lunedì 10 gennaio 2011

PostHeaderIcon The Olde Village Lanterne

Salve lettori! Spero abbiate passato buone feste :)

Io sono andata in Polonia come accade ogni anno a trovare mia nonna e i miei parenti, da qui spiegata la mia lunga e prolungata assenza. A dire il vero, sono tornata solo stasera.

Avevo preparato un post con un racconto natalizio (non poteva mancare!), programmando la pubblicazione per la mattina del 25 Dicembre. Non avevo la connessione internet in Polonia, se non in rari casi in cui davo sparute sbirciatine alla posta elettronica, perciò non potevo controllare se aveva postato tutto regolarmente o meno. Ora torno e vedo che, a quanto pare, qualcosa deve essere andato storto.

Poco male! Anche se il Natale è passato e si riprende la solita routine, confido che voi abbiate quel pizzico di nostalgia necessario per leggere questo racconto pubblicato in ritardo. Perché voi lo volete leggere, non è vero? ^^

Inoltre si tratta della Fan Fiction su Merlin che vi citai qualche post fa, e con cui ho partecipato a un Contest. Sono arrivata quarta classificata (e ne sono pienamente soddisfatta, per il lavoro che ho fatto) e inoltre ho avuto il Premio Originalità, cosa che non mi aspettavo affatto. In effetti quando scrivevo il racconto ho sempre pensato che tutto ciò che mancava fosse proprio l’originalità… in ogni caso ci ho messo davvero tanto impegno, e la trama riempie diverse pagine, quindi è anche una storia un po’ lunga.

 

La Fan Fiction prende spunto da una canzone dei Blackmore’s Night (il cui video vi posto alla fine del racconto), da cui la storia prende anche il titolo e le cui citazioni si interpongono fra una scena e l’altra. Spero vi piaccia… di mio in queste settimane di isolamento da pc ho scritto un racconto (Clarissa? “Il cacciatore di bolle” è pronto, un’ultima vista e lo vedrai postato, come promesso) e qualche altro appunto, in modo da prepararvi alcuni post interessanti nei prossimi giorni.

Buona lettura!

P.S.: stavolta niente immagini, sono sfinita e il post è già lungo di suo ;)

Flebili fiocchi di neve cadevano su Camelot. Erano piume d’angelo strappate attraverso lampi di magia, e disperse, come grano su un terreno da poco arato, come chicchi gettati da mani di nuvole ed aria. Si riversavano dal cielo di bianco dipinto, trascinate dalle correnti, poggiandosi sul terreno col rumore di un bacio caduto. Una coltre adamantina che si posava dolcemente sull’altura della città e sui terreni vicini, portando con sé un’aria fresca e gioiosa, un’aria di festa. La brezza si spargeva gelida, accogliente fra le gocce gelate di cui la volta celeste la rivestiva, limpida come solo in inverno può accadere. Ogni suono si ripercorreva di mattone in mattone, di pietra in pietra delle costruzioni paesane, cristallino e ridente.

Per la festività, ad ogni capanna era stata appesa una lanterna in ferro battuto, che anche in pieno giorno era accesa della sua accogliente e calda luce. Ogni abitazione aveva il suo piccolo faro d’allegria e speranza, la fiammella che vibrava e danzava, rifuggendo gli spifferi di vento che tentavano di spegnerla attraverso le minute fessure dell’intelaiatura. Ogni tanto si udiva anche lo sferragliare momentaneo del metallo, che sfregava contro il gancio a causa di una raffica più audace delle altre. Da lontano, i lumi parevano spiriti appostati ad indicare il sentiero, seduti fra la paglia di un tetto o su un barile rovesciato, oppure ancora aggrappati a un’asta, i piedi a sfiorare le cataste di legna per i camini.

Nelle strade, i bimbi erano una fiumana che si spandeva, sempre in corsa verso la felicità; talvolta picchiettavano ruote di ferro con un bastone stretto in mano, usando la stessa foga di un fabbro alle prese con un ferro di cavallo e un’incudine. E anche i cerchi volavano come i loro piedi lesti e agili, galoppavano giù per le strade, lasciando un’orma continua e ondulata sulla terra imbiancata da poco.

«Milady, attendete!» una giovane serva rincorreva ridendo una fanciulla. Si muoveva velocemente per le vie della città bassa, superando i bambini e le case, lo sguardo in avanti per non perdere di vista la padrona. Le mani alzavano appena la povera veste per evitare che strusciasse in terra e intralciasse il cammino, il tessuto grinzoso che si ripiegava zuccherato in mille e mille onde giallo oro.

«Gwen, che meraviglia, ha cominciato a nevicare!» la donna fuggente si fermò, voltandosi verso la compagna, il fiato che le si condensava a poco dal viso per il gelo. «Non ricordo quand’è stata l’ultima volta che la neve si è posata su Camelot prima di Yule» aggiunse, e alzò le mani nude al cielo. Fece un giro su se stessa, i batuffoli ghiacciati che la ricoprivano di brillanti colorati d’arcobaleno, e s’intersecavano ai suoi capelli corvini intingendoli di gocce d’inverno. Frammenti rilucenti come diamanti s’incastrarono anche sulla pelliccia bianca di volpe che le proteggeva le esili spalle. «Mio padre diceva che, quando nevica a questa maniera, sono gli angeli del cielo che dall’alto sbattono i loro piumini dopo una notte di sonno».

«Sì, ma così vi sporcherete tutto il vestito, e gli angeli non ve ne regaleranno uno nuovo. Stasera avete la cena con il re, non avete tempo per cambiarvi, e vi devo ancora preparare l’acconciatura» Gwen le arrivò vicino che già la rimproverava dolcemente, il fiato grosso per la corsa e il volto appena aggrottato dall’apprensione, che subito si distese in un sorriso. Morgana era felice, e solo questo, per ora, contava.

La nobile le prese delicatamente le mani, guardandola con fare affettuoso «Non ti struggere. Faremo in tempo, e un po’ di ritardo non farà di certo arrabbiare Uther».

«Certo, è solo la vigilia di Yule. E a Camelot stanno venendo solo i più grandi re e principi di tutti i regni confinanti» mormorò la serva, «e voi mi dite di non preoccuparmi…» ma Morgana era già avanti, a perdersi fra i giochi della prima neve, a carezzare volti di piccoli e a rincorrere il nulla, una musica lontana che si spandeva nell’aria.

“The olde village lanterne
Is calling me onward
Leading wherever I roam
The olde village lanterne
A light in the dark
Bringing me closer to home”

[La vecchia lanterna del villaggio
Mi sta chiamando in avanti
Dominante ovunque io vada
La vecchia lanterna del villaggio
Una luce nel buio
Che mi porta più vicina a casa…]

«… di pace, serenità e,» Uther Pendragon bloccò il suo discorso, sentendo le porte del salone del castello aprirsi con il loro clangore inconfondibile. Ne entrò una guardia che fece pochi passi all’interno e poi si fermò, profondendosi in un inchino.

«Avevo chiesto di non disturbare la cena» disse il re, stizzito, una vena di preoccupazione nella voce al pensiero di cosa avrebbe potuto costringere la sentinella a irrompere nella stanza.

«Mio signore, volevo annunciare l’arrivo di lady Morgana» il soldato tornò indietreggiando al suo posto davanti al portone, che richiuse non appena la ragazza fu entrata. Per un secondo gli sguardi di tutti i convitati furono puntati su di lei, attratti dalla bellezza e dal contegno che sprigionava la sua figura. Un lungo abito violetto ne avvolgeva le forme sinuose, stringendosi sulla vita sottile con una cintura intarsiata d’oro e ametista, la gonna che si apriva in numerosi veli dalle tonalità del mare di notte, dei glicini e delle lavande, delle orchidee e della porpora più scura. I capelli erano stati raccolti dietro il capo con una spilla in modo da lasciarle il volto scoperto, e una poinsettia irradiava le sue tonalità rosse rubino dal lato destro del capo.

L’avevano attesa per lunghi minuti, dopodiché Uther aveva deciso di cominciare anche senza la sua presenza. Già si dubitava della sua partecipazione, e alcuni cortigiani avevano ipotizzato pettegolezzi e dicerie il cui dilagarsi fra gli invitati non s’era fatto attendere. Ma ora era qui, splendida portatrice d’incanto.

«Scusate, padre, scusate tutti voi» pronunciò, il capo chino e le mani giunte in grembo in segno di spiacere.

«Credevo non saresti più venuta» fece notare l’uomo, duramente, quindi le fece cenno di posizionarsi sullo scranno vuoto al suo fianco.

Il salone era un enorme vano diviso in tre navate da colonnati in tufo semplice. Nelle navate laterali, più piccole, erano stati posizionati i servitori di ciascun convitato, che prendevano parte al banchetto stando in piedi o su delle panche addossate alla parete. Al centro, invece, delle lunghe tavolate erano state disposte a ferro di cavallo, con la famiglia reale di Camelot posta sul lato più breve che fronteggiava il portone in ebano.

«Allora, sì» continuò Uther, cercando di riprendere ciò che si era interrotto, «stavo appunto affermando come questa cena abbia l’intento di portare al nostro, e ai regni confinanti, un periodo di pace e serenità. D’altronde Yule è sempre stata definita una festa magica, pagana, e il mio impegno è di debellare non la festività in sé, in quanto radicata nella tradizione del popolo e della stessa corte, ma distruggere la sua celebrazione malsana. È per questo che, per stasera, due turni di guardia si divideranno per tutta la città, imprigionando chiunque venga sorpreso a compiere atti malefici di spudorata magia. Yule deve continuare a vivere come una festa innocua, e non malefica. Perciò buona cena, miei cari, e che la mia lotta al male possa, col vostro consenso, continuare imperterrita e vincente» al concludersi delle parole del re, i commensali brindarono, e in un attimo un centinaio di calici dai riflessi dorati e d’argento si portarono alla bocca di ognuna delle persone presenti in sala. Ogni coppa riluceva dei bagliori inviati dalle numerose lanterne e torce appese a intervalli regolari sulle pareti in pietra del castello, creando un gioco di fasci luminosi che rendeva l’ambiente festoso e piacevole.

Tutti sedettero e, fra risa e chiacchiere scoppiate d’improvviso dopo il silenzio del discorso di Uther, presero a consumare le numerose pietanze portate dalle cucine. Da un angolo cominciò a dipartirsi una musica allegra e gioviale. Alcuni musicisti, fra cui spiccavano un suonatore di ghironda e una giovane che strimpellava una chitarra, avevano attaccato un movimento d’introduzione al banchetto. Una ragazza dai lunghi capelli biondi e mossi avanzò di qualche passo sulla pedana rialzata riservata ai musicanti, e intonò il suo canto ammaliante e delizioso, una voce che avrebbe accompagnato, soave, l’intera cena.

“Some choose to fall behind
Some choose to lead
Some choose a golden path
Laden with greed
But it’s the noble heart
That makes you strong
And in that heart, I'm with you all along...”

[Alcuni scelgono di restare indietro
Alcuni scelgono di guidare
Alcuni scelgono un sentiero d’oro
Gravido d’avidità
Ma è il cuore nobile
Che ti rende forte
E in quel cuore, io sono con te da sempre…]

«Giornata pesante, Uther?».

Nella semioscurità della sua stanza, il re si stava preparando per andare a letto. La stanchezza, dopo la fine dell’estenuante cena, si era riversata sui suoi occhi come un manto, un panno steso sul corpo di un morto: irreversibile, impossibile tentar di riaprire le palpebre che sempre più ardivano a chiudersi e avvolgere tutto nell’ineluttabile oscurità del sonno. Era stata una giornata lunga, sfibrante, e i postumi della fatica avevano investito il re tutti in un momento, quasi a ricordare la sua età avanzata.

Una voce però lo riscosse dai suoi pensieri rivolti alle lenzuola calde, un sussulto che gli percorse le membra. Quel suono era così familiare alle sue orecchie, che gli occhi cercarono subito il viso pallido di una donna, e i suoi capelli raccolti in ciuffi come serpi lacustri emerse da un lago.

«Nimueh» sussurrò l’uomo. La strega era comparsa vicino a una delle colonne del baldacchino, e ne sfiorava la tenda di raso amaranto con la mano sinistra. Le sue labbra contornate di un rosso scuro erano aperte in un sorriso devastatore, le sopracciglia inarcate come quelle di chi sa cosa cerca, cosa vuole.

«In persona» rispose lei, avanzando di poco. Le sue vesti, delicate e dello stesso colore di un acero giapponese, frusciarono appena fra gli sfregiati tagli e strappi nella parte bassa dell’abito.

«Dimmi cosa ci fai qui. Non ho tempo da perdere in chiacchiere» Uther non staccava lo sguardo da quello della donna, la ragione persa fra ricordi tristi, sconvolgenti. Non voleva lasciare che si prendesse gioco di lui, non di nuovo, e intanto rimaneva immobile vicino alla cassapanca su cui aveva appena posato la cintura con la spada. Qualche membro della servitù aveva avuto l’accuratezza di poggiarvi sopra un vaso pieno di ellebori freschi, che spargevano nella camera da letto il loro lieve profumo.

«Ho assistito al tuo piacevolissimo discorso di prima, al banchetto» cominciò con tono neutrale Nimueh, «questa volta hai davvero superato te stesso. Tramutare Yule in una semplice festa per comuni mortali… lodevole».

«Ho fatto ciò che dovevo, sai bene che non tollero la magia, non qui a Camelot».

«Sai che a Yule noi Sacerdotesse della Religione Antica usavamo fare dei doni?» chiese d’un tratto Nimueh.

«No, ne ero all’oscuro» Uther parve per un secondo corrucciato, non riuscendo a capacitarsi di cosa l’altra avesse in mente. La stanza era illuminata solo da qualche raggio di luna che penetrava dall’ampia vetrata posta alle spalle del re, e illuminava di un’ombra tetra la strega. «Ma non vedo come questo possa avere a che fare con il nostro rapporto».

«Uther, sei così solo ormai. Pensavo di farti un dono» così dicendo si spostò verso la finestra a volta, che dava sul cortile interno del castello, «un dono speciale».

«Temo i nemici anche quando portano doni».

«Io ero tua amica».

«Da quando Ygraine è morta, non lo sei più, Nimueh».

Seguì un lungo silenzio, in cui i due si studiarono, fuggendo l’uno lo sguardo dell’altro. Il re attendeva solo che la strega se ne andasse, o almeno dicesse esplicitamente cosa stesse cercando di ottenere da lui. Ma non osava chiederglielo di persona, e intanto taceva, mentre fuori ricominciava a nevicare.

Una neve sterile e sottile cadeva dal cielo, e andava a posarsi sul manto più compatto delle nevicate precedenti. Nella notte, anche quei fiocchi freschi si sarebbero ghiacciati, rendendo il lastricato del cortile e delle strade un’unica lamina scivolosa. I soldati di Camelot non avrebbero potuto usare i destrieri ancora per alcuni giorni.

«Morgana ama la neve» proruppe la donna, d’improvviso.

Uther rimase sorpreso da questa sua affermazione fuori luogo. «Non ne ero a conoscenza…».

«Perché non le presti abbastanza attenzione. Così tanto impegnato a combattere la magia! La tua figliastra sta crescendo, e il tuo unico pensiero è che sia viva come avevi promesso a suo padre».

«Basta!» rispose infuriato, interrompendola, «non puoi venire qui a rimproverarmi per quel che decido di fare, né tanto meno se ciò interessa Morgana».

«Che maleducato… nemmeno a saper reggere una conversazione normale. Bene, Uther, sta’ attento. Per Yule, domani su Camelot…» cominciò a proferire la donna.

«Taci, strega!» l’uomo le si fece vicino con fare minaccioso.

«Domani, su Camelot, nevicheranno incantesimi».

Nimueh scomparve, e così anche l’ultimo urlo disperato del re si perse dietro i fumi della sua promessa di dono. «Sta’ lontana da mia figlia».

Ma la donna era già distante, chissà dove. Uther si lasciò cadere sul letto, affondando nella morbidezza del materasso. Ogni sera, sentirlo così vuoto gli ricordava Ygraine, e, ogni sera, una lacrima solitaria gli solcava il volto. Stavolta, nella stessa goccia d’oceano, due volti femminili si condividevano il dolore del re. Ygraine, Morgana, Ygraine. Maledetta Nimueh.

“Don't shed a tear for me
I stand alone
This path of destiny
Is all my own
Once in the hands of fate
There is no choice
An echo on the wind
You'll hear my voice...”

[Non lasciar cadere una lacrima per me
Io resisto da sola
Questo sentiero del destino
È tutto mio
Una volta nelle mani del fato
Non c’è scelta
Un’eco nel vento
Sentirai la mia voce...]

Si sentì il dolce suono di un paio di calici che si scontravano fra loro. Il rumore dilagò per la grotta come un liquido versato su un tappeto, impregnando ogni fessura della sua voce cristallina e felice. Le stesse gemme vermiglie, incastonate sul manico in vetro, spandevano la loro calorosa luce. Un richiamo che, lento, veniva sussurrato di candela in candela, di torcia in torcia, ogni fiamma che tremolava quasi stesse cantando la stessa melodia delle altre.

L’antro era, per una volta l’anno, luminoso e caldo, benché restasse per lo più spoglio com’era sempre stato. Pareva però aver abbandonato la sua veste sobria e melanconica, cercando di preservare la scintilla del Sol Invictus e cullandosi in essa.

Nimueh era seduta in braccio a un uomo e reggeva con una mano un bicchiere colmo di vino rosso, mentre con l’altra attorcigliava al dito i ricci biondo cenere del compagno. Sorridevano entrambi, sorseggiando ogni tanto dalla coppa.

«Il fuoco ha deturpato il tuo viso, Edwin… ma l’altra metà è di una bellezza esasperante».

«Se mi vedessi con altri occhi, non diresti così» il giovane poggiò il calice su un tavolino di legno appena sbozzato che giaceva affianco alla poltrona dove erano seduti. Dicendo questo, il suo volto s’adombrò un poco, gli occhi verde chiaro trapassati da un bagliore del fato, dalle fiamme del passato.

«È una bellezza solo mia» Nimueh si avvicinò alla guancia piagata di Edwin, e vi diede un bacio soffuso d’amore. «Der Shöwel» sussurrò dopo.

Una lastra tersa comparve davanti agli occhi del giovane, tremolando come fosse acqua di fonte. L’incantesimo della Sacerdotessa rifletteva un uomo d’immane fascino, cosparso di un’avvenenza regale, incantevole. Con l’ingannevole magia, Nimueh aveva fatto scomparire per poco le cicatrici lasciate dall’incendio in cui Edwin era stato coinvolto, e ora gli mostrava in quella specchiera come era bello, magnifico, se solo avesse messo da parte una volta per tutte quel tragico incidente.

«Ti ho sempre detto che non voglio tornare com’ero,» con lo sguardo, Edwin percorreva le sue forme lisce che si riproducevano nello schermo marino, erano delicate, inconsuete per lui. Gli sembrava d’esser tornato fanciullo. Aggiunse: «non voglio… non voglio mostrare di essere sopravvissuto così alle crudeltà di Uther».

«Amore, Uther prima o poi morirà».

«Ma ciò che ha fatto vivrà per sempre. E se lui deve morire… che lo faccia per mano di chi cerca pura vendetta». Edwin passava la sua mano sulla schiena arcuata della strega, sentendo il gelido tatto della sua pelle attraverso la veste sottile. L’incantesimo intanto sfumò come una bacchetta d’incenso, lentamente.

«Partirai per Camelot» lo rimproverò lei, allontanandosi a stento e facendo presa sui manici di velluto della sedia, il riverbero di quella scelta che le offuscava i pensieri.

«Sì, Nimueh. Solo così potrò far tacere i miei incubi». La decisione era chiara sul suo volto, ritornato quello oscuro di un tempo, le labbra strette in una smorfia di risolutezza.

«Ma puoi far smettere le anime che ti tormentano! La vendetta non è nel tuo cuore: è quella che loro t’impongono. Cacciali, e sarai libero».

«Libero come Uther? Non si merita un giorno di vita in più».

«Altri faranno il lavoro sporco al posto tuo… potrei provarci io. Ci ho già provato». Gli occhi della donna manifestavano apprensione per il giovane.

«E hai fallito». Edwin voltò lo sguardo verso una torcia appesa sulla parete opposta, dove ombre di forme arcane s’intersecavano alle rientranze e alle fratture della volta in roccia. Racchiuse un po’ del rimorso nel suo cuore, e più dolcemente si rivolse a lei: «I miei genitori sono morti in quell’incendio, e per poco non feci la stessa fine anch’io. Nimueh… sono loro che cercano pace nella vendetta. Posso rifiutare la pace a chi mi ha dato per primo la vita?»

Ma fu una domanda che rimase senza risposta. Il silenzio scese fra loro: Nimueh semplicemente si strinse al petto di lui, l’emozione che le sconquassava le membra. A lungo aveva cercato, con diversi espedienti, di eliminare Uther e di inseguire lei stessa quel soave piacere della rivalsa. Ma mai, mai si era arrischiata a mettersi così in luce come Edwin aveva deciso di osare. Con Merlin a corte, pronto ad ostacolare ogni suo intervento com’era accaduto in precedenza per lei, poteva davvero perderlo. E saperlo le doleva il petto e le squarciava l’anima.

Affondò il viso fra i sui ricci, baciandone il collo profumato di gardenia e acqua sorgiva, pelle fresca che pulsava di vita. Sentì le braccia di lui legarsi attorno alla sua vita, e avvicinarla ancora di più, stringendola in un abbraccio impetuoso. Le loro labbra si cercarono, gli occhi chiusi, per perdersi in un istante d’eterno fra le onde della passione.

“So when you think of me
Do so with pride
Honor and bravery
Ruled by my side
And in your memory
I will remain
I will forever be within the flame...”

[Così quando penserai a me
Fallo con orgoglio
Onore e coraggio
Schierati dalla mia parte
E nella tua memoria
Io resterò
Sarò per sempre all’interno della fiamma…]

Gli aveva regalato una lanterna. Di tutti i baci, i doni, gli incantesimi che avrebbe potuto dargli, lei gli aveva donato solo una lanterna.

Yule, la luce… il simbolo del sole che rinasce sull’oscurità. Un simbolo di vittoria. E la lanterna avrebbe significato questo: un lucore affettuoso che dondolava leggero nella sua intelaiatura in ferro, e che l’avrebbe guidato come uno stendardo portatore di salvezza. O, più semplicemente, portatore di una speranza di salvezza.

Finché la lingua di fuoco avrebbe sfavillato a indicare la via, Nimueh sapeva che il suo cuore sarebbe stato con lui. Le rinvennero alla mente le parole che, quella sera prima, aveva detto a Uther. Sai che a Yule noi Sacerdotesse della Religione Antica usavamo fare dei doni?

Quella stessa notte, quando Edwin si era preparato per partire alla volta di Camelot, il suo spirito di Sacerdotessa aveva preparato il dono della lanterna. Lui le aveva sorriso dolcemente, e aveva accolto quella manifestazione di cura con una delle tante appassionate effusioni d’amore che si erano scambiati in quelle ore. La strega già sentiva la mancanza di quell’aria pervasa di gardenia, e la sua grotta ora era impregnata dalla solitudine, la stessa che si era insinuata nel suo cuore.

Le fiamme delle torce e delle candele erano tornate color ghiaccio, l’unica fonte di colore più vera rivelata dal suo abito rosso scuro. Dalle sue labbra, che soffrivano la mancanza di carne da agguantare, e che diventavano man mano più gelide, pietrificate in un’espressione impura.

Il momento di preparare il dono per Uther era arrivato. Con questo, sperava di poter quanto meno spianare la strada ad Edwin.

Erano già alcuni minuti che Nimueh camminava avanti e indietro nella sala adibita a preparare magie, il mantello che aveva indossato quella mattina che frusciava a contatto col terreno ruvido. Non era altro che una stanza circolare dalla volta a cupola, priva di sbocchi verso l’esterno e con i muri stipati di tavoli, armadi e librerie in legno di diverse altezze. Al centro, si stagliava la fonte con cui prevedeva e osservava ciò che accadeva a Camelot, caratterizzata da un alto piedistallo e un vaso in granito poggiato sopra. Entrambi erano decorati con motivi floreali intersecati a rune e segni magici che contribuivano a far apparire le visioni nel recipiente. In quel momento, però, l’acqua era torbida e piatta, calma, e non mostrava alcunché.

La furia continuava a crescere all’interno della donna. Prima flebile, appena emersa sotto la cappa di una tranquillità all’apparenza impassibile, poi più potente, stravagante, con culmini e discese improvvise. Ad esse, si accompagnavano istanti di lucidità in cui l’idea di un “dono” speciale si formava nella sua mente, come un pupazzo di neve in una fredda giornata, la cui bellezza si può ammirare solo una volta che il lavoro è concluso.

Così, una volta che fu sicura di ciò che stava per fare, si diresse spedita verso il centro della sala. Una profezia, una sorta di piccolo gioco, in cui Nimueh sarebbe stata giudice e regina, creatrice di distruzione.

«Mieror, de’filäch, naström chiåner» dalle sue dita scorsero fiocchi di neve e spicchi di specchi, che cadendo incresparono le acque della conca, da cui furono inghiottiti. Ora una lieve corrente d’aria opaca si muoveva in circolo appena sopra il livello del liquido, formando su di esso delle piccole onde agitate.

«Mieror, necht vebeyr». Una fiamma nacque sul catino e ne percorse velocemente i bordi in pietra, un riverbero viola che s’accese di vigore e che in pochi istanti implose su se stesso, spegnendosi senza alcun rumore e filamento di fumo. L’unico ricordo che rimase di esso fu il suo colore, che ancora si diffondeva violaceo come il mantello della Sacerdotessa.

«Bene, Uther. Il mio dono è compiuto» disse compiaciuta, gli occhi blu oltremare che scrutavano nella sua singolare finestra su Camelot, «chiunque calpesterà il segno di Nimueh, morirà per mano di un mago».

«E ora vediamo come se la passano in città».

La prima immagine che comparve fu quella del cortile interno al castello, illuminato da sparuti raggi di sole che perforavano la coltre di nuvole da nevischio, nonostante fosse già il crepuscolo, e che venivano estesi dallo spesso strato di neve che ricopriva il lastricato. L’impressione che si aveva, osservando bene l’aria, era che nevicasse ancora. Però i fiocchi erano spessi; talvolta, fra miliardi e miliardi di piccole gocce di ghiaccio, comparivano striature più luminose e ampie, dall’aspetto affilato.

Quadrati di forme diverse che si abbattevano al suolo, atterrando in un suono attutito che si confondeva fra lo spirare del vento e i suoi gelidi sospiri. Nessuno si sarebbe accorto presto di ciò che il cielo mandava: incantesimi, magia. La profezia di Nimueh.

Dalla porta principale del palazzo, si precipitò in strada una fanciulla stretta in un mantello verde smeraldo. Scese pochi scalini della lunga scalinata, quindi si fermò. La giovane, dalla pelle pallida quasi quanto il manto nevoso, si levò subito il cappuccio dal viso, per rivolgerlo in alto. Non si preoccupava del freddo che le inumidiva le guance e le impiastricciava i lunghi capelli, bensì respirava ad ampi tratti, il petto che sotto le vesti si alzava e abbassava visibilmente. Un sorriso le increspava il volto, un sorriso felice, soddisfatto, finalmente in pace.

Era sola. Nimueh sapeva di chi si trattava, poiché quei tratti le erano rimasti impressi nella mente. La pupilla del re, Morgana, una ragazza così promettente, con i suoi sogni premonitori… di sicuro con un futuro intriso di stregoneria.

Le dispiaceva promettere una fine a una donna che, in fondo, faceva parte del suo stesso schieramento. Ma una conquista desidera un prezzo, una vita per una vita. E la Sacerdotessa restò impassibile quando un coccio di specchio piovuto dal cielo lasciò una scia rossa sulla guancia della giovane.

Morgana si riscosse dal suo stato di beatitudine, e abbassò lo sguardo per vedere cosa le avesse provocato quella ferita. Intanto una goccia di rubino, come una triste lacrima, scendeva lenta lungo la sua pelle. S’inginocchiò senza preoccuparsi di asciugarla, attratta da un riflesso più intenso che si propagava da uno scalino più in basso. Prese in mano il frammento, e se lo rigirò lentamente fra le dita. Il bordo era affilato, dalle punte acuminate come lance e spade, armi vere e proprie. Sembrava che stesse riflettendo, e che pensasse che non ci fosse motivo perché oggetti del genere stessero cadendo giù dal cielo.

Un simbolo era quasi inciso sulla facciata della scheggia, su cui si percepiva al tatto l’incavatura dell’intarsio. Pareva una runa, con due V sovrapposte, di cui una al contrario, che formavano un rombo da cui fuoriuscivano per un po’ le linee. All’interno di esso, un puntino appena percettibile. Dalla polla d’acqua, Nimueh vide Morgana rialzarsi in piedi e accorgersi che l’intero cortile pareva cosparso di piastrine di specchi.

La figliastra del re fu striata da un nuovo pezzo passatole sul fianco, e che sdrucì il mantello senza lasciarle apparenti ferite. La giovane rientrò immediatamente nel castello, portando il primo frammento con sé.

Nimueh era soddisfatta. Chiunque fosse rimasto ferito, anche solo graffiato, da uno di quelli specchi, aveva il futuro già scritto: marchiato, con il suo simbolo, che lo predestinava a morire per mano di uno stregone. Non importava chi quest’ultimo fosse, ma sarebbe stata la magia, e solo questa, a staccare la vita dal suo corpo, per sempre.

La Sacerdotessa restò ancora a scrutare all’interno della sua polla, interessata agli sviluppi della vicenda. Morgana era stata la prima, ma chi, poi, l’avrebbe seguita? Non ci fu tempo di riformulare il pensiero, che manipoli di guardie comparvero, in piccoli gruppi, dalle varie uscite del castello. Probabilmente la ragazza aveva, una volta tanto, deciso di interpellare subito il padre sull’accaduto.

Uno, due soldati furono presi di sorpresa, e graffiati dalle punte acuminate attraverso la cotta di maglia. Altri tre ebbero il viso striato da un taglio sottile. Non parevano preoccuparsene, solo si precipitarono all’esterno della corte per perseguire chiunque sembrasse essere l’artefice di tutto ciò.

Ogni persona dilaniata dagli specchi era una vita in più per il suo animo avido di morte, e la gioia s’effondeva in Nimueh. Solo di una cosa provava ancora rancore: Uther non era uscito a perlustrare il territorio, quindi non pareva essere passato sotto la sua profezia. Temeva che ricollegasse la loro discussione all’avvenimento prima di poter anche rimanere minimamente scalfito dal suo dono.

«Un peccato… un peccato che colui cui ho preparato il mio tenero regalo non possa sperimentarlo egli stesso».

Ma la strega non poté soffermarsi oltre, rifletterci ancora. Un malessere la percosse tutta, e fitte lancinanti sembravano volerle perforare la testa. Un formicolio le attraversò le mani, facendole tremare. Andò nell’altra stanza, per sedersi un attimo sulla stessa poltrona rivestita in velluto verde su cui soleva stare con Edwin.

La posizione seduta non agevolò però il suo malore, che continuò ad acuirsi, tanto che ogni briciolo di lucidità le abbandonò le membra. Tanto che lei stessa perse conoscenza, accasciandosi sulla seggiola, gli occhi blu dalle pupille dilatate, enormi, e che la facevano sembrare preda di una follia o posseduta da un demone. Ma le sue mani ora erano immobili, completamente prive di forza vitale, le braccia sottili da cui s’intravedevano le vene violacee appoggiate sgraziatamente sui braccioli della sedia. Nimueh era diventata una statua di dolore, in cui lo spirito si era staccato dal corpo.

Nell’altra mente, nell’altro mondo, una visuale si faceva largo nella nebbia di un’anima ingabbiata dal fato. Una visione indigesta, non voluta, ma che gli occhi del cuore miravano a continuare a vedere. Forse gli Spiriti della vita e della morte avevano richiamato, anche solo per pochi istanti, la loro Sacerdotessa. Così, per mostrarle, e farle vedere, qualcosa di cui avrebbe potuto pentirsi per l’eternità. E lei vide…

Edwin camminava lungo il freddo sentiero che guidava alle porte di Camelot. Nella sua mano era stretta la lanterna di Nimueh, accesa anche se fosse pieno dì. Erano passati un paio di giorni da Yule, e lui, armato della sua forza di volontà, era giunto a piedi fino al luogo del suo premeditato delitto. La neve si era sciolta, e un sole rischiarava di poco dall’alto del cielo.

L’uomo entrò con passo deciso nella città, e percorse i suoi viali diretto al castello, trascinandosi con la fatica del viaggio lungo le intricate strade dei bassifondi. Il suo sguardo… così forte, vigoroso, così meraviglioso se nascosto dal mantello da viaggio, s’illuminava nell’ombra gettata dal cappuccio.

D’un tratto inciampò con i suoi sandali in qualcosa di spigoloso che non aveva notato, e incespicò un po’, ma non cadde. Un’imprecazione gli sfuggì di bocca quando vide la lanterna evadere dalla sua stretta e precipitarsi in terra, i vetri sottili che attorniavano la fiamma spaccati in miriadi di fini frammenti. Il fuocherello al suo interno si spense quasi contemporaneamente, sfrigolando appena. Mentre cercava di riprendere l’equilibrio, zoppicando per alcuni passi, l’uomo cercò con lo sguardo cosa fosse stata la causa di quel piccolo incidente. Individuò un frantume di specchio, ma gli aveva solo arrossato l’alluce, non protetto dai semplici sandali aperti che indossava.

Edwin continuò il suo cammino, abbandonando la lanterna in terra, ormai inutile.

Gli sarebbe mancato, il cuore di Nimueh… ma lui sarebbe sopravvissuto per riaverlo ancora, più vicino di quanto non gli fosse mai stato.

Intanto Yule, negli ultimi strascichi della sua festività, aveva preso il suo ultimo tributo di sangue.

“Now at the journey's end
We've traveled far
And all we have to show
Are battle scars
But in the love we shared
We will transcend
And in that love, our journey never ends...”

[Ora alla fine del viaggio
Noi abbiamo viaggiato lontano
E tutto ciò che abbiamo da mostrare
Sono le cicatrici di battaglia
Ma nell’amore che abbiamo condiviso
Noi trascenderemo
E in quell’amore, il nostro viaggio non finirà mai…]

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