venerdì 11 giugno 2010

PostHeaderIcon Contest – Tirando le somme

 

Gli Elementi

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Prima di postare i racconti accompagnati dai giudizi, vorrei esporvi la mia idea riguardo gli elementi forniti nel contest (qui il regolamento). Quando gli ho scelti, ancora non avevo una storia ben impressa in mente, ma solo l’immagine e il significato d’insieme che essi avrebbero potuto assumere nella trama. Vi narro l’idea di base scondita da tutta la storia che avrebbe dovuto girarvi intorno, che invece potrete leggere nel racconto di fine post.

Ecco, partiamo... per me la canzone ha un significato preciso, che esula dal testo che ci fornisce solo spunti abbastanza leggeri, annotazioni fra le righe quasi impercettibili.

Questo significato, poi, sarebbe in realtà la giusta interpretazione poiché si riferisce a Glendora, una canzone del 1956 in inglese e dal testo totalmente differente da quella finlandese, benché quest’ultima ne conservi lo stesso ritmo allegro.

Scusatemi, ma in verità non ho potuto fare a meno di fornirvi una traduzione del testo finlandese un po’ sul vago, volevo vedere fin dove la vostra fantasia sarebbe arrivata. La parola finestra (ikkuna), più propriamente avrebbe dovuto mantenere il significato di vetrina. Ora vi spiego perché.

La principessa (prinsessa, notare nel titolo l’unione dei due vocaboli ikkuna-prinsessa), è un semplice manichino.

Ce ne accorgiamo anche dalla descrizione del seno piccolo, perché appunto i modelli in plastica sono sempre molto esili e appena sbozzati.

Il ragazzo in questione resta affascinato da questo manichino solitario messo in mostra in un’anonima vetrina. Passa di lì ogni giorno, per rimirare il modo in cui è posizionato, il cappello che indossa, e intanto sogna di una principessa ancora lontana. Come il vetro che separa il ragazzo dal manichino, così è la distanza che lo separa dalla sua principessa, figura perfetta nella sua solitudine.

Poi, l'immagine... io avrei inteso proprio quel ragazzo come protagonista della storia. Ha la faccia di un sognatore che magari scrive di ballate nostalgiche, scrive di amore senza aver potuto conoscerlo ancora, ma la sua volontà nel rincorrerlo è vera. Non fatevi fuorviare dalla chitarra elettrica: sarà che io sono abituata a suoni più duri, ma anche metal e hard rock posso risultare stranamente romantici, malinconici, danno emozioni che vanno oltre all’eccitazione del sound ritmico e ossessionante.

Tutto ciò finché il manichino non viene coperto dal proprietario del negozio, forse con un telo; il sogno è come se fosse d’un tratto spezzato e infranto, ma la volontà continua a persistere, sepolta da coltri di dolore e nascosta fra il suono della chitarra. “Un altro ha preso per sé la mia amata”, significa che il manichino è stato tolto, coperto, non c’è più.

La citazione. Sembra un po' fuori mondo, invece è il fulcro di ciò che intendo raggiungere. Allora, prendete una stella: ha il suo percorso, la sua orbita, è il fulcro da cui dipendono gli altri satelliti, i pianeti; sinteticamente la stella non dipende da nulla e persegue nel suo percorso senza venire intralciata. Se incappa in un ostacolo è perché sono gli altri ad essersi inframmezzati lungo la sua via. Una stella persegue la sua volontà così come deve fare l'uomo, senza condizioni esterne che le impediscano di agire come meglio crede, priva delle pressioni della società, libera di vagare nell'universo e venire assistito da esso.

Perciò il manichino è come un pianeta che gira attorno alla stella del negoziante, non ha possibilità di scelta; mentre il ragazzo sì, è libero finché lo vuole, anche se giovane, può raggiungere la sua principessa. La figura regale è proiezione concretizzata del manichino, la quale sarà stella gemella del giovane.

In astronomia ci sono alcuni casi in cui si trovano due stelle così vicine da avere la stessa orbita, e sono appunto dette stelle doppie o anche stelle binarie. Proseguono lungo lo stesso percorso, e a seconda della loro dimensione e forza di attrazione ognuna gira intorno all'altra.

Sotto forma di metafora, così possono venire descritti l'uomo e la donna in amore. La similitudine trovo piena di significato quando una stella perde la forza di proseguire, ma continua perché retta dall'altra che ha ancora la forza. È un aiuto, uno scambio reciproco, come i doni d'amore nelle relazioni affettive.051615-glossy-space-icon-natural-wonders-flower26-sc44

 

I Racconti

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Devo dire che mi sarei aspettata più partecipanti… ma, vabbè, l’intento non era nemmeno dei più nobili (aumentarmi i lettori ^^) e il premio in palio alquanto poco invitante (una mia poesia scritta su commissione) perciò… cominciamo:

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Orda d’Inverno - Vincenzo

Il corpo è adagiato lì, in quell’incavo circolare di terra sgocciolante e scabra. È una figura filiforme quasi, con  rosse ciocche guizzanti che s’avvolgono attorno al collo, il viso come la pelle è pallido, fin troppo, tanto che si riescono a scorgere i capillari, ben visibili. Morto è abbandonato su quell’alcova, dove più in là l’erba vivida è orlata dalla brina, simile a una cortina matrimoniale. Il cielo è però incorniciato da nembi che hanno contorni sfavillanti, illuminati dal sole rifulgono felicemente, sta per piovere nonostante tutto e sono lacrime quelle che cadranno, e quando note imperiose  sibileranno nell’aria immota la storia comincerà. Dopo, qualcosa simile a pioggia ricadde, scivolando su un viso altrettanto pallido che continuava imperterrito a contemplare il corpo coperto malamente da un candido lenzuolo lacero.

Disperazione ci chiama.

Una flebile brezza s’infiltra tra le goccioline che battono piano e senza esitazioni, e comincia ad arpeggiare, ed insieme parole squarciano il foglio ingiallito e vizzo di un recente quotidiano, narra una storia. Il ragazzo, lo spettro, il fantoccio, arpeggia lentamente le corde di una chitarra metal. La storia comincia.

« Cantami O Inverno delle tue orde gelate, candide fluttuano di rosso macchiate…

C’è gente, certa gente, che si veste di inutili e sfarzosi abiti, ma poi è nulla dentro, e c’è gente che indossa stracci ma dentro è nobile. La piazza rossa sembra una fortezza, un titano al centro di Mosca e la neve su di essa ricade  a fiotti, adesso rassomiglia sempre più ad un monumento, arcaico e distante, troppo;  sorge oltre l’orizzonte.

Il gelo s’infiltra negli spifferi delle mantelle e grida uno strano e stridulo perdono, perdono forse per quella figura accovacciata nell’angolo di uno dei tanti meandri che, avvolta come una fagotto nel suo mantello, freme sulle soglia della morte contorcendosi, è nella sua breve agonia che si ode quanta tristezza aleggia nell’aria, dove glosse narrano imperiose avventure d’impavidi cuori.

« Sarà forse perché giungi tu,a portar morte…

Ci sono uomini nerovestiti che però, per colpa della neve canuti diventano. Si muovono lentamente, incespicando fra la neve imprimendo le loro vestigia su di essa, boccheggiando formano le nuvolette e mentre l’aria si condensa nello spazio circostante, uno di questi la osserva assumere le forme più strane e deciderne quindi il significato. Dopo si scopre, l’uomo, a rimirare l’orizzonte, era bramoso di conoscerla… la sua dama. Cingendosi nella mantella sospira, rammenta che sono stati promessi in sposi fin da fanciulli e da allora, benché l’abbia malamente vista una volta sola, è terribilmente preoccupato di perderla. Una lacrima gli riga il volto, gettando un occhiata vede il fagotto accovacciato nel marciapiede. Tristezza.  Ripensa alla sua bella, cosa starà facendo adesso? , ha paura che si stia avvolgendo fra le braccia di un altro uomo. Forse è così. La lontananza li ha divisi, l’impossibilità di amarla  è lancinante, gli  fa male pensarla; ogni volta la sua mancanza gli infligge una stilettata, ma sapere che lei non rammenta nemmeno di lui fa ancora più male.

«Sul dolce viso della principessa, foglie smunte gracchiano felici…

È l’ultimo arpeggio, rimane solo una melanconica via fra i floridi cipressi ondeggianti del cimitero.

L’uomo, che Elas è nominato, tossisce violentemente, mentre qualcuno, uno del suo drappello, gli si avvicina dandogli pacche sulla spalle e assicurandosi della sua salute. Sono gli amici, che come tante illusioni si  fanno strada susseguendosi nel corso della vita, sono solo inutili frottole; non esistono.  D’un tratto si rende conto che pure il suo amore è una bugia, e come una bugia non si distingue. Un'altra ombra fra le ombre, che si confonde spasmodicamente fra la gente che la circonda, cresce e si plasma, ma il suo amore non crescerà mai, perché non è nato. Ma lui la ama, non sa perché ma la ama. La ama terribilmente, come non ha mai amato nessun altro, ne è certo. E tutti i suoi dubbi diventeranno fragili mele di cristallo, concreti, frantumandosi al suolo di un parquet regale. Già ci si vede, sfacciato com’è, a crucciarsi piangendo disperatamente per l’amor perduto. Lui, proprio lui, misterioso viandante in cerca dell’amore sconosciuto, lui lo avrebbe voluto scoprire, ma… Poi colto dai suoi pensieri, per poco non cade al suolo innevato.

« Elas ti senti bene?» È una voce assente distante per lui.  Insignificante ripete una frase che ritorna sempre e non si stanca di chiedere, disperatamente ma senza  preoccupazione alcuna.

« Io… la… am…» Lontano, all’orizzonte cinereo, una megera con la scure in mano prepara la sua venuta. Si posa una dito sulle labbra Elas.

« Stiamo andando da lei… tranquillo, Mosca non è lontana. »

E così che Mosca viene, sfavillante rifulge fra le altre e Elas la rivede, come di consueto diciassette anni prima l’ha vista, ma non sembra uguale, forse perché dovrebbe diventare sua? No. Non lo sarà mai.

Il portone cigola sui suoi passi, quando l’uomo lo spinge questi getta il suo clangore lontano. L’occhio dell’uomo poi viene accecato dal riverbero di una spilla argentata nel giardino oltre la selva di sbarre in acciaio. Due figure contorte si parlano sussurrandosi flebili parole d’amore, avvolgendosi in dolci viscosi colate di miele. L’eden giace spento per via della mortifera neve che l’ha sopito in attesa dell’arrivo di Primavera, che forse verrà facendo riaffiorare dal suolo fiori dalle svariate forme e dimensioni. I due, incuranti dell’uomo che avanza con bramosia  e tristezza vedendo la sua dama al cospetto di un re degno di quel nome, ancora si scambiano parole d’amore. Elas estrae metodicamente un pugnale dalla fondina, dietro di lui nessuno è pronto ad ostacolarlo, dietro di lui è desolazione.

La fluente chioma dorata e riccioluta del principe è abbagliante e i suoi occhi azzurri sono intrisi là, dove il mare è più blu. L’uomo indossa un giustacuore di cuoio marrone, di più non so dirvi perché di più Elas non vide; i suoi occhi erano accecati dalla rabbia, addosso a l’uomo c’era lei. Splendida con lo sfarzoso abito scarlatto, i capelli rossi e anch’essi ricci e un monile le splendeva sul collo, ornato da inutili orpelli.

«Sai? Io per te morirei…» Disse fior di labbra lei, carezzandogli la guancia pallida e gettandosi al suo petto. Il giovane principe vede finalmente l’ammantato, lo vede puntargli il pugnale e senza contegno affondarlo. Il pugnale affonda nel ventre dell’uomo, sfondando il giustacuore… No. È un abito vermiglio, e il sangue è quello di una donna. Foglie presero a vorticare e posarsi al dolce viso della principessa che lentamente giungeva all’Ade cadendo al suolo latteo. Elas la vide… vide le stille rosse avvolgersi nei candidi lenzuoli della neve. Come volevasi dimostrato era una storia impossibile. Rosso su bianco, due stelle infrante fragili e forti allo stesso tempo, un amore che non c’è. Gli occhi del principe assumono un azzurro slavato e sgranati l’osservano, Elas si sente osservato. Il principe urla, squarciandosi la gola urla la sua disperazione. La storia è finita.

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Giudizio:

Stile esageratamente confusionario. Preferivo la vecchia versione che avevi preparato per la scadenza di Maggio, più lineare e semplice ma allo stesso tempo anche più espressivo. Cercando di migliorarlo ho avuto l’impressione che hai fatto prendere al racconto una piega totalmente diversa, in cui comunque ogni elemento va scovato a fondo e non emerge invece come dovrebbe dal testo.

I primi versi ricordano in maniera un po’ fastidiosa il proemio dell’Iliade, quando invece avrebbero potuto mantenere toni più adatti al contesto. Si nota che è stato scritto con forza, e ne apprezzo il dovuto impegno.

Per la trama, hai saputo intingere ogni parola del dolore di quest’uomo che non può raggiungere la sua amata, e che anche avendola di fronte non è capace di sciogliere la sua freddezza mistica. Seguendo gli elementi, avrei preferito qualcosa di più leggero, come dimostrerà più in là la mia idea di racconto, ma comunque resta nel tuo stile pervadere tutto del sentore di una dolce sofferenza e malinconica morte.

Concordo con diversi dei principi citati, inseriti giustamente in un buon contesto. Sarà l’abitudine al tuo modo di scrivere, ma anche le divagazioni sparse contengono buoni spunti ricchi di significato che ho apprezzato molto.

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(Senza Titolo) - Francesca

Tick.

Il semaforo è rosso. I motori sono fermi nel traffico, sbuffano e borbottano impazienti di partire.

L’ululare delle sirene della polizia giunge distante alle orecchie; decine di tacchi e di piedi attraversano le strisce, veloci come le dita di un pianista sulla tastiera.

Tick.

Il semaforo diventa giallo. Il ritmo dei passi sull’asfalto aumenta e il rombare delle auto pronte a partire si fa più forte. La strada è sgombra, le strisce libere, ma il verde si fa attendere ancora un po’.

Tick.

Le gomme stridono, i clacson protestano contro i più pigri. Non c’è tempo da perdere in una città come quella.

Siamo a New York, in Worth Street, nel cuore della grande mela.

È luglio. Il sole è allo zenit, nel pieno del suo splendore. Si specchia vanitoso sulla superficie liscia dei vetri dei grattacieli, abbagliando chiunque osi alzare lo sguardo.

Lo smog e l’afa tagliano il respiro; le immagini tremolano per l’innumerevole calore.

All’altezza dell’incrocio con Centre Street, si affaccia sulla strada un piccolo spiazzo.

La piazzetta pullula di gente in fermento e il vociferare confuso e ininterrotto della folla disorienta l’udito.

Gli unici punti fermi in quel vortice di rumori e persone sono la fontana al centro della piazza e un ragazzino.

Avrà non più di dieci anni. Il colore dei capelli lisci, lunghi fino alle spalle, è quello del grano che brilla al sole. Alcune efelidi punteggiano qua e là il naso e le guance; gli abiti che indossa sono mal ridotti e di almeno due taglie in più rispetto alla sua.

È magro, ma non molto alto. La sua posizione non permette di decifrare il colore degli occhi, o anche solo di capire se siano chiari o scuri. Lo sguardo è basso, concentrato sulle dita che scivolano veloci e decise lungo le corde della chitarra elettrica.

Le note sono impercettibili tra il fragore della fontana e la confusione della piazza. La vita procede indifferente attorno a lui …

1 dollaro e 59 centesimi. Un po’ poco per mangiare un pasto decente quel giorno.

Sam raccolse i soldi nella custodia della chitarra elettrica e se li infilò in tasca. Ripose con cura lo strumento e se lo caricò in spalla. Chiunque, guardandolo da dietro, avrebbe pensato che fosse troppo grande rispetto alla sua misura.

Si incamminò lentamente lungo la strada, col sole che picchiava forte sulla testa e sotto il peso della sua musica …

Alzò lo sguardo e lesse l’insegna rossa: “Da Jerry”.

Jerry era un italiano che aveva fatto fortuna in America. All’inizio il suo era uno squallido locale in una delle zone poco prestigiose di New York. Ora era il miglior ristorante italiano della città.

Sam spinse la porta in vetro. Il suono delle campanelle poste all’entrata preannunciò il suo arrivo, ma il locale era così pieno che nessuno ci fece caso.

Il ristorante si divideva sostanzialmente in due ambienti. Il primo era stato appositamente pensato per clienti desiderosi di consumare un pasto veloce. Lo si capiva perfettamente dallo stile “fast-food” dell’arredamento, con diversi tavolini posizionati accanto la vetrata del locale e il lungo bancone con gli sgabelli.

Sulla destra, invece, una porta a due battenti separava questo ambiente da un secondo decisamente più elegante, e pensato per chi avesse un palato più raffinato.

Era questo uno dei punti di forza di Jerry: sapeva accontentare ogni gusto.

Sam non aveva mai messo piede in quell’ala del ristorante. Ne riusciva a scorgere solo la moquette rossa, la luce rilassante e l’elegante mobilia, ogni volta che un cameriere passava dalla porta.

Si avvicinò al bancone e sedette su uno sgabello ancora un po’ troppo alto perché riuscisse a salirci senza troppe difficoltà.

Come nella piazza, anche nel ristorante la confusione non mancava. I camerieri saltavano come grilli da un tavolo all’altro per prendere le ordinazioni, altri entravano e uscivano dalla cucina per servire le pietanze. I clienti chiacchieravano indisturbati. C’era chi parlava al telefono e persino chi riusciva a leggere il giornale in quel trambusto. Il tutto accompagnato dal continuo scampanellio provocato dai clienti in entrata e in uscita dal ristorante, e il tintinnio delle posate nei piatti.

«Ecco a lei»

La voce familiare di un uomo fece voltare Sam verso la direzione dalla quale proveniva. Un uomo grassoccio, calvo e con enormi baffoni neri, stava porgendo un piatto di bistecca alla fiorentina a un cliente seduto a poco più in là.

L’odore di carne arrostita e appena bruciacchiata aleggiò fin sotto il naso di Sam. Il suo stomaco protestò violentemente, al punto da fargli credere che fosse stato il brontolio ad attirare l’attenzione dell’uomo su di lui.

«Ehilà! Guarda chi si rivede! Come va piccoletto?»

Sam odiava esser chiamato piccoletto da Jerry. I primi tempi lo guardava truce ogni volta che lo faceva. Adesso non ci faceva più caso, e si era abituato a quel modo di fare sempre burlesco del ristoratore.

D’altra parte, Jerry si era sempre mostrato gentile nei suoi confronti. Avrebbe potuto cacciarlo dal locale in qualsiasi momento e ogni volta che ci metteva piede, soprattutto a causa degli abiti logori che indossava e la puzza di sudore e di sporco che spesso si portava dietro, e che faceva storcere il naso a molti clienti. Proprio come quello seduto poco distante da lui e che in quel momento lo guardava disgustato dalla testa ai piedi.

Nonostante le occhiatacce, Jerry lo accoglieva sempre con entusiasmo.

«Scommetto che hai fame!» gli disse, mentre era già diretto in cucina. Sam sorrise.

L’hamburger e le patatine erano spariti, e il piatto era lucido come appena lavato. Sam bevve l’ultimo sorso di cola. Jerry si avvicinò e con un largo sorriso esclamò:

«Sei il mio miglior cliente! Con te non si butta via niente!»

Poi Sam prese i pochi spiccioli che aveva guadagnato quel giorno, sapendo già che non sarebbero bastati per pagare il pasto. Li poggiò sul bancone e Jerry scosse con decisione la testa.

«Non pensarci neanche! Offre la casa!»

Sam non mosse dito per riprendere il denaro. Allora Jerry prese le monete e le piantò in una mano del ragazzo.

«Insisto»

Sam si arrese. Annuì lievemente col capo guardando con gratitudine il ristoratore.

Era sera ormai. Il buio cominciò ad allungare il suo mantello scuro sulla città, e New York ora luccicava come uno Swarovski. Tuttavia Sam non era più nel centro di New York, ma in una zona più periferica e isolata della città. Le gambe gli dolevano da morire per la corsa …

Dopo aver suonato ancora in strada, con scarso successo per le sue tasche, Sam aveva deciso di lasciar perdere per quel giorno e tornare in quella che era “la sua casa”: un magazzino abbandonato.

Così era salito su un autobus e si era accomodato in fondo. Osservava le immagini scorrere sotto i suoi occhi, con la testa poggiata da un lato sul finestrino. Gli piaceva viaggiare. Lo rilassava e gli concedeva un po’ di tempo per pensare.

Una brusca frenata, poi, lo aveva ridestato dai suoi pensieri. L’autobus era fermo per far salire dei passeggeri, ma con loro c’era anche un controllore.

Dapprima l’istinto gli suggerì di scappare, ma le porte si stavano già chiudendo e una sua mossa avrebbe messo in allerta il tizio. Perciò restò al suo posto. Era in fondo, quindi il controllore ci avrebbe impiegato un po’ per arrivare a lui. Se era fortunato la prossima fermata sarebbe giunta prima ancora che si avvicinasse.

Ma non era stato così fortunato. A un centinaio di metri dalla fermata, l’autobus si era bloccato nel traffico.

Il controllore era più vicino, e aveva lanciato già un paio di occhiate a Sam quando si era alzato per avvicinarsi all’uscita come niente fosse.

Il mezzo di trasporto si muoveva a rilento e lui era sempre più nervoso. Si reggeva a uno dei pali dell’autobus, le mani scivolose per il sudore.

Una signora di mezza età e poi sarebbe stato il suo turno. Mentre la donna cercava il suo biglietto nella borsa, il controllore lo guardò di sottecchi. Doveva aver capito. Chissà da quanto tempo svolgeva quel mestiere, tanto da riuscire a riconoscere con un solo sguardo chi fosse in regola o meno.

L’uomo si avvicinò a Sam.

«Biglietto»

Il ragazzo rimase dov’era, pregando che l’autobus si muovesse al più presto.

«Non hai il biglietto, vero? Come ti chiami?»

Sam era muto. Continuava a fissare la strada per verificare quanto mancasse alla fermata.

«I tuoi genitori lo sanno …»

L’autobus si mosse. Finalmente il traffico si era liberato. L’automezzo raggiunse la fermata e spalancò le porte.

Sam saltò fuori, mentre il controllore alle sue spalle urlava:

«Ehi tu! Torna qui!» e si gettò al suo inseguimento.

Durante la corsa, Sam urtò un paio di persone, ma riuscì comunque a tenere un vantaggio sul controllore e infine a seminarlo. D’altronde non era la prima volta che lo rincorrevano.

Adesso era fuori pericolo, ma terribilmente stanco. Non aveva osato prendere un altro autobus per quella sera, e fu costretto a percorrere diversi chilometri a piedi. Era in una strada deserta a quell’ora e in quella parte di New York. L’unico rumore erano le sue scarpe che strusciavano sul marciapiede.

Doveva camminare ancora un po’ per giungere a destinazione. Si fermò un attimo per riposare. Poggiò la chitarra accanto un palo di un lampione.

Non appena le spalle e la schiena furono libere dal peso, Sam si stiracchiò per allungare i muscoli. Aveva dolore ovunque.

Gironzolò lì vicino senza allontanarsi troppo dallo strumento. Un cartellone appiccicato a un muro attirò la sua attenzione. Ritraeva una donna di profilo, con la mano poggiata sotto il mento. Le labbra rosse fuoco, disegnavano un sorriso malizioso, i capelli biondissimi erano sistemati in un’acconciatura riccia.

Indossava una maschera nera con splendenti brillanti sotto gli occhi castani.

Sam rimase affascinato dalla bellezza di quella donna. Non sapeva spiegarsi il perché, ma c’era qualcosa in lei che lo attirava. Sotto la sua immagine c’era scritto “Ikkuna Prinsessa”.

Poco più sotto era indicato il nome di un locale notturno, una data e l’ora: “Blue Night - 10 Luglio 2010 – ore 00.00”.

Sam conosceva quel locale. Ne ricordava l’insegna blu fluorescente e il viavai di persone, ma soprattutto di uomini. Ci passava davanti tutte le sere per arrivare a casa.

Prese la sua chitarra e si incamminò nuovamente.

La luce blu del “Blue Night”si rifletteva sul volto di Sam. Davanti dall’entrata c’era un enorme buttafuori pelato.

Il ragazzo andò sul retro del locale: doveva esserci sicuramente un altro modo per entrare.

Girò l’angolo e immediatamente vide una porta grigia in metallo. Non aveva maniglie all’esterno.

Provò a spingere, ma era bloccata. Si guardò intorno alla ricerca di un’alternativa. Cosa lo spingesse tanto a insistere, non sapeva dirlo.

Vide una finestra bassa, di quelle piccole e rettangolari poste a livello della strada. Si avvicinò e si sdraiò per dare un’occhiata dentro. Nel locale c’era una luce soffusa, rossa e calda. La sala era piena di uomini seduti al bar o nelle proprie poltrone attorno ai tavolini. Alcune ragazze servivano loro da bere.

In fondo alla sala c’era un palco, vuoto e con le tende rosse tirate. A un tratto le luci si spensero, ad eccezione di due fari puntati sul palco, e una musica lenta si diffuse per tutto il locale.

Le tende si aprirono lentamente. Lei era al centro del palco, la maschera nera sul volto e sensuale come nessun’altra.

L’immagine non era perfettamente chiara a causa del vetro sporco di polvere, ma Sam riusciva comunque vederla camminare verso il pubblico. Gli uomini la osservavano imbambolati, probabilmente desiderosi di togliergli i striminziti vestiti che aveva indosso.

Sam, invece, la guardava in modo diverso. Cercava di immaginare il suo volto senza maschera, e non il suo corpo senza vestiti. Sentiva che qualcosa in lei gli apparteneva.

L’Ikkuna Princessa tornò verso il palco, salì gli scalini e si voltò verso gli spettatori. Slacciò la maschera. A Sam batteva il cuore. Finalmente l’avrebbe vista. Ma prima che potesse toglierla dal viso le tende si richiusero su di lei. La sala divenne un tripudio di applausi.

Sam si senti sollevare con forza da terra.

«Che ci fai tu qui? Queste non sono cose da ragazzini!»

Era il buttafuori pelato dell’entrata. L’uomo lo spinse verso la strada, senza alcuna delicatezza.

«La prossima volta che ti pesco qui, non sarò così generoso! E ora va!»

Fortuna che era stato generoso! Sam si ricompose e andò via.

Lo sfarfallio del lampione lo riportò alla realtà. Lungo tutto il tragitto non aveva fatto alto che pensare a quella donna. Cosa c’era di così speciale in lei da spingerlo a cercarla?

Voltò a destra e si infilò in un vicolo cieco. Ai suoi passi, un gatto scappò dal cassonetto della spazzatura.

Si diresse verso una vecchia porta in legno. Alzò la barra che la bloccava ed entrò.

Ad accoglierlo il solito vuoto e silenzio del magazzino abbandonato. Raggiunse un angolo dove erano distesi alcuni stracci. Si sdraiò lì, con le mani dietro la nuca e la chitarra al suo fianco.

Guardò in alto, attraverso il vetro di una finestra rotta. Le stelle lo guardavano con spietata indifferenza. La loro lucentezza ricordò a Sam i brillanti della maschera che la donna indossava.

Il volto di lei fu l’ultima cosa che vide prima di addormentarsi…

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Giudizio:

Stile privo di inutili orpelli, scorre via in pochi minuti di piacevole lettura. A tratti mi ricordava lo stile di Licia Troisi, e siccome qua pare che la conosciate un po’ tutti non mi perdo a spigarvene il motivo. Bello, veramente bello, anche se mi dispiace un po’ il fatto che per mancanza di tempo e disorganizzazione non hai potuto consegnarmelo completo.

La trama è perfettamente attinente alla mia idea, perciò questo ti fornisce tantissimi punti utili per una possibile vittoria. Sei stata davvero brava a gestire gli episodi, riuscendo a collegarli bene l’uno all’altro, invece di far sembrare il racconto un’accozzaglia di eventi senza capo né coda come avrebbe rischiato di essere.

L’attenzione ai particolari è ciò che ho apprezzato di più: permette di immergerti nella visuale fanciullesca della vita di città, dove i sensi si fermano anche sull’impercettibile e vagano oltre alla normale percezione adulta e superficiale. Gli elementi sono stati sviluppati pienamente tutti, quindi direi che l’incompletezza del racconto va sorvolata, visto che l’obiettivo è stato comunque raggiunto.

Forse avrei gestito meglio la figura della donna, esageratamente maliziosa o comunque non adatta al nome che porta. L’esibizione, per evitare come hai cercato di descrivere seriamente un Night Club, l’avrei comunque arricchita e allungata. L’entrata e uscita dalla scena sono troppo vicine, sembra una sfilata, quando invece avrebbe potuto danzare o cantare senza comunque finire nel volgare. Per meritarsi un cartellone pubblicitario di tali dimensioni, andavano migliorate le peculiarità della donna. In ogni caso ti faccio i miei complimenti, è stata la lettura più piacevole di questo (piccolo) contest.

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 Lotus - Cesare

 

Una lacrima nera scorre sul mio volto, e brucia come fuoco liquido. La tristezza non dovrebbe essere un mio sentimento, mi dovrebbe essere precluso. E allora perché continua a corrodermi senza sosta?

Le montagne di ossa sotto di me tintinnano e mi ricordano tutto quello che avevo compiuto. L’ingiustizia verso di me è immensa; davvero sono destinato a una vita così dannata?

***

Colpita dalla mia falce, la donna è esanime tra le mie braccia. Una cascata di capelli neri pendono dalla sua testa e quasi toccano terra. Così giovane. Rosa di rugiada. L’ho dovuta portare via e ora giace, bianca e nuda, tra le mie braccia.

Uomini. Incapaci, stupidi, spietati, indegni; eppure così fragili.

Lotus 2Una lacrima nera scende ancora sulla mia maschera bianca. Cade. Lenta, sferica, splendente colpisce l’esanime e un suono sordo e freddo rimbomba. Il corpo si tramuta in polvere.

Una lacrima. Ancora.

*** 

Sono il bene? Sono il male? Non so, ma brucia.

***

Palazzi devastati, crepati, in parte crollati. Carri armati, bombe, armi. È questa la guerra?

Una bambina sta ai miei piedi, ma non mi vede. Sdraiata supina, cerca invano di rimanere aggrappata alla sua vita. Poco più in là una grande voragine è stata creata dalla mina antiuomo.

Mi avvicino al suo volto, contorto in un’espressione di dolore; vedo i miei occhi, cerchi gialli e rossi che si alternano, nei suoi, puri e verdi. La smorfia scompare. Mi alzo e prendo per mano la sua anima. Mi guarda con occhi vitrei. Una donna si precipita sul corpo della bambina, ma è troppo tardi.

Mine nere esplodono.

Lacrime bianche scorrono.

Cuori rossi si spezzano.

***

La valle di ossa mi fa sentire ingiusto. Guardo in cielo, le stelle cercano di consolarmi.

Anime pure cercano, dall’alto, di redimermi.

Non possono.

***

Mi sento un intruso. Non sto adempiendo ai miei compiti.

La musica mi dà rifugio. Avvolto nelle note, la tristezza viene coperta per un attimo.

La melodia s’incrina, la tristezza vince. L’umano piacere sbiadisce, distorto dal mio essere.

Mi sento un intruso. Non sto adempiendo ai miei compiti.

***

LotusNon si può provare piacere nel mietere anime? Perché devo provare tanto grande tristezza?

Non sono umano. Non sono etereo. Riesco a sentire solo la tristezza. Sono spinto a mietere anime da qualcosa che non comprendo. Sebbene odi la valle di ossa ci sono relegato. Ingiustizia.

Un fiore di loto è trascinato dalla corrente del fiume.

***

La mia maschera bianca è solcata da due righe nere. Ogni pensiero sembra inutile, ogni speranza sembra vana.

Perché devo essere così inconsapevolmente spietato? Perché devo infrangere così tanti cuori? Tuttavia gli uomini continuano a uccidersi a vicenda. Rendono tutto così difficile.

Forse solo la Morte capisce il valore della Vita?

***

I miei pensieri non anestetizzano il dolore. Le lacrime continuano a corrodere la maschera.

Note di carillon risuonano nella valle di ossa: una nuova attività da compiere.

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Giudizio:

Stile anche qui semplice, però con scelte lessicali consapevoli e adatte al contesto. Un inizio grandioso, che fa prospettare un racconto vivo. Peccato però che proseguendo verso la fine l’attenzione si smorza, la ripetizione di vocaboli ed espressioni perde la sua sottile poeticità e il ritmo anche ha le sue perdite.

Trama interessante, che però avrei preferito notare in un ambiente fuori da ogni tempo e illusione, che invece qua è stata inserita in un presente difficile che ne smorza l’impatto emotivo, forse però con l’obiettivo di inquadrarne meglio il messaggio.

Gli elementi li sento però accostati in maniera priva di fili logici fra loro, come immagini forzate in una trama che facilmente avrebbe retto da sola senza il loro appoggio. Interessante la scelta della prima persona, che limita l’inquadratura del personaggio, lasciando molto adito a interpretazioni diverse eppure, credo, tutte egualmente valide.

Molto apprezzata la scelta cromatica, limitata e seria, che ne valorizza il significato e conduce in qualche modo la sofferenza morale del narratore nel suo intimo percorso di analisi.

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Il Vincitore

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 Non vi trattengo di più dalla trepidazione.

Dichiaro Vincitore del primo contest del mio blog…

Francesca!         

I motivi si possono riscontrare tutti nel commento che ho fatto al suo racconto, e anche perché è colei che ha centrato meglio la mia idea. Ho seguito da lontano il progresso del suo racconto, so il suo impegno, e la premio ancor di più per il fatto di essere stata quella più coinvolta ed entusiasta del mio contest.

Perciò, complimenti davvero. Ora comincia a pensare al genere di poesia che vuoi che scaturisca dalle mie mani, agli elementi/citazioni che vuoi all’interno, alle emozioni che speri essa possa suscitarti. Ma per questo contattami per mail ;)

Ulteriori complimenti vanno naturalmente agli altri due partecipanti, Vincenzo e Cesare, Grazie per avermi allietato con i vostri racconti ed esservi impegnati nella loro rispettiva stesura.

La mia versione

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Ecco quindi la mia idea di racconto. Mi sono divertita non poco a scriverlo, soprattutto per lo stile frizzante e senza addobbi che ho utilizzato stavolta. Le parole scorrevano veloci, così come la canzone che mi accompagnava in ogni passo. Buona lettura :)

P.S.: Le immagini sono tutti scorci della mia amata Finlandia, dove è ambientato il racconto ^^

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Ikkunaprinsessa

 

Lo stridio di una macchina che frenava, lo scroscio della pozzanghera che fece scivolare l’auto un po’ più avanti di quanto si sarebbe voluto. Dalla fretta di attraversare la strada, non notai che mi avevano quasi investito.

Raggiunsi velocemente il marciapiede opposto, e proseguii dritto finché non trovai una tenda rigida sotto cui ripararmi. Prima stavo suonando tranquillamente ad un angolo della piazza, quando nubi nere e temporalesche avevano offuscato la luce del tiepido sole primaverile, e nel giro di poco aveva cominciato a piovere. Avevo appena fatto in tempo a conservare la chitarra nel fodero e a infilarmi il cappuccio, che il cielo si era sfogato con un diluvio che pareva non voler finire.

E ora eccomi lì, ancora mi rivedo, sotto il portico gocciolante di un negozio di periferia a tremare dal freddo, bagnato come un pulcino. Avevo diciassette anni, ma sembravo più piccolo, uno strascico di sogni infranti e nuove idee come carico adolescenziale.

Mi guardai intorno: oltre alla gente che con gli ombrelli correva chi a trovar riparo chi semplicemente verso i propri impegni, non c’era anima viva disposta ad ascoltare la mia musica. Mi voltai verso la vetrina della bottega che tanto gentilmente mi stava ospitando, sebbene fuori e ancora vittima del vento gelido, fino a quando il fortunale non sarebbe scemato. Il vetro era a tratti appannato, ed era così sporco che l’immagine riflessa mi arrivava opaca e scurita. Ma non v’era dubbio, quel bastardo dai capelli biondi appiccicati alla fronte e gli abiti stracciati, il manico di una chitarra che spuntava da dietro la schiena e che ora mi sorrideva di rimando, beh, non potevo che essere io.

Il mio sguardo però non si soffermò a me, che, diciamolo, in quella situazione non ero per nulla un bello spettacolo; bensì andò oltre, e scrutò ciò che la vetrina lasciava intravedere del locale. Capii subito che si trattava di un negozio d’abiti, forse una rivendita degli scarti delle vecchie stagioni, poiché ogni capo d’abbigliamento esposto era semplicemente orribile. In un angolo c’era anche una sorta di riproduzione tutta imbrillantinata di qualche ballerino anni ’70, con i pantaloni a zampa e un’inguardabile parrucca cotonata. Davanti all’entrata, un cartello scarabocchiato con inchiostro nero recitava: Chiuso per lutto. Perfetto, meglio di così non poteva andare, davvero.

Un attimo, in quel negozio non era però proprio tutto da buttare. Un manichino discostato dagli altri, posto affianco al bancone della cassa, era fiocamente illuminato da una lampadina rimasta accesa. Ritraeva una figura alta e longilinea, lunghe braccia leggermente aperte e le gambe messe in una posizione che dava l’impressione che stesse camminando. Era una donna attraente e dallo sguardo coperto da un cappello in paglia, la larga banda della visiera decorata da nastri color pesca portava un’ombra sottile sul volto, che quasi non riuscivo a scorgere a causa della lontananza. Ma qualcosa mi diceva che sotto si nascondevano delle gote rosee e un paio di labbra cremisi, come bagnate di succo di fragola, forse un naso appuntito, e anche delle lunghe ciglia nere per far risaltare degli occhi verde smeraldo. Proseguii ad esplorarne le forme arcuate, soffermandomi sui seni piccoli che spuntavano timidi ricoperti da un abito leggero. Sotto il petto c’era un cinturino in pelle marrone dalla chiusura dorata, al cui lato era attaccata una catenina sottile che ogni tanto sembrava mandare bagliori ramati. Il vestito arrivava alle ginocchia leggermente sbozzate, e la gonna a veli si spostava, alzandosi, mossa da una corrente d’aria proveniente da chissà dove. I piedi erano chiusi in degli stivaletti in camoscio rossastro. Sul polso sinistro, stretto con un fiocco, c’era una fascia a cui era attaccato un piccolo girasole.

Mi venne da pensare al vecchio barbuto che doveva essere il padrone dell’attività, me lo immaginai a spogliare quella donna così perfetta. Quasi lo rividi chinato a stringere il fiocco del bracciale a girasole, con una cura che mal si addiceva alla sua figura dispotica e addetta alla poltroneria. Da un lato avrei voluto essere al suo posto, poter calcare il cappello su quel viso e quindi assaporarne i tratti gentili, sapendo che sarebbero appartenuti solo a me. Dall’altro lato, però, mi crogiolavo a cercare di scoprire da solo la mia dama, ammirarla al di là della lamina in vetro appannata dal mio caldo respiro. Amarla.

Sembrerà strano, ma in quel momento mi ronzava in testa questa storia. Una melodia da tracciare il giorno dopo sulla chitarra stava prendendo forma, piano, nella mia mente di giovane rocker. Erano note sgrezzate in una figura di plastica e cera, come lei, e attendevano di essere denudate per brillare nella loro gracile essenza. La amavo. Dio, se non mi ero beccato un malanno per colpa di tutta quella pioggia ed ero sano di mente, ero pronto a giurare che il mio cuore in quel momento stesse battendo, forte e veloce, per un fottuto manichino.

Il giorno dopo mi svegliai di buon’ora. Tornai nella stessa piazza del giorno prima, sperando in un tempo migliore. Ogni tanto qualche starnuto mi ricordava che mi ero buscato un bel raffreddore, e io di rimando pregavo al mio naso di non sgocciolare proprio mentre suonavo.

Mi misi all’ombra di un edificio, all’angolo fra il bar e la panetteria. Tolsi la mia carissima chitarra dal suo fodero, e saggiate alcune corde cominciai a tracciare una motivo appena accennato. Era primo mattino e pochi circolavano, perciò ne approfittai per creare la mia canzone d’amore. Appena avessi visto camminare più gente avrei messo da parte i miei folli esperimenti, e con un sorriso mesto avrei suonato il mio repertorio comune.

Di per sé la chitarra elettrica non è il miglior modo di chiedere l’elemosina, l’ho provato sulla mia pelle. Un tamburello o un aspetto da fanciullo da soli possono molto di più. Il fatto è che se le persone ti vedono strimpellare allegramente, pensano di conseguenza che i soldi ce li hai. Primo perché sorridi invece di piangere, secondo perché altrimenti non si sanno spiegare dove hai preso il denaro per comprarti quello sfacelo di strumento.

Ma io ho una risposta sensata ad entrambe le questioni, peccato che nessuno si degni di chiedermelo. Sorrido perché, cavolo, io suonando mi diverto. E se passassi il tempo a piangere di certo sarei finito all’altro mondo da un bel po’, mentre io la vita voglio tenermela ben stretta. La chitarra è stato un regalo di mio padre, un uomo di cui non ricordo la faccia e che prima di abbandonare mia madre in mezzo alla strada ha avuto questa brillante idea. Non so che pensare di lui, ma alla mia chitarra voglio bene. Attraverso lei ho capito il senso della musica, che non è solo il rumore che esce dai sintetizzatori e dalle radio. La vera musica è il battito d’ali di un gabbiano che sorvola lo scrosciante oceano, oppure è il palpitare del cuore di un bambino che allunga le mani verso il sole. Musica erano le ninnananne che mia madre mi cantava prima di farmi addormentare.

Tornando a noi, quel giorno fui come al solito sfortunato. Racimolai gli spiccioli per una parca cena, e nel frattempo avevo composto però quella canzoncina che mi aveva tormentato tutta la notte. Non che fosse un’opera d’arte, ma mi piaceva particolarmente. Aveva un ritmo tutto suo, anni ’50, e il testo si era quasi formato da sé, esclusi alcuni pezzi che ancora non mi convincevano. Camminavo in ritorno al mio rifugio e ancora la canticchiavo.

Passò un altro giorno, e stavolta ero deciso a mettere in pratica il mio lavoro. Volevo sapere se il pubblico, per così dire, apprezzava. Recandomi alla solita piazza, passai davanti al negozio in cui per primo scorsi la mia dolce principessa. Aveva riaperto i battenti.

Sostai lì alcuni minuti, senza sapere che fare, sotto l’insegna intermittente Glendora’s che mi faceva compagnia. Strano che prima non l’avessi notata; ora i neon rosati si accendevano accecanti, producendo un ronzio fastidioso a cui però nessuno faceva caso perché coperto dai motori delle auto, e dal caos cittadino in generale.

Ero ancora indeciso su cosa fare. La scritta che annunciava la chiusura dell’attività era sparita, ma ancora non ero riuscito a scorgere nessuno dentro. Il vetro sembrava essere pulito, o forse era la luce del cielo limpido a permettermi di vedere meglio l’interno. Era più curato di quanto mi aspettassi: c’erano cianfrusaglie ovunque, ma tutte messe con un ordine loro, raggruppate per tendenza e colori. Nonostante fosse palese che il locale fosse troppo piccolo per tutto quell’abbigliamento, si erano conservati stretti corridoi fra uno scaffale e l’altro, tanto da dare l’effetto di trovarsi in un labirinto dalle siepi arcobaleno. Il mio manichino era ancora lì, affianco alla cassa, e sembrava invitarmi ad entrare.

Mi feci coraggio e… no, non aprii la porta. Lasciai scivolare la mano sulla vetrina e mi voltai, andandomene via fischiettando allegramente, come se così facendo dissimulassi quel mio atto di bizzarra vigliaccheria.

Dovete sapere che Helsinki è una città molto, ma molto strana. Ci stavo pensando proprio allora, sgambettando per il Kauppatori mentre mangiavo un po’ di fagioli racimolati fra le varie bancarelle. L’odore del pesce era come al solito mitigato dalla fredda brezza marina, e nell’aria si spandeva il sapore dolciastro di tè ai frutti di bosco e di vino caldo. In alto, a volare con le ali spiegate, decine di gabbiani mandavano ogni tanto i loro stridii. Lungo tutto il mercato si incontravano diversi capannelli di turisti, spesso accostati attorno ai banchi di souvenir o a mangiare il pesce caldo sulla banchina. I finlandesi invece camminavano svelti, silenziosi, e il loro chiacchiericcio era molto sommesso, quasi carezzevole. Non ero ancora deciso se considerare la mia città strana perché vi vivevo io, o per qualche altro vago motivo. In effetti non potevo portare nessun argomento a favore della mia tesi, solo che i palazzi, la gente, tutto in generale, mi mettevano addosso una sensazione inspiegabile. Mi pareva di trovarmi sempre fuori luogo.

E per questo forse davo la colpa a lei. Helsinki sa prendersi tutti gli oneri di una madre generosa ma severa, e così ne approfittavo anch’io, tanto da mettermi fra le sue grazie e poi criticarla al primo accenno di brutto tempo. Se io non trovavo un posto dove stare, era perché si era dimenticata di farmi spazio fra tutti i suoi figli. Non poteva essere altrimenti. D’altronde, a diciassette anni non ero in grado di assumermi nessuna colpa. Assolutamente. Animo puro. Quasi.

Lavorai per la mattinata intera, appostato sulla banchina del porto. C’era un via vai molto accanito, così ebbi la possibilità di racimolare un buon guadagno. Verso mezzogiorno feci una pausa, e mi avvicinai a una fontanella che gorgogliava allegramente per abbeverarmi. Si trovava a pochi passi dalla mia postazione, perciò lasciai lì il cappello in cui la gente metteva i soldi, convinto che non sarebbe successo nulla in quei pochi secondi.

E invece non fu così. Un ragazzino si gettò letteralmente sul cappello, agguantandolo, e poi prese a filare fra i vari banconi. Ero rimasto attonito per alcuni istanti, poi realizzai l’accaduto e presi ad inseguirlo, ansante.

Stavo correndo con la chitarra ancora in mano, inseguendo la figura che svelta si faceva largo fra la folla. Mi misi a gridare improperi da lontano contro quello scricciolo del malaugurio. “Ehi, la mia cena! Torna qui, brutto…”

Lo riacciuffai all’angolo di Södra Kajen. Lo presi con forza dalla collottola e lo sbattei contro il muro. I nostri respiri affollati si susseguivano a ritmo irregolare, a volte sovrapponendosi, altre volte cominciando al terminare dell’uno. Il ragazzino non doveva avere più di dieci anni, tanto che i suoi piedi penzolavano di buoni venti centimetri da terra. Terrorizzato ma allo stesso tempo con occhi infuocati, lasciò cadere il mio cappello pieno di spiccioli. Sentii un tintinnare di monete roveschiate, ma non vi prestai caso. L’unica cosa che mi importava in quel momento era fargliela pagare.

“Mi fai male…” bisbigliò con tono rauco. Solo allora mi accorsi di aver stretto un po’ troppo la presa, e che il collo del piccolo cominciava ad arrossarsi violentemente. Lo riposi sul marciapiede come di solito si fa con un regalo non voluto e lo lasciai andare. “Non stavo facendo niente.” mi disse, con un tono di voce che pareva aver riacquistato d’un tratto tutta la sua autostima.

“Vedi di guadagnarti i soldi da solo, la prossima volta.” risposi. Lui mi guardò ancora un attimo, poi fuggì come un lampo lungo la via. A me non rimase che inginocchiarmi come un cane a raccogliere i miei spiccioli, con un’aria così afflitta e disperata, stanca, che dovevo far pena da lontano.

Stavo pensando… ancora non vi ho detto come mi chiamo. Sono Lauri Koivun Onnea. Mia madre, quando ero piccolo, soleva raccontarmi una storia sul mio doppio cognome, che assunsi però solo dopo la separazione forzata dei miei. Letteralmente significherebbe “fortuna della betulla”, e a dire il vero oltre a suonare male non ricorda nulla in particolare.

Mentre mi rimboccava le coperte, Jonsu mi cantava di un albero cresciuto all’interno di un fitto bosco. Si trattava di una piccola e fragile betulla, soffocata dalle possenti vicine querce. Il legno di betulla, si sa, è molto pregiato, e un giorno un boscaiolo si recò nel bosco per procurarsene un po’. Arrivato dove sorgeva la nostra betulla, però, rimase affascinato dalle querce che l’attorniavano, e desistette dal suo obiettivo primario. Prese a tagliare con foga i rami degli altri alberi, e ad ogni colpo la betulla si scuoteva, tremava, temendo segretamente l’arrivo del suo turno. Ma ciò non accadde.

Il boscaiolo, contento del ricavato, caricò la legna sulla sua slitta e tornò a casa. La betulla, un po’ nascosta e salvata dal pregio delle sue vicine, era passata incolume alla sortita del boscaiolo, e potette godere ancora della calma del bosco.

Mia madre fa di cognome Onnea, mentre mio padre Koivu. Lei mi raccontava di essere stata una piccola fortuna, uno sprizzo di lucente gioia nella vita lugubre di mio padre, che fino allora aveva vissuto subissato dal lavoro. L’aveva salvato in più occasioni, quando pensieri cupi si affacciavano alla sua mente, e tutto il carico degli anni appesantiva le sue membra. O almeno fu così finché fra loro ci fu amore.

Da allora sono sempre stato scettico sui rapporti. Sarà che la sofferenza di Jonsu mi ha insegnato a tastare il terreno prima di procedere, o semplicemente non voglio ricadere in errori simili, ma ho sempre creduto che l’amore non fosse cosa per me. Seppure suoni di ciò che potrebbe definirsi romantico, triste e malinconico, finora non sono caduto trappola dell’innamoramento. Finora.

Fu allora che feci la mia prima mossa avventata. Ormai non mi davo pace: mi sembrava di star valicando, non so, i cancelli del paradiso, quando con i miei anfibi inzaccherati di fango fecero il loro ingresso al Glendora’s. avevo l’idea che quel negozio fosse mezzo abbandonato, perché ogni volta che ci passavo, a dire il vero ultimamente molto spesso, l’interno era sempre vuoto. Nemmeno un’anima viva.

Chiudendomi la porta alle mie spalle, sentii alcune campanelle tintinnare sopra di me. Quasi contemporaneamente, un rumore di scatoloni rovesciati mi fece sobbalzare all’indietro, seguito da un gridolino acuto proveniente dal fondo del locale. Dio, una femmina.

Mi precipitai verso il luogo da cui era venuto tutto quel trambusto. Una figura si dibatteva sotto una catasta di vestiti che era caduta da uno scaffale. “Calma, calma…” con le mani rovistai fino a scoprire la povera donna, poi le porsi una mano per aiutarla ad alzarsi. Dal mucchio di abiti intanto era emersa una ragazzina. “Oh, grazie” biascicò, tirandosi in piedi da sola. Imbarazzata, spinse con un piede le stoffe sotto lo scaffale, cercando di fare spazio. “Comunque, io sono Johanne” continuò, porgendomi la mano, visibilmente più a suo agio.

“Lauri” risposi. Non dissi altro, e in verità era già molto che fossi riuscito a dire il mio nome per intero. Ero incantato, anzi no, stregato da quella giovane. I suoi occhi erano di un azzurro ghiaccio che aveva però il potere di riscaldarmi il cuore, e dei capelli mossi del rosso del fuoco le contornavano il volto gentile.

“Cerchi qualcosa?” la sua voce riuscì a distogliermi dalle mie fantasticherie.

“No, io… entro entrato solo per dare un’occhiata.”

“Beh, se vuoi vedere qualcosa in particolare dimmelo; con tutto questo casino in due almeno potremmo scovare qualcosa.” Sorrisi appena al suo buffo modo di parlare, svelto e veloce, e al fatto che più volte aveva ripetuto la parola qualcosa.

“Ti sembrerà strano, ma mi piace quel manichino.” Feci, indicando la mia principessa. Dio, che uscita. Quel giorno avevo davvero il cervello in fumo se fui capace di dire quest’assurdità. Forse devo mangiare di più, così se non altro una circolazione più attiva mi permetterebbe di ragionare meglio.

“Il manichino?” come volevasi dimostrare, avevo fatto la figura del perfetto idiota. Johanne mi guardava stupita, con la faccia di qualcuno che spera di non aver compreso bene.

“No, niente, lascia perdere che è meglio” mi voltai, pronto ad andarmene e dire addio al Glendora’s. Ma lei mi trattenne prendendomi per mano, e mi trascinò fino al bancone della cassa. Prese il cappello di paglia e me lo mise in testa, poi mi porse uno specchietto.

“Certo, fa un po’ effemminato, ma devo dire che stai niente male” disse, trattenendo una risata. Le donne sono fantastiche quando cercano di non ridere: le guance diventano tonde per l’aria trattenuta e le gote si tingono loro di un lieve rossore, la bocca s’atteggia a una smorfia deliziosa che subito nascondono con una mano.

Mi guardai allo specchio. “Sembro un contadino.”

Forse approfittai della situazione, o forse semplicemente stavo cominciando ad affezionarmi. Passai diversi pomeriggi in compagnia di Johanne, che alle sette smontava puntuale dal suo turno al negozio. Ci facevamo un giro per le strade di Helsinki, chiacchierando un po’, magari fermandoci sulla banchina del porto o nei bar sparsi per il centro.

Di lei apprezzavo il fatto che non faceva mai domande personali, e vista la mia condizione non potevo desiderare di meglio. Spiegare ad una ragazza che non si possiede un soldo e si vive elemosinando non è cosa facile, specie se poi le notti le passi in un ostello finanziato dal clero a cui devi la possibilità di un tetto sulla testa.

Un giorno la vidi più allegra del solito, e io accompagnai i suoi sorrisi quando mi mostrò un paio di biglietti per l’Helldone. Cavolo, avevo sognato una vita di andarci, e ora che ne avevo l’occasione quasi non riuscivo a crederci.

Il concerto fu fantastico, ma ancora più fantastica era lei, che saltellava a ritmo e gridava le sue canzoni preferite. Io guardavo il palco, sognando di poterci salire da protagonista, in un futuro lontano, e suonare per lei. Si susseguirono diverse band, poi una canzone, più romantica delle altre, mi fece girare la testa. Non letteralmente, certo, ma mi diede il coraggio di abbracciare Johanne mettendole un braccio attorno al collo, avvicinarla a me, baciarla sotto il suono della batteria e della sensuale voce di Ville Valo.

Così passò il tempo. A volte monotono, a volte veloce come un fulmine a ciel sereno. E io cambiai con esso, un particolare a secondo, in modo da diventare un altro senza accorgermene. La mia musica mutò con me: ora non cantavo più d’amore senza conoscerlo, agguantando sensazioni dall’aria rarefatta degli amanti, ma attingevo al mio cuore per cercare le parole più dolci.

Andai anche quel pomeriggio al Glendora’s. Nonostante la porta del locale distasse da me ancora diversi passi, mi accorsi subito che qualcosa non andava per il verso giusto. Un camioncino bianco e anonimo sostava all’entrata, e alcune scatole sigillate venivano meccanicamente caricate all’interno. Altre erano a terra, dimenticate e aperte, con un mucchio di cianfrusaglie ammucchiate a casaccio. L’insegna era già stata rimossa e non avevo idea di che fine avesse potuto fare.

Johanne uscì dal negozio e mi salutò con una mano. “Chiudiamo,” disse “da quando è morto il vecchio proprietario non aspettavo altro. Il tempo di sbrigare alcune pratiche e svendere quel che si poteva, e ora finalmente mi libero di questo lavoro tedioso.”

“Ma… scusa, non ti dispiace perdere il posto?” ero sconcertato.

“No, dai, ne troverò subito un altro migliore. Non mi preoccupo.” Lei era così tranquilla, che quasi non riuscivo a dare spiegazione al mio comportamento. Sembravo più legato al Glendora’s di lei. “Che ne dici se vieni dentro a darmi una mano?” aggiunse.

Io rimasi ancora un po’ fuori, ammutolito. Fra le cose da buttare vidi la mia principessa.

Sentii un groppo salirmi alla gola. Dopo tutto questo tempo, la chiamavo ancora così. Forse era rimasta la notte fuori, perché la trovavo molto malmessa, e il cartone era umido. Le mancava un occhio, e la plastica del corpo era a tratti graffiata; uno sfregio le trapassava la guancia sinistra, rovinandole il volto. Il girasole sul polso si era spostato a rivelare un taglio da cui uscivano batuffoli di ovatta e l’imbottitura del manichino. Forse quel foro ci era sempre stato.

Giaceva scomposta, tutta la sua eleganza svanita in uno sbuffo invernale. Mi inginocchiai per accarezzarle i capelli sintetici, tutti arruffati. La mia principessa era caduta vittima dei gatti di strada. La sua bellezza… dispersa nel vento.

Ogni bellezza però è effimera, così come la vita umana. È il battito delle ali di una farfalla che non sa tornare indietro.

“Lauri? Ci sei?” Johanne mi guardava interrogativa, affacciata dalla porta del locale.

“Sì… arrivo.” Niente è mai perduto, se un sogno distrutto porta al concreto. C’era sempre stata una stella nel Glendora’s, ma per troppo tempo avevo guardato troppo a sinistra, aggrappandomi al suo tenue riflesso. E non avevo visto che, lì affianco, un’intera galassia non attendeva che me.

4 commenti:

Vinci ha detto...

Allora complimenti alla reginabianca! mi è piaciuto molto il suo racconto, e naturalmente un po' di merito va anche ai sapienti semafori ;)
Al prossimo contest!
Chesy, lo stregatto

Cesare ha detto...

Complimenti Francesca! Accumuli vittorie una dopo l'altra, eh? ;)
Mi è molto piaciuto il racconto di Francesca e concordo pienamente con il giudizio di Francy. Brava!
Alla prossima battaglia... ehm, volevo dire... contest.
A presto! :)

Fran ha detto...

Vinci, Cesare, grazie! Confrontarmi con voi non è solo una sfida, ma un piacere!!! ;) Complimenti anche a voi due! Siete stati altrettanto bravi! E vinci... Smettila co' sta' storia dei semafori, o ti spenno! Anche se il termine non di addice molto per un gatto! XD
Un grazie anche alla mia francy, a cui mando una picchiettata in testa per avermi fatto partecipare con il racconto non concluso, ma anche un grande bacio per aver creato questo contest e avermi nominata vincitrice!
E' vero quando dici che questo contest mi ha entusiasmata! La storia che avevo in testa mi piaceva, sapevo che se ben raccontata poteva funzionare... e gli elementi da incastrare mi intrigavano. Tutto è nato in modo quasi spaventosamente naturale e spontaneo, come non mi succedeva da diverso tempo... Tuttavia i momenti di difficoltà, perplessità e scoraggiamento non sono mancati. E tu lo sai quante volte avrei voluto mollare! (E a dire il vero, in teoria, ho mollato. Ma mi hai coinvolto cmq! :) ). In qualche modo sei sempre riuscita a risollevarmi, facendo riaccendere in me la fiamma dell'entusiasmo! Probabilmente se la sera del 10 ci fossi stata tu nel momento di stanchezza e sconforto, non mi sarei fermata e avrei continuato a scrivere anche per tutta la notte. Difatti, nonostante tutto, la voglia di raccontarti "la mia storia" era troppo forte, al punto da indurmi a inviarti lo stesso il racconto nonostante fosse a metà e non volessi partecipare... Te lo dovevo.
Sapevo in un certo senso che avresti apprezzato, e anche che avresti trovato poco convincente la descrizione dell'IkkunaPrinsessa, perché ti assicuro che non piace neanche a me. Mi ero accorta che stavo cominciando a correre... Volevo cercare di concludere, ma con conseguenze chiaramente negative sullo stile e la storia...
Sono ancora letteralmente spiazzata dal tuo racconto, che ho trovato diverso dal tuo solito modo di scrivere, ma assolutamente stupendo... ma quel che mi ha lasciato davvero stupefatta sono stati i punti di contatto col mio. Perché fidati se ti dico che se avessi partecipato con l'intero racconto, avresti trovato qualche altra somiglianza (un esempio sarebbe stata la chitarra ereditata dal padre, sparito chissà dove per inseguire i suoi sogni e abbandonando la famiglia).
Quello che ora riesco a fare è soltanto sorridere, e pensare: wow... o.o
Ti prometto di farti conoscere il resto della storia! :)
Ho molte cose da dirti, da spiegarti... Ma per questo scelgo un'altra sede...
Grazie ancora.
Ti voglio bene...

Fabio ha detto...

Fran complimentiiiiii!
Francy rimani come sei ;)

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