domenica 31 gennaio 2010

PostHeaderIcon L’Ultima Battaglia

CornfieldPoppys_by_Loonagirl90

  Macchie rosse, su quel manto giallo, risaltano, mosse da un vento leggero; papaveri e grano.

Poggio le dita, sento scorrere ogni filo che mi solletica il palmo. Accelero il passo, corro. Corro in questa distesa infinita senza sentiero, libero.

Libero di gridare, di urlare la mia gioia al mondo intero. E sono sopra le nuvole, fra spiragli di cielo; sono solitario, fugace pensiero.

Pensiero che danza, illuminato da lampi di luce dorata, nel giorno che avanza.

Pensiero. Un momento, è immobile. Come in picchiata, ritorno alla realtà.

To_War_by_Hortlak

Il clangore delle armi affilate. I tamburi. Il loro lento e lugubre rullio che mi perfora i timpani.

Do’ il segnale. Come un'unica, enorme creatura, ci avviamo allo stesso ritmo. Un piede davanti all’altro, diretti in faccia alla morte. Sento i cavalieri del cielo accompagnarci nell’ultimo viaggio, scandire con il battito delle loro ali di ferro questa marcia, questo sensazionale e terribile requiem.

Lo scontro, l’impatto iniziale si svolge in un silenzio terreo, io che mi getto contro i nemici. Poi il caos.

carnage

È finita, mi dico, è finita. Ora è solo distruzione. Sembrano passati pochi attimi, eppure è già scesa la sera. Vedo un mare di corpi. Un mare in bonaccia, dove io sono l’unica nave che ancora solca queste acque in lutto.

Vedo le armi a terra, conficcate nel terreno fertile intriso di sangue. Sembrano lapidi di un cimitero.

Ma so che qualche anima ancora è viva. Cerco, frugo fra gli ammassi di corpi, sento il respiro. Piango.

E poi realizzo che sono l’unico.

Ma ho vinto. No, abbiamo vinto. Abbiamo vinto! Rido. Piango. Mi dispero e rido. Abbiamo vinto!

2492448674_297bc39bfa

Stavolta sono veramente libero di tornare al mio campo di grano. Stavolta, camminerò creando nuove strade, nuovi destini per me solo.

Dietro, a seguirmi, i miei vecchi compagni. Porterò avanti il loro ricordo con gioia. Porterò avanti ogni loro resto, sarò lo stendardo spiegato di questa nuova era.

E ancora sfioro con le dita ogni filo, mi solletica il palmo. È come prima, come il sogno. Ma ora è vero.

Ora siamo finalmente liberi, compagni! Corriamo, le armi in mano, tutti insieme, io per primo.

Vivrò per ognuno di voi. È una promessa. Ogni mio respiro sarà il battito di una moltitudine di cuori, finché anch’io non potrò festeggiare assieme a voi.

Mi attendono ancora cento battaglie. Non so se sarò capace di vincerle, o cadrò. Ma so che ci sarete sempre voi, compagni, ad attendermi alla fine del mio giorno. Lì, sul confine. Il mio battaglione d’assalto.

Gladiator_by_mirchiz

 

 Buon Compleanno,

 Mio Guerriero…

giovedì 28 gennaio 2010

PostHeaderIcon Lovely Haiku

FAIRY_TALES___the_kiss_by_hprovoste 

Stamattina un nuovo sogno è venuto a farmi compagnia…

portarlo per iscritto è stato un che di naturale, visto che l’avevo già fatto, e visto che dicono sia un buon esercizio.

Ho alcune premesse da farvi. Primo, gli haiku riportati

non sono miei, quindi se li trovate particolarmente belli potete congratularvi con l’autore.

Inoltre, la scelta stilistica è venuta abbastanza naturale,

perché i sogni li ritengo attimi sospesi in uno spazio fuori dal tempo, dove tutto scorre secondo una logica diversa dalla realtà. Spero di aver trasmesso il meglio possibile il concetto attraverso il racconto, perché volevo far restare l’atmosfera trasognata e surreale tipica dei sogni.

Se ve lo chiedete, la ragazza del sogno… sì, mi ci rivedo

molto in lei. Nel mio inconscio post-sogno ho anche riflettuto su chi poteva essere il ragazzo, e mi sono venute in mente ipotesi strane e impossibili, ma alla fine ho dedotto che poteva essere uno solo. Potreste arrivarci da soli o meno, vi dico solo che la mia mente mi ha giocato un brutto scherzo… e in mezzo c’entrano anche gli haiku, che stranamente hanno trovato un incastro perfetto nella storia, nonostante essa sia stata scritta (e sognata) senza sfiorare questi particolari componimenti tipici del Giappone. Insomma, chi è il ragazzo non ve lo dico. Se ci arrivate da soli, tanto meglio ^^

La base musicale con cui ho scritto il racconto è Deep &

Chilled Euphoria, Ambient Music, e che dura per ben un’ora e venti. Per scrivere il racconto per intero, l’ho ascoltata due volte.

Concludo dicendo che spero vivamente che vi piaccia,

visto che il genere mi sta appassionando e potreste trovare spesso inserzioni simili in questo blog. Se così non è, inserite commenti lunghi e segnalatemi ogni cosa che non vi va giù, mi sarà utile per migliorare.

Buona lettura.

fregio-divisore

Una figura è accucciata in un angolo, le gambe strette al petto, la schiena incurvata, le mani che si poggiano sulle fredde piastrelle del bagno.

Si guarda intorno, spaesata. È silenzio, è immobilità; istanti che si susseguono nell’ovattato spazio.

Un rumore; qualcosa che cade, scivola. Lo sciacquio dell’acqua smossa.

Nella vasca c’è qualcuno.

Una tendina rosa pallido ne offusca la vista, si nota solo una mano che pende, quasi priva di vita. Sembra che ci siano due sagome.

No, non fermarsi. Andare.

Ancora non sa perché è lì, come ha fatto ad arrivarci. Si è sentita polverizzare, poco prima, nella sua camera forse a miglia e miglia da dove si trova ora. E si è… ricomposta? Sì, ricomposta. In quel bagno.

Via. La porta è aperta. Scivola fuori come un ragno, ancora bassa in terra, piedi e mani che si avvicendano sull’impiantito. Un’altra stanza. Una nuova porta aperta.

Entra.

Un ragazzo è disteso su un letto, gli occhi chiusi a riposare su chissà quali lievi pensieri. Sarà la sua camera, fitta di mobili e libri, immagini di rose di ghiaccio e delicati cristalli.

E post-it. Foglietti appesi ovunque, sparsi a terra, sulla scrivania, misti a foto sfocate. Haiku.

Lui intanto non si è ancora accorto di lei, che l’osserva dall’angolo dell’armadio più vicino all’entrata.

Vive pallido
fra livide lapidi

fragile giglio.

Si è svegliato.

Poi tutto si fa confuso, grida, spiegazioni, domande, tante domande. Vuole tornare a casa, subito, ma non sa dov’è, come ha fatto a succedere tutto questo. È spaventata, ma la presenza del ragazzo la rassicura. Ha diciotto anni, questo le ha detto, quando hanno finito di discutere. La aiuterà, le promette.

E le spiega, sorridendo, chi c’è nella vasca. Bambole. Bambole a grandezza naturale, che lui costruisce non si sa come. Le mostra le foto.

Donne e bambini in posizioni scomposte, ghiacciate fra colori psichedelici e tristi atmosfere. Gridi smunti sui volti di cera. Paura, nude anime in preda all’oscuro destino.

Piange un piccolo
pettirosso, perso nella
grigia città.

L’aiuterà, le promette.

Parlano. Si conoscono, seduti sul letto del ragazzo. Incredibilmente, hanno molte cose in comune. Sono discorsi saggi, i loro, parole temprate dalla riflessione mancata alle moltitudini, sospiri ponderati con bilance d’argento. Che si stia creando qualcosa di nuovo?

Il ragazzo è carino, ma non ne conosce il nome. È come molti altri, e al contempo si discosta da ognuno di loro. Gli haiku volano nella stanza, dalla finestra aperta, avvolgono i due in valzer incantati. E la luce, forte e dorata, del sole che cala.

Danzano mesti
nel soffio del tramonto
fiori di pesco.

Lei, si polverizza davanti ai suoi occhi; pochi secondi appena. Come la sabbia del deserto nelle tempeste, vagano le sue particelle nell’aria. È a casa! Di nuovo! Casa…

E così ogni giorno. Nel pomeriggio è lì con lui, e al tramonto ritorna, anima e spirito che scontrano le barriere dell’impossibile. Ormai è abitudine, passare le ore insieme. Oramai è abitudine…

Il vento scompiglia i capelli a entrambi, mentre l’auto sfreccia sulla strada deserta. Campi di grano scorrono ai lati, fotogrammi di una stagione eterna, ciclo ripetitivo di una stessa ambiziosa melodia.

La sta portando via, in un luogo a lei sconosciuto. Una sorpresa.

Lui le implora un bacio, e guida verso le acque di un lago d’ignoto. E bacio sia, lì fra le labbra che si sfiorano, bramose, foglie nel vento che si avvolgono su se stesse, danza di passione.

Arrivano. Una coperta stesa a pochi metri dall’acqua, sull’erba candida di rugiada, umida, soffice sotto i piedi.

Il ragazzo le chiede di chiudere gli occhi, aprire la bocca. Lei sorride, accondiscendente. Una sorpresa.

Sente qualcosa di freddo e profumato poggiarsi sulle labbra. Assapora il dolce gusto, fresco di primavere dimenticate. Una fragola.

E mentre il sole discende, prosegue, loro insieme. Ancora una volta. Ancora per sempre.

D'oro dipinte
si stiracchiano l'onde sul
lago al vespro.

– Sai bene che non potremo mai stare insieme veramente. – dice lui, mesto, disperato e provato dagli addii giornalieri.

– Ma io ora sono qui, e sono tua. È questo ciò che conta. – fa lei. Bacio, labbra che si sfiorano.

– Non te ne andare… – Bramose, foglie nel vento.

– Sarò sempre con te. – Si avvolgono su se stesse, danza di passione.

E tramonto è; lei si alza, lo abbandona, arretra lasciandolo lì seduto a contemplare il suo viso.

Ma stavolta la rincorre, mentre sfuma nel vento, la abbraccia e la stringe. Quando scompare, l’ultimo bacio è impresso sulle sue labbra.

Scende la sera. E lui è ancora lì, sul lago. Aspetterà il nuovo giorno.

Brilla nel buio
su frammenti di specchio

luna ferita.

giovedì 14 gennaio 2010

PostHeaderIcon Freestyle



Sento il fruscio delle bombolette spray. L’immagine prende lentamente forma, seguendo i colpi decisi dell’artista di strada. Lui ha i pantaloni cascanti, delle sneakers rosse e una felpa col cappuccio calato. Una medaglietta argentata gli pende sul petto. Sorride e continua l’immagine di una donna dai capelli corti, una frangia che le copre l’occhio destro e due treccine verdi e sottili che le si posano sul petto.
Fermo, immobile nel suo salto mortale. I piedi saldi sullo skateboard, il ragazzo è a testa in giù mentre compie un’acrobazia spettacolare sulle scale mobili di una metropolitana londinese. È completamente rasato, e sul capo si scorge la scritta ‘Freestyler’. Una musica rap s’infiltra nelle orecchie, il ritmo incalzante.
Poi c’è lei, che pare una bambina, sdraiata sull’asfalto e vestita con un jeans strappato e un top fucsia che lascia scoperte pancia e spalle. Anche lei con un taglio particolare, caschetto nero e striature blu.

Questi sono i poster che, assieme a molti altri, mi accolgono appena entro nel locale. Qualche pianta arreda il pavimento altrimenti grigio e polveroso, un divano sdrucito con davanti un tavolino colmo di riviste risalenti a qualche anno fa. Non ho bisogno di attendere, perché è già il mio turno.
La donna che mi accoglie, al contrario della aspettative, ha una capigliatura bella ma semplice, così come il suo vestiario. Il trucco è leggero: una donna così comune che a stento ne ricordo i lineamenti, e a cui mi verrebbe da chiedere dove trova tutto il coraggio per fare quel mestiere. È una parrucchiera, di certo avrà moltissimi clienti che chiedono solo una messa in piega, o un trattamento contro le doppie punte. Ma se le si presenta un giovane che le fa quella precisa richiesta, ne esce trasformato. Dicono che è brava come i parrucchieri che preparano le acconciature alle modelle. Io dico di più.
“Voglio un taglio che si noti da lontano.” Dico sorridente, e mi accomodo sulla sedia girevole, nera e dai braccioli di freddo metallo. Lei risponde al mio sorriso e comincia a lavorare. Mi fido, conosce i miei gusti e so che non sbaglierà nemmeno stavolta.
Solo ora mi accorgo che non sono sola. Vicino a me, a una distanza massima di un paio di metri, c’è anche un ragazzo. Ha ancora la carta stagnola fra i capelli, quindi credo che la donna con lui ha quasi finito. Ha gli occhi truccati di nero, e corvini sono anche i pochi ciuffi che gli cadono sulla fronte. Si alza e mette un cd hip-hop nello stereo che sta sopra al ripiano, nascosto fra boccette di colore e accessori vari. Qui sono i clienti che scelgono la musica.
Il tempo vola. Sono pronta, e per la prima volta mi guardo allo specchio. Sono uno schianto: i miei capelli castani si sono scuriti incredibilmente, e per metà sono riportati sul lato destro del viso. Quel ciuffo è tutto blu, con sopra delle fantastiche ciocche rosa chiaro. Anche il mio compagno ormai ha finito, e lui si è anche fatto lo smalto alle unghie. Ha un taglio spettacolare. Da dietro i capelli sono tutti alzati e scompigliati verso l’alto, e hanno preso delle sfumature che ricordano l’arcobaleno. Le unghie sono smaltate di nero, con sopra degli sticker argento che ritraggono un teschio.
Me ne vado, ringraziando la donna e quasi ridendo fra me e me.


Ho sempre amato i look estroversi, un po’ pazzi, ma soprattutto personalizzati. Forse tutti, indipendentemente dalla scelta comune, sono concordi nel dire che se dipendessimo un po’ meno dall’aspetto esteriore sarebbe un mondo migliore. Io credo di no. Perché la nostra esteriorità è l’unico modo che abbiamo per evitare di esprimere solo a parole il nostro essere: la figura, l’immagine che rendiamo di noi stessi è importante, perché – se creata con i giusti precetti – è specchio dell’anima.
Gli abiti che scegliamo devono assolutamente essere affini a noi. Come una seconda pelle, ci devono calzare alla perfezione e devono farci sentire a nostro agio. Per esempio, se mi fate mettere una minigonna in tulle o un maglione qualsiasi che non abbia almeno uno strass, mi sentirei a priori strana, più chiusa. Ma datemi qualcosa di punk e la metterei ovunque, in qualsiasi occasione. Con quel genere di vestiti mi sento bene: ho la sensazione che posso combattere e affrontare qualsiasi cosa. Mi piaccio.
Inoltre, ogni mattina, prima di andare a scuola, scelgo gli abiti con criteri precisi. Parto dal mio umore e dall’immagine che voglio dare di me: se desidero essere seria, camicia e pantaloni neri; se voglio essere dolce vado sul rosa o sul rosso; se sono infuriata partono i pantaloni di pelle o i jeans strappati, con tanto di catene e bracciali di borchie. Mi viene naturale.
Scrivendo questo mi sono venute alcune domande che mi piacerebbe farvi… qual è il vostro rapporto con il vestiario? Concordate o meno con la mia opinione? Scatenatevi con i commenti, perché apro il mio personale dibattito.
giovedì 31 dicembre 2009

PostHeaderIcon Aquila Bianca e Nero Dragone


Solcando gli immensi cieli, fra le montagne del misterioso Oriente, stava - ali spiegate - Aquila Bianca. Il piumaggio bagnato di brina riluceva nel sole del mattino appena nato, bimbo che sorride alla vastità del mondo, e plana’a ella nel vuoto.

Scorse, occhi acuti e stretti sopra il becco arcuato, una nube contorcersi nell’aëre. S’avvicinò arguta, e distinse un dragone dalle spire torte, inquieto, nero e argento nel giorno che viene.

“Cos’hai tanto da dimenarti, Drago?” chiese allora, curiosa e selvaggia anima del cielo.

“Nelle terre spiegate ai nostri piedi, gli ominidi si stanno preparando a qualcosa di grande, mia Regina dei cieli.” Rispose il Dragone, interrompendo la danza. La punta della sua coda verteva alla lontana Cina, miglia al di sotto, e anche i due lunghi baffi che gli si dipartivano dal volto fremevano nel basso.

“Oh, Dragone Nero, ma cosa vuoi tu dagli ominidi? Dipendiamo per caso noi da essi? No, e allora non ti struggere, ché noi vi siamo superiori, sia per corpo che per spirito.” Proclamò fiera, scuotendo le vaste ali.

“Certo che no, Aquila Bianca. Ma, guarda, loro ci venerano, e fra un po’ comincerà l’anno e me consacrato. E pensavo, qualora le stelle novizie giungeranno per miti istanti dai loro sommessi luoghi, se non fosse ora di mostrarmi nella luce fugace della notte promiscua.”

“Cosa ti porta a tal gesto avventato? Tu che ponderi ogni singolo tuffo nelle nuvole bianche, ora ti azzardi a compiere quest’assurdità? Sono solo uomini senza speranza.”
“È per ringraziarli, mia Aquila opalescente.” Disse quindi il Dragone, svolgendo i meandri del suo lungo e suadente corpo, come fumo trasmutato dal vento. “Saranno pur soltanto ominidi incauti, ma hanno sogni, desideri, fantasie che vanno accompagnate con un pizzico di fortuna. Stanotte è l’ultimo giorno dell’anno, e io passerò sul mondo a spargere la mia polvere di stelle, sicché porti buona ventura a questo popolo in disgrazia.”

“Sciocco!” proruppe l’Aquila, e aprì il becco, ove si intravide per un attimo la sua gola gemmata e fiammeggiante d’ira. “Coglieranno la tua polvere in sacchi d’argilla, e ne faranno concime per i loro vizi. Il tuo sacrificio sarà vano.”

“Da quant’è che noi Guardiani del cielo non aiutiamo gli uomini? Paiono secoli, forse intere dinastie di imperatori. Se per noi il tempo è solo una parentesi della vita, per loro ci son già state almeno tre reincarnazioni, che non mi sembrano esigue. E le anime, nelle ultime esistenze, non sono cresciute. Da quant’è che non ne sale una a farci compagnia, a diventare un nuovo Guardiano?”

“Io fui l’ultima, Dragone.” Disse l’Aquila, abbassando il capo. “e ciò accadde ben cinquecento anni addietro. Dopo di me non ascesero altre anime, ne sono certa.” Poi proseguì, poggiando anch’ella lo sguardo vetusto sulle terre del basso, ove si vedeva la muraglia sacra alla Cina allungarsi per enormi distanze. “Lo scorso Dono, lo ricordo bene, fu del Serpente Piumato. Compì la sua muta in terra, e allora gli ominidi si ricoprirono d’oro.”

“E ci fu pace e amore.” Concluse il Dragone Nero. “Ci sono Regnanti che giurerebbero che, se potesse tornare indietro, il Serpente Piumato lo rifarebbe ancora. Egli stesso, tutt’oggi, dall’alto degli universi dove ora dimora, lo ammette.”

“Non ci lasciare, Dragone.” Supplicò allora l’Aquila, cristalli che si formavano alla punta degli occhi smeraldini, per poi cadere come perle nel nulla del cielo. “Spero tu abbia conservato un po’ dell’egoismo terrestre. Se così è, tiralo fuori e risparmiati. I pezzi del tuo cuore puro non andranno dispersi inutilmente.”

“Forse stiamo un po’ affollati, qua sopra, forse è proprio per questo che la mia decisione persiste…” e un lieve sorriso increspò le dolci labbra del Drago. “I Regnanti dall’alto hanno trascritto nel firmamento lunghe prose sulla gioia del Dono. È un’estasi senza precedenti, così dicono. Non sto trovando fatue scuse, Aquila, voglio solo rassicurarti. Ormai non mi porterai indietro, ma, se vorrai, potrai accompagnarmi in quest’ultimo viaggio.”

Aquila Bianca, pensierosa e casta, prese la sua decisione. Intanto era scesa la sera, poiché nei cieli lo scorrer del tutto segue gli umori dei Guardiani, e scuri erano gli animi quella notte. Aquila Bianca, immane e sicura, esclamò l’ultimo stridio del suo acuto canto. “E sia.”

Il Capodanno cinese, quella notte, fu uno dei migliori mai trascritti dagli scribi reali. Fra i fuochi e le danze, fra le risate e i pianti, tutti – all’improvviso, seguendo l’urlo di un suonatore di gong – voltarono il capo in su, naso all’aria e occhi puntati al cielo. La sorpresa solcò i loro visi, alla vista di un dragone di brillanti e di un’aquila di gemme colorate e preziose che attraversavano la volta celeste. Alcuni confidarono nel miracolo, altri si complimentarono per gli splendidi fuochi, tutti furono pervasi da una nuova e al contempo antica speranza. Perché si apriva una nuova era, più grande e più bella, frutto dei Doni di ben due Guardiani.

Questo racconto necessita di una breve spiegazione. È nato per caso, senza spunti precisi (sempre se il Mahjong non si possa considerare una fonte d’ispirazione), come un po’ tutte le storie migliori. Sono partorite dal nulla, sono orfane, e splendidamente belle.
Qui si parla di anime e di reincarnazioni: secondo la tradizione, l’anima, una volta compiuto il suo corso e una volta accresciutasi spiritualmente, può abbandonare la regola della reincarnazione, e quindi ascendere al cielo al fianco degli dèi. Traslando la teoria al cristianesimo, si potrebbero accumunare queste anime dislocate definitivamente dal corpo agli angeli, agli arcangeli, ai cherubini.
Ho preso in considerazione unicamente la Cina proprio per le sue credenze particolari e radicate in lontani passati, per il calendario che prevede gli anni dedicati alle figure simboliche del loro oroscopo, per i festeggiamenti unici che ivi avvengono a Capodanno.
Da qui, mischiando piccole idee da diverse culture, ho creato la mia personale classificazione: le anime degli uomini, soggette alla reincarnazione e viventi in terra; i Guardiani, che assumono forme specifiche e sono lo stadio delle anime che hanno compiuto la loro crescita, essi vivono in cieli non meglio specificati; i Regnanti, quasi dèi, che sono i Guardiani sacrificatisi a favore degli uomini in terra, e vivono negli immensi universi.
Concludo col dire che è un racconto fuori dalla nostra comune catalogazione degli anni, perciò siete liberi di spaziare con la fantasia e accumunare i personaggi che voi dichiarate illustri ai Guardiani e ai Regnanti, partendo dalla psicologia di quei pochi descritti nel racconto. Personalmente, scrivendo, non ho pensato a nessuno in particolare, ma riflettendoci adesso avrei qualche nome che potrebbe andare bene…
Inoltre, due piccole licenze poetiche che mi sono presa: “plana’a” sta per planava, “aëre” dovrebbe essere il latinismo di aria.
lunedì 28 dicembre 2009

PostHeaderIcon Fotografie di una nuova quotidianità

I polacchi fanno prevalentemente una vita di campagna. La distribuzione della popolazione è assurdamente omogenea, pochi vivono in città, e quelli che lo fanno sono spinti più che altro da motivi di lavoro. Le famiglie si ammassano nei paesini della periferia, che si susseguono a ritmo costante, intervallati da lunghi campi gelidi e boschi, dove spuntano fra enormi querce dei simpatici cespugli di more, mirtilli e fragole.


Quando si parla di paesi, in Polonia, non dovete immaginarvi gruppi di case distanziate da stretti vicoli. La strada è una, quella principale, percorsa anche da tir e pullman che vanno verso altre nazioni; non ci sono vie secondarie. Le dimore si affacciano alla strada, una dopo l’altra, come tante villette. Spesso sul retro si nasconde un orto, oppure parte di bosco di proprietà privata. Sono pezzi di terreno edificati, con un giardino grande e un’inferriata che corre lungo tutto il perimetro della zona. Lo stesso vale per le scuole, che qui sono curatissime come una casa normale, e che sono provviste di tende alle finestre, vasi di fiori ai davanzali, ciabatte per gli alunni e gli insegnanti. Cimiteri, Chiese, supermercati e servizi seguono la stessa regola: una sola strada su cui danno tutti gli edifici, a volte anticipati da un piccolo vialetto non lungo più di qualche metro. Così per chilometri e chilometri, e il passare da un paesino all’altro viene annunciato solo da un cartello che ne riporta il nome. Se questo cartello mancasse, forse non ci si accorgerebbe nemmeno del cambiamento.


La Polonia è una nazione abitudinaria, calma. Laddove mancano i paesi che ne fanno il segno di riconoscimento, si notano immense praterie, con foreste fitte e laghi il più delle volte ghiacciati. L’aria è pura e fresca, scende giù per la gola come un balsamo rigenerante. Non ho potuto conoscere che una piccola parte della vita di città che si conduce qui, ma so che sono soprattutto luoghi in cui si concentrano i servizi, i vari lavori, il centro. Le città polacche le ho sempre viste spente, perché vivono solo in funzione dei paesi vicini, quasi come punti di riferimento. Sai che ci sono, ti rechi lì per le emergenze o per l’indispensabile, a volte ci passi la domenica, ma poi ti rintani nella tua villetta di campagna, a smuovere il terriccio dove crescono le patate, a raccogliere i funghi nel bosco, a leggere un libro vicino al fuoco con il tuo gattino in grembo.


È anche una nazione povera. Molti vivono ancora in case completamente in legno, e dall’esterno hanno un aspetto fatiscente e triste. Numerosi sono i comignoli che sputacchiano fumo giallognolo, a volte nerastro; ed è disarmante credere che quel focolare a volte è l’unica fonte di riscaldamento. I polacchi sono superstiziosi, attaccati alle loro tradizioni in modo morboso, sono il classico popolo del nord che guarda al progresso con scetticismo e paura. Per fortuna con le nuove generazioni qualcosa sta cambiando, anche se conservano lo stesso queste caratteristiche di fondo. D’altro canto sanno essere dolci, generosi, e stranamente timidi.


A Natale, la Polonia si accende di colore, si veste a festa ritirando fuori dagli armadi tutti i suoi gioielli, s’incipria il volto come una fanciulla al suo primo ballo. Ogni casa è ricca di luci, avvolte attorno a balconate, finestre, alberi, ringhiere e colonnati. È quasi una gara per chi addobba: si cerca di essere i migliori, i più originali, e nel frattempo l’aria si carica di atmosfera e di attesa incontenibile. Il vischio è appeso ad ogni porta, per scacciare gli spiriti maligni e forse trovare un nuovo amore. Le canzoni natalizie risuonano in ogni angolo, cantate a mezza voce, accennate nel ritmo, battute con le dita sul manubrio della macchina. Il 25 dicembre, poi, tutte le Chiese si affollano, e molti attendono fuori per assistere alla celebrazione della Messa. Quindi i giovani di ogni famiglia cominciano con la tradizione: si travestono da morte, diavolo, pastore e re, e fanno il giro delle case cantando e recitando poesie. Si dice che sia una specie di rituale per scacciare il male, e nel frattempo i ragazzi guadagnano qualche spicciolo portando gioia di porta in porta. Il più delle volte ci si ritrova con bambini sperduti che biascicano a stento qualche parola, vestiti malamente, sembrano stati gettati a forza in mezzo alla strada giusto per far godere la famiglia di quel poco che sarebbero riusciti a racimolare. Fanno un po’ pena, talvolta spunta un mezzo sorriso, ma sono accolti calorosamente e si fa di tutto per far sì che si trovino a loro agio. Il giorno di Natale si sta in casa, con tutti i parenti riuniti, si mangia, si beve, si gioca a carte. Ci si diverte sperando di riuscire a ignorare almeno momentaneamente la realtà.


A Capodanno, la nostra signora si cambia d’abito: rimangono le classiche decorazioni del periodo, ma si aggiungono palloncini, fiori, nastri, cappelli a punta dai colori psichedelici, e tanti, tantissimi fuochi d’artificio. Il cielo, in questa notte, si vanta di nuove stelle. La musica risuona dalle casse approntate al momento, si da il via a danze sconnesse e spesso imbarazzanti, frutto dell’alcol assunto in precedenza. È una notte senza limiti, dove la tv è sempre accesa in modo da controllare l’ora e guardare i concerti spettacolari che danno nelle principali città. Si possono passare ore senza far niente, stando solo insieme, e anche dopo la mezzanotte questa strana festa continua, imperterrita, finché le membra non si dichiareranno da sole impossibili di proseguire oltre. Ma i fuochi, i fuochi dell’ora di punta, i primi… è come vagare per l’universo, non riesci a contemplarli tutti con una sola occhiata. Se ne vedono a migliaia, perché ogni sparo proviene da una casa diversa, e continuano per minuti interminabili. Contengono la magia e la speranza del nuovo anno. E ti viene da pensare, nel gelo del balcone a cui ti affacci, fra le luci delle fatue stelle, di tutte quelle volte che, scrivendo, sbaglierai anno, nostalgico del passato, incredulo del presente, inconsapevole del futuro.




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