana
- Miles Gloriosus
- Aulularia
- Eunuchus
- Phormio
- La Favola di Eros e Psiche
- Saffo - Poesie
- Decameron
- Elogio della Follia
- La Locandiera
- L'Ingannatore di Siviglia
- La Vita è Sogno
- Shakespeare - Tutto il Teatro
- Don Chisciotte della Mancia
- Lettere a un giovane poeta
- Il Piacere
- Il Fuoco
- Le Vergini delle Rocce
- L'Innocente
- La Lettera Scarlatta
- Le Affinità Elettive
- Madame Bovary
- Educazione Sentimentale
- La Vergine e lo Zingaro
- Moll Flanders
- Sherlock Holmes
- Il Ritratto di Dorian Gray
- Notre-Dame de Paris
- Il Conte di Montecristo
- I Tre Moschettieri
- Ragione e Sentimento
- David Copperfield
- Il Giovane Holden
- 1984
- Dracula
- Carmilla
- M. R. James - Tutti i racconti di fantasmi
- Lovecraft - La tomba e altri racconti dell'incubo
- Poe - Il Corvo e tutte le poesie
- Magick

