Il Riflesso del Lago
Mia sorella: perchè non scrivi una favola? Come Andersen o i fratelli Grimm???Io: cosa? Ma è roba per bambini.
Mia sorella: ti pregooo...!
Io: vabbè poi vedo...
Ieri sera le ho mostrato la bozza della favola, le è piaciuta tantissimo... solo che mi ha fatto cambiare il finale: voleva il lieto fine :)
L’uomo passava sere intere ad ammirare la principessa che si specchiava nelle acque del lago che delimitava il castello, affacciata dalla minuta finestra della sua stanza. Ogni sera, mentre spazzava l’atrio antistante la scuderia, volgeva gli occhi all’apertura sulla torre più alta, aspettando che la sua bella facesse la sua comparsa. I boccoli dorati della principessa rilucevano dello stesso splendore della luna, e come sua figlia il suo riflesso compariva accanto alla romantica falce nelle scure acque del lago.
Lo scudiero era a conoscenza dei capricci della ragazza, del suo umore mutevole, e, appoggiato all’asta di legno del rastrello, rimuginava su come poterla conquistare. Solo la perfezione meritava una donna così eterea, solo una rosa senza spine poteva sfiorarle il volto… e fu di quest’ultima che partì alla ricerca lo scudiero disperato. Chiese al giardiniere del re il permesso di visitare i vasti roseti del castello, e di indicargli le piante più belle e perfette. Fra esse, un pomeriggio di tarda primavera, scorse un piccolo bocciolo che si affacciava timido fra i rovi: coperto dalle sue sorelle già sbocciate e quasi sfiorite, appariva giovane e indifeso. I fiori più belli sono quelli che impiegano più tempo a fiorire, e così quel bocciolo si era preso una primavera intera per crescere sull’unico stelo privo di spine dell’intero giardino. Del rosso di un tramonto estivo, chiedeva, ambiva, ad essere colto solo per la donna più incantevole. Lo scudiero prese le forbici che gli tendeva il giardiniere del re, e recise quello stelo sottile con la massima cura. I rovi gli avevano provocato numerosi graffi sulle mani e sulle braccia, ma il sacrificio era nullo per un dono simile.
Quella sera, quando la principessa si affacciò alla finestra, sul davanzale c’era qualcosa ad attenderla. Una rosa, bellissima e senza spine, con i petali più morbidi e delicati della pelle di un neonato o della seta più fine. La principessa la prese fra le mani, ne carezzò le forme, per poi lasciarla cadere con un sorriso triste nel lago sottostante. Non una rosa poteva conquistare la più bella.
Lo scudiero si sentì il cuore trafitto da quel sorriso, ma non desistette. Una rosa prima o poi muore, la mia amata ha bisogno di qualcosa che duri in eterno, pensava fra sé.
La mattina dopo andò a far visita alla sarta di corte, colei che tesseva gli abiti migliori della contea e, se possibile, con le sue creazioni rendeva la principessa ancora più bella. Le chiese un abito color della sera, in cui si sarebbero specchiati tutti i giochi di luce del lago leggermente increspato nelle notti di luna piena. La sarta accettò quel difficile compito, perché era una donna buona di cuore che soleva aiutare gli innamorati. Quando l’abito fu pronto, fu lei stessa a portarlo nella stanza della principessa, come dono da parte di un ammiratore. La ragazza guardò l’abito, ne saggiò la fattura. Non ne aveva mai visti di migliori, e il tessuto le scorreva fra le dita come acqua di ruscello, liscio e fresco al tatto. A ogni movimento, la stoffa blu notte mandava bagliori argentati e riluceva di luce riflessa. Ma la principessa, sola nella sua stanza, non indossò l’abito, ma si affacciò alla finestra e lo fece scivolare con un sorriso triste fra le acque del lago, dove si confuse fra le profondità marine. Non un abito poteva conquistare la più bella.
Lo scudiero si sentì il cuore trafitto da quel sorriso, ma non desistette. Cosa poteva rendere felice la sua amata? Cosa poteva, quindi, renderla gentile e più propensa nei suoi confronti? Se la bellezza altrui non riusciva a scalfire il suo animo, allora sarà lei stessa ad appagarla, pensava fra sé.
Il giorno successivo, lo scudiero scese giù al villaggio, e si recò dall’artigiano più rinomato del paese. Egli costruiva oggetti dal dubbio uso e dall’incontestabile magnificenza. Fra essi, scorse uno specchio che rifletteva in ogni particolare l’ambiente circostante. Era piccolo e dotato di un manico sottile e intarsiato da filamenti d’oro. Lo comprò e lo portò al castello.
Quella sera, un altro dono attendeva la principessa. Si era ormai fatto inverno, e una folta pelliccia ricopriva le sue spalle quando si affacciò alla finestra. Sul davanzale c’era lo specchio. Lo prese, si specchiò, e una dolce lacrima amara le scese sulla guancia, seguita poi da molte altre. Gettò anche il terzo dono nel lago, che lo inghiottì sordo appena l’oggetto sfiorò la sua superficie. La donna chiuse i battenti della finestra e tirò la tenda, per nascondere a occhi indiscreti il suo pianto. Non lei stessa, non lei stessa era capace di conquistare la più bella.
Lo scudiero si sentì triste, partecipe di quel dolore oscuro, e ogni sua fatica sparì alla vista della sua bella in lacrime. Possibile che il suo gesto d’amore le avesse ricordato tristi giorni passati? Possibile che fosse egli stesso creatore di quella disperazione?
Nei giorni a seguire la principessa non tornò più alla finestra. Ogni sera lo scudiero l’attendeva, e ogni sera attendeva invano.
Ma una notte una figura incappucciata prese parte all’immutabile paesaggio del lago: l’acqua, la luna e lo scudiero furono interrotti dal loro malinconico e muto scambio di sguardi. La principessa si era riaffacciata, era tornata a far parte del quadro. Gocce trasparenti le rigavano il volto, quando con un balzo leggero si buttò nell’acqua del lago. Il suo volo fu lento come la discesa di un cigno, e l’impatto del suo corpo non fece alcun suono. Nel timido freddo invernale si era formata una sottile lastra di ghiaccio, che dalle rive si propagava in tutto il lago come le venature delle foglie di quercia, per poi perdersi nelle gelide profondità lacustri, dove il corpo della principessa affondava lento e bianco come un lenzuolo, inghiottito dalla voracità del lago. Il suoi occhi erano aperti, ma sereni nell’ultimo addio, le labbra aperte in un sorriso triste. Neanche l’uomo che aveva assistito alla scena proferì verbo, ma corse verso la riva per gettarsi anche lui dietro la sua amata. Quando riemerse, stringeva un corpo inerte fra le braccia. Posò la principessa sull’erba verde e umida del prato, e nella notte pianse e gridò il suo dolore, di amante disperato, di amante mai amato.
Se c’era una cosa che lo scudiero non aveva compreso, era che la stessa bellezza a volte è fautrice del male: la principessa odiava la sua perfezione in quanto tale, perché era una donna saggia che cercava all’interno i doni del fato. Quando lo scudiero gli regalò la rosa, ne ebbe la prima conferma. Quando ricevette l’abito, ebbe la seconda conferma. Lo specchio fu ciò che la fece sentire peggio. Nella sua vita non aveva mai voluto superfici riflettenti nella sua stanza, per paura di vedere un corpo che non voleva come suo. La notte si specchiava nel lago perché l’acqua increspata deformava le sue fattezze, e al contempo rifletteva il suo animo vero: frutto di un incantesimo di una fata del bosco, regalo per il suo decimo compleanno, era l’unica cosa che le rimaneva di caro al mondo. Nella solitudine dei giorni che seguirono, trovò pace: decise di liberarsi della sua bellezza, perché solo così, per lei, ci sarebbe stata consolazione, e la sua anima avrebbe vagato finalmente libera da quel sgradito fardello. Dietro alla sua morte, però, c’era un dispiacere: le portava tristezza non poter più vedere quel giovane uomo che, ogni sera, per anni, l’aveva ammirata dalle sponde del lago…
Fu questo ciò che raccontò la principessa allo scudiero, quella sera stessa, davanti al piacevole calore di un camino acceso. L’amore aveva battuto ancora una volta il mistero della morte, riportando indietro la principessa per darle la possibilità di ricongiungersi al suo amato.
Il Sogno
Il più bello fra tutti gli anime... la ragazza del sogno era tale e quale a lei... quanto vorrei rivederlo!Corri. So che ce la puoi fare. Scappa; fuggi dall’illusione funesta. Chi sei tu, per stringere quella donna? Ha numeri e scritte sulle braccia, sul volto, grida. Urla disperata mentre soffoca nel dolore. Chi sei tu, per uccidere quella donna? I suoi ricci sono umidi di sudore gelido. E lei, l’altra, che viene qui per seguire lettere e messaggi scritti. Scappa! Scappa, ho detto. L’aggressore guarda il suo fisico da bambina, corri, dico, corri. E lei, l’altra, che prima si era infiltrata nella minuta fessura del cancello di polvere, muove le gambe, svelta, salta i muri di cenere, non si volta.
La sua casa è lì –come fa ad essere già arrivata?– e lei, l’altra, sa che c’è anche il suo aggressore. Nel caos, afferra il piccolo, micio, batuffolo grigio e su nel balcone, mentre l’inseguimento continua, imperterrito e stravolgente, nel caos. Un filo, tanti, per il bucato, e al lato opposto voci che la fanno proseguire. Scivola, bambina, raggiungi l’isola della speranza. Nel balcone di fronte, e di nuovo la scena cambia.
Scrive su un tetto obliquo, al suo amore da sombrero. Lui poi viene, dopo pochi giorni, ed è festa giù in villaggio. Sposati, bambina, sfuggita alla tentazione, lì nel luogo del chiaro di luna. Sposati e ama, bambina, tu che ora sei donna, e amante, e nient’altro.
Nel frattempo
Il bellissimo mare dove Matìas ha navigato un catamarano (quei puntini bianchi sono catamarani) e il promontorio è la visuale che cerca ogni volta che deve affrontare il mal di mare; si scorge anche parte del villaggio arroccato in cima.

La 'polla d'acqua' descritta nel primissimo spezzone, alias la piscina. Sul lato destro l'accesso alle camere, dove crescono le prime rampicanti di Bougainville, mentre sulla sinistra le macchie rosse sono dei fiori di grandi dimensioni che ricorreranno spesso nel racconto... Verso il centro, all'immediata destra dell'uomo presente nella foto, c'è il sole di ceramica che sovrasta la fontana.

Una visuale d'insieme
L'ho chiamata 'città bianca' perchè la maggior parte degli edifici sono intonacati di un bianco abbacinante (anche se dalle foto non so se ho reso bene l'idea), che rende l'ambiente paradisiaco, invece del solito giallino/giallo ocra che spesso utilizzano nelle locarità costiere.
Per ulteriori foto o informazioni, cliccate sul link, vi porterà nel sito ufficiale del villaggio, andate sulla photogallery e vedrete che posto meraviglioso... forse sto facendo una pubblicità troppo esplicita a Valtur... ma se è amore, è amore... a prima vista
Disperati tentativi...
1 - La città bianca
Sono circa due mesi che lavoro sulla trama di un possibile libro; un progetto realizzabile, a mio parere. Qui ho il primo capitolo, in una sua prima bozza ancora non corretta definitivamente. Il titolo della storia forse è la prima cosa che mi è venuta in mente, ma che per adesso non svelo, anche se ho inserito un aiuto nel post :)Qui più che negli altri scritti ho bisogno di un vostro consiglio, e di sapere ciò che pensate, che siano commenti positivi o negativi. I secondi, forse, sono proprio quelli più necessari.
"Sono un poeta. Un poeta maledetto. Un poeta che parla di luoghi che non ha mai visto, di amori che non ha mai vissuto, di mari che non ha mai solcato. Un poeta che vive la sua vita girando come un menestrello, ma che non sa suonare strumento se non le flebili corde del cuore. Sono un poeta. Un poeta con il mal di mare. Sono un poeta. Un poeta maledetto."
1 – La città bianca
Il sole acceca nella sua calda e torrida luce da tardo pomeriggio. Si riflette stanco sull’acqua, che ora è colorata da sprazzi dorati come una parete bizantina appena affrescata. L’aria è afosa, pesante, i capelli si attaccano umidi al viso, e l’unica possibile sembra bagnarsi; mera consolazione o appagamento passeggero? La frescura dell’ombra è effimera, mentre la fontana prosegue nel suo instancabile getto, simile a una cascata a gradinate. Sopra, un sole di ceramica su uno sfondo verde pastello, sorride sornione e osserva tranquillo. Si sente odore di mare, misto a cloro e fiori. Dall’alto delle colline ricche di vegetazione mediterranea, un paese si affaccia, arroccato in cima, e ogni casa sembra sospesa sull’orlo del mondo, retta dalle radici dei suoi alberi e da piastre di vetro invisibili. Sotto la luce pomeridiana, tutti gli edifici assumono la stessa colorazione: un arancio spento che sfuma nel giallo dei limoni, rischiarato dall’oro della natura, malinconico e acceso, mutevole.
Mi dirigo a passi strascicati e lenti verso l’intrico di edifici alle spalle della polla d’acqua. Sotto le arcate coperte di folte Bougainville si aprono due strette scalinate in pietra, poi corridoi bassi e angusti conducono a fantastici labirinti su più piani, da cui si affacciano anonimi porticati e finestre dipinte di un verde scuro. Qui, stanno le entrate delle case del luogo. Le porte sono simpatici anfratti azzurri traforati nel basso, e si nascondono perfettamente fra i vari vicoli delle abitazioni. Palazzi che in fondo sono tutti collegati fra loro: che si tratti di un arco, un’angusta galleria o semplici rampicanti, poi, è poca cosa. Nonostante l’ambiente possa apparire alquanto soffocante, il tutto viene facilmente mitigato dalle pareti rustiche bianco ghiaccio che ti accompagnano in ogni angolo; il loro colore abbacinante propaga i raggi del sole. L’impiantito varia dal rosso della terracotta al grigio delle pietre, mentre la flora si insinua ovunque senza mai dare l’impressione di trovarti in un luogo selvaggio o simile a una giungla, mantenendo il suo mite ordine come una giardiniera indipendente. Le piante sono per lo più rampicanti di varie specie, gerani; alte palme e magnolie per i giardini di forma quadrata che ricordano vagamente i cortili interni dei monasteri; pini secolari e cespugli indefiniti nella pineta che circonda la piccola città.
Salgo una gradinata stretta, sedici scalini che mi portano su un terrazzino affacciato alla zona alberata, preceduto da due porte. Fra i fitti aghi di pino si scorge il blu del mare, una distesa d’acqua cristallina leggermente increspata; tra i possenti tronchi nodosi si snoda un sentiero che degrada più o meno dolcemente verso la spiaggia. Prendo una boccata d’aria e tiro fuori la chiave della mia stanza. Ambiente 413. Apro così l’entrata sulla destra, lasciandomi avvolgere dalla folata fresca che mi accoglie. La camera è piccola, ma ben arredata sui toni dell’azzurro e del verde acqua. E, come se non bastasse, un lucernario blu a muro si apre di fronte al letto appena fatto, lasciando entrare una flebile luce che da l’impressione di trovarsi in un acquario. Mi sdraio con le mani poggiate dietro la nuca, e comincio a pensare …
È un’emozione che dura nel tempo. Adoravo quel posto. Ah, come lo adoravo. La cosa forse più stupefacente era il dolce silenzio che regnava in ogni luogo, lì, e che rendeva il rumore soave delle onde del mare una presenza costante e amica.
Ricordo che l’incantevole città bianca fu l’inizio del mio viaggio spirituale, e ancora adesso mi viene da pensare che forse non avrei potuto desiderare un inizio migliore. Vi vissi pochi giorni, fra la magia di quel posto sperduto; ma non ebbi il tempo di ammirarlo come avrei dovuto, perché una visione ancor più angelica mi sorprese. Mentre vagavo spensierato fra i suoi vicoletti, in una mattina assolata, mi imbattei in una donna. Mi stregò dal primo momento che la vidi …
È solo un attimo. Fugace. Sto per svoltare sulla destra e inoltrarmi nella pineta, quando, dall’arcata che si affaccia sul mare, vedo una donna. Ha i capelli corvini e mossi, lunghi fin sotto le spalle. Degli occhi leggermente a mandorla, con delle ciglia lunghe e marcate, mi guardano profondi. Sono azzurro cielo, distesi in una serenità unica, che il solo rispondere al suo sguardo mi provoca brividi freschi e una beatitudine incommensurabile. Indossa una veste semplice,bianca, con un nastro azzurro stretto in vita; le arriva fino alle caviglie, e segue ogni suo movimento in ampie volute. Ha un grande fiore rosso fra i capelli, che sfuma nel nero al centro, dove si affacciano lunghi pistilli gialli. Lei allora continua a camminare, indifferente, ma so che il suo sorriso è rivolto solo a me. Quando il mio sguardo la perde, non mi sfiora nemmeno l’idea di seguirla. Sono folgorato, ma non me ne stupisco. Non mi chiedo chi è, che ci fa qui, perché non l’ho notata prima. Sono certo che la rivedrò presto. Rimango così, appoggiato alla parete, ad osservare quell’arco dove è passata pochi secondi prima, e dove ora luccica il brillante blu del mare.
I giorni successivi li passai osservando la gente del posto. Mi colpirono la sua eleganza e timida compostezza, il silenzio che faceva da padrone alla tranquillità mista a sparuti casi d’ignoranza. I pochi bambini avevano sguardi consapevoli e compiaciuti, i giochi infantili non superavano mai la soglia delle parole, lasciando indenne l’atmosfera ovattata. Un paradiso non troppo dimenticato, ma privilegio di pochi.
Nella comunità spiccavano come fiori del deserto i giovani che si occupavano della manutenzione del sorriso comune, clown improvvisati che ti donavano la felicità e il piacere di una conversazione come i piccoli rom che ti offrono rose agli angoli delle strade, senza pretendere molto in cambio. Fra essi, conobbi un uomo la cui età sfiorava la trentina, dai tratti forti e le braccia vigorose, ma sempre con una traccia di fanciullezza nel viso.
Stavo camminando sulla riva della spiaggia di ciottoli, quando lo vidi trafficare con delle funi. Non era la prima volta che lo incontravo, ma non mi ci ero mai avvicinato più di tanto. Rimasi a fissarlo, curioso di sapere l’esito del suo strano esperimento. Poco dopo compresi che cercava di arenare un catamarano abbastanza dimesso, ma comunque ancora funzionale. L’operazione durò pochi minuti, e prima che me ne accorgessi lui mi si avvicinò, asciugandosi il sudore dalla fronte con un asciugamano arancione.
- Bello, eh? La vernice è un po’ scrostata, ma cavalca le onde che è una meraviglia. – intuii che si stesse rivolgendo a me. Notai che guardava soddisfatto la barca, e risposi: - Non so, non me ne intendo di queste cose. Di certo, se lo dice lei … - Non ero tanto sicuro della stabilità dell’imbarcazione, e il mio tono di voce tradì la mia perplessità.
- Vorrà dire che un giorno di questi ti ci porterò a fare un giro. Comunque, io sono Marek. Puoi darmi anche del tu, ragazzo; qui ci conosciamo tutti e, il rispetto, lo dimostriamo a fatti. –
- Matìas, piacere. Per l’invito credo sarò costretto a rifiutare, purtroppo ho lo stomaco debole. – dissi, deglutendo vistosamente. A quei tempi soffrivo di mal di mare, e rifiutare l’invito mi parve l’unica mia ancora di salvezza.
- Allora, non ti preoccupare, Matìas. Ho fatto passare il mal di mare a molta gente, di certo riuscirò anche con te. Il segreto è nell’ascoltare ciò che ti dice l’acqua. Vedrai. Fallo per me, solo un giro senza allontanarsi troppo dalla spiaggia, così se non ti va proprio giù ti riporto subito indietro. – Non so perché, ma il suo linguaggio umile e schietto mi interessò subito. Accettai quasi senza indugio: in fondo, era solo un giro …
- Domattina alle dieci e mezza scendi in spiaggia. Ci incontriamo qui, vicino alla rimessa per le barche. Va bene? – mi chiese, cordiale come sempre. – Certo, ci sarò. – risposi, sorridendo.
- Ora ci conviene risalire al villaggio, la cena deve essere quasi pronta. – Disse, e così s’incamminò verso il sentiero che saliva alle case, senza aspettare che lo seguissi. Rimasi ancora qualche attimo lì, a guardare il sole che si nascondeva fra le onde e il cielo dipinto di viola del tramonto inoltrato. Quando risalii anch’io, non feci in tempo ad arrivare alla mia camera che era già scesa la sera.
Il mattino dopo mi svegliai di buonora, e siccome mancava ancora molto all’appuntamento, decisi di farmi una passeggiata nella pineta. I cammini erano stretti e non molto comodi, ma il paesaggio era da mozzare il fiato. I pini erano fitti, ma a tratti comparivano viste meravigliose sul mare. Nonostante il forte odore di salsedine, prevaleva anche il dolce e fresco profumo di resina. Un manto di aghi ricopriva il terreno.
Quella breve escursione mi servì per acquietarmi l’animo. La notte prima avevo sognato la donna misteriosa, e nonostante la vita spensierata che conducevo nella città bianca, lei era un pensiero continuo e opprimente, a discapito del suo bell’aspetto. In sogno, mi tendeva entrambe le mani, come per invitarmi a venirle incontro. Sussurrava parole sconnesse e incomprensibili, perché lo sciabordare delle onde sovrastava ogni altro rumore. Una sola frase, però, mi rimase impressa: “Segui le parole”. La donna l’aveva ripetuta più volte.
Nel corso delle ore successive non ci avrei più pensato, perché non credevo ai sogni premonitori e più che altro giustificavo tutto con il fatto che erano emanazioni del mio inconscio. La mia razionalità mi impediva di ammettere altre versioni oltre quella che scusava i miei dubbi insensati, inconsapevole che nel giro di qualche mese avrei cambiato radicalmente modo di pensare.
Arrivarono le dieci e un quarto, e mi avviai verso la rimessa. La città si diramava su un piccolo promontorio a strapiombo sul mare, affiancato da un’insenatura dove il terreno degradava più dolcemente. Lì, c’era una piccola spiaggia di pietre di medie dimensioni, dove un po’ tutti gli abitanti amavano sostare nelle mattine assolate. Quando vi arrivai, lungo la riva c’era già molta gente intenta a prendere il sole o semplicemente a rinfrescarsi. Più discosto dagli altri, vidi Marek. Anche lui mi scorse, e mi salutò con un caloroso – Ehi, Matìas! – facendo un cenno con la mano. Mi comunicò che il catamarano era già pronto; mancavo solo io.
Mi fece sedere sul telo spesso, teso fra i due scafi dell’imbarcazione. Marek si accomodò al lato opposto, prendendo fra le mani la corda con cui avrebbe fatto girare la vela. Partimmo. Il mare era calmo, benché non si potesse dire che fosse una tavola. Mentre cavalcavamo piano le onde, allontanandoci dai bagnanti, una leggera brezza mi veniva incontro. Affacciandomi leggermente, potevo osservare una moltitudine di piccoli pesci nuotare a pelo d’acqua, quasi volessero inseguire e superare il catamarano.
- Che te ne pare? – disse ad un tratto Marek, riscuotendomi dai miei pensieri.
- È bellissimo. – risposi, senza parole. Il lento sobbalzare della barca mi provocava un leggero voltastomaco, ma il paesaggio distraeva i miei pensieri dal sentore di nausea.
- Come va con il mal di mare? – riprese il mio compagno, quasi mi stesse leggendo nella mente.
- Un po’ male, ma credo di farcela. – Mi voltai verso riva, e notai che adesso Marek stava facendo voltare la barca: preferiva non andare più al largo di così, e proseguimmo costeggiando la spiaggia.
- Adesso, Matìas, prova a fare una cosa. Vediamo se dopo ti senti un po’ meglio. –
Acconsentii. – Che cosa devo fare? –
- Senti l’acqua che scorre sotto gli scafi. Cos’è che ti fa star male? Le onde, il lento su e giù della barca. Se ti concentri su questo movimento, il malore aumenta. Ora guarda la terra, immobile, salda. Dimmi come ti senti. – Fissai lo sguardo sullo strapiombo su cui si ergeva il villaggio. Alla sua base, dove la terra incontrava il mare, si ergevano numerosi scogli, dove l’acqua si infrangeva senza pietà eppure lasciandoli immutati. Più mi concentravo sul ripido pendio privo di vegetazione, lasciando scivolare lo sguardo dove si intravedevano le prime costruzioni della città, più mi sentivo bene. La certezza di avere un posto fermo dove rimettere i piedi mi rendeva sicuro. Ad un tratto il mare divenne solo una sorta di piattaforma rigida, e non percepivo quasi più il movimento della barca. – Mi sento … bene – sorrisi.
- Perfetto. – mi rispose lui, sorridendo a sua volta. – Sai nuotare? – chiese, cambiando d’un tratto argomento.
Annuii vigorosamente. Allora Marek, senza dire nulla, si tolse la maglietta e si buttò in acqua. Riemerse poco dopo a circa un metro di distanza. – Che fai? Non vieni? – gridò. Non gli diedi il tempo di finire di parlare che mi tuffai anch’io.
Passai splendide giornate in sua compagnia. Stranamente, mi ero trovato un amico. Imparai a governare un catamarano, e non solo. Mi insegnò come mantenere una barca in buono stato, e mi mostrò ogni spiaggia e piccola insenatura raggiungibile in una giornata di navigazione. Alcune erano veri spettacoli della natura, inaccessibili da terra, avvicinabili solo dal mare. Altre, erano costantemente in ombra a causa delle coste frastagliate, ma in compenso la roccia scavata aveva formato piccole grotte o scogli dalla forma strana. Intanto, mi ero completamente dimenticato della donna che nei primi giorni mi perseguitava, e anche se ogni tanto ci pensavo, mi pareva sempre più un sogno, un’allucinazione.
Nella città bianca c’era anche un teatro all’aperto. Con Marek ci andavamo quasi ogni sera. Il repertorio era dei più vari, si passava da simpatici cabaret a musical spettacolari, frammezzati da serate di balli scatenati e giochi di gruppo. Quella sera, era la volta del musical. Prendemmo posto sulle gradinate più alte, cercando sempre di avere una buona visuale. Io mi trovavo al fianco di una piccola torretta su cui erano fissate le luci di scena. All’improvviso ci fu un buio assoluto, schiarito solo dalla volta celeste, e ogni mormorio pian piano si spense. Lo spettacolo stava per cominciare. Le prime luci che si accesero furono quelle vicino a me, ma subito si riscontrarono dei problemi: il faro bianco produceva un sordo ronzio, e sul palco la sua luce era interrotta da delle macchie più scure. Alzai lo sguardo e con un po’ di difficoltà scorsi un foglietto incastrato sul vetro del fanale. Senza pensarci due volte cominciai ad arrampicarmi velocemente sulla torretta, così da togliere il foglio e far proseguire lo spettacolo senza intoppi. Nessuno oltre me si era accorto di quale fosse il vero problema, e mi guardavano stupefatti pensando che il tutto derivasse da una lampadina fulminata. Ignorai persino Marek che cercava di fermarmi, perché finché riuscii a distinguere la sua voce ero ormai sceso dalla torretta, con il foglio in mano. Rimasi in piedi, e mi accorsi che sul pezzo di carta era scritta solo una parola, in un minuto ed elegante corsivo: Cefalù. Una fitta mi percorse la testa… segui le parole… segui le parole…
- Matìas, tutto bene? - … segui le parole… segui le parole… Corsi verso la mia stanza, lontano dal chiasso del teatro. Ogni svolta, ogni rampa di scale che percorrevo, il buio si faceva più fitto e il dolore più acuto. Man mano che proseguivo la voce che mi rimbombava in testa acquisiva tono, tanto che ora sembrava quasi che gridasse. Arrivai sotto un arco, lo stesso dove la vidi la prima volta. Ad un tratto sembrò quasi che il tempo si fermasse, ogni suono fu risucchiato via, il mal di testa scomparve così come era venuto. Mi bloccai.
Era lì, illuminata da un mite chiarore lunare, ma stavolta non sorrideva. Mi guardava seria, quasi arrabbiata. La sua mano, poggiata sulla parete, era percorsa da un lieve tremito.
Stregato dal suo sguardo, le gambe non mi sorressero più. Caddi in un vortice nero. Mi accasciai a terra e persi i sensi.
- Avrà avuto solo un malore passeggero… - Bianco. Forme confuse. Voci…
- Crede che si riprenderà? – Ti riconosco! So chi sei! La tua voce…
- Certo. Appena finirà di farsi una bella dormita. – Di chi state parlando? Aiuto… Buio.
Mi risvegliai che era già mattina inoltrata. Attorno a me, numerose brande con candide lenzuola di lino. La luce entrava da molteplici finestre senza tende, che si affacciavano a un’anonima pineta. Ero solo. Provai a mettermi seduto, ma un forte dolore alla testa si opponeva. Nonostante tutto, ci riuscii, continuando a guardarmi intorno. Era un’infermeria. Sì, certo, l’infermeria della città. Qualche giorno prima ero passato a chiedere qualcosa contro il mal di mare. Ma dov’erano tutti?
All’improvviso una porta al lato opposto si aprì, ed entrò a passi veloci un medico panciuto e dal volto sereno.
- Ah, Matìas… Finalmente ti sei svegliato! Come va? – chiese, sorridendomi.
- Non saprei, ho un forte dolore alla testa. Non ricordo niente. Che è successo? – risposi, confuso.
Il medico si avvicinò porgendomi un bicchiere d’acqua e una pillola. Li presi, aspettando il suo responso. – Beh, questo dovresti dirmelo tu. Marek ti ha trovato lungo disteso nei pressi della tua camera. Avevi sbattuto la testa e perso i sensi. Ti ha portato qui, pensando a qualcosa di grave, ma è stata solo una brutta caduta. Comunque ha detto che fra un po’ passava a trovarti. Riposati, adesso. –
- Sì, va bene… - dissi, stendendomi. Ero certo che non fosse stata solo una caduta, ma non riuscivo a ricordare altro.
Dopo qualche minuto entrò Marek, puntualissimo. Si sedette sul bordo del letto, guardandomi. Non disse nulla. Sembrava quasi che non trovasse le parole, o che preferisse starsene zitto per non ferirmi. Poi esplose: - Che ti è successo?! –
- Il dottore ha detto che sono semplicemente caduto e… -
- No, ieri. Che ti è saltato in mente? – mi interruppe. Era rosso in viso.
- Come… Io… Non lo so. – risposi abbassando gli occhi.
- Sei salito a prendere quel maledetto foglio e poi ti sei messo a correre. Sei quasi fuggito. E poi… poi quando ti ho raggiunto ti ho trovato là, steso a terra. Per un attimo ho pensato che fossi morto. Avevi un espressione sconvolta. Mi hai fatto prendere un colpo. –
Ascoltandolo, mi erano tornati in mente alcuni momenti della sera prima. Tutto si faceva più chiaro… la scritta… la frase che sentivo… lei.
Era tutto pronto. Avevo raccolto le mie poche cose in uno zaino. Cefalù distava tredici chilomentri, e di lì a mezz’ora sarebbe partito l’autobus che mi ci avrebbe portato. Non avevo detto niente a nessuno, e a Marek avevo accennato ad una gita fuori villaggio che sarebbe durata meno di un giorno. Portavo sempre poco con me, quindi non si sarebbe accorto tanto presto che forse me ne sarei andato per sempre. Il giorno prima, la nostra discussione era rimasta sospesa, con me che gli dicevo che gli avrei spiegato tutto quando sarebbe giunto il momento, ma quando ci salutammo entrambi non avevamo voglia di riaprire quello spiacevole capitolo. Lo abbracciai per qualche secondo, gli strinsi la mano, il tutto contornato da poche parole. Dovevo fare di tutto per non farlo sembrare un addio. Salii sull’autobus, e quello partì quasi immediatamente, lasciandomi lì, affacciato al finestrino, a guardare il mio amico scomparire alla prima curva del mezzo. Il mio soggiorno nella città bianca, durato meno di dieci giorni, era apparentemente finito.
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