venerdì 23 ottobre 2009

PostHeaderIcon Tyrsek, la bussola del cielo III



Ecco a voi il terzo episodio ;D











“Hai ancora intenzione di recuperare… quel coso?” disse Kendra, appena raggiunse il suo compagno. “Le tue parole sono sempre fuori luogo. Ebbene sì, credo non abbiamo scelta.” Rispose il Veggente, in un sospiro gravoso. “Fammi vedere le mani” aggiunse poi.
La donna mostrò i palmi insanguinati, distogliendo lo sguardo. La pelle era aperta in più punti, coperta da strati di sangue rappreso, mentre filamenti rossastri si erano seccati nelle venature del palmo. Della pelle ambrata della donna si vedeva ben poco. Il Veggente estrasse dalla sacca una borraccia d’acqua, semivuota. “Ma sei pazzo? Qui non c’è nemmeno una fonte, niente, e tu vuoi sprecare gli ultimi sorsi così? In fondo non sono gravi.” Sbottò Kendra, ritirando le mani dalla sua presa. Il suo spirito di contraddizione si faceva vedere anche qui, nonostante tutte le difficoltà il suo carattere scontroso e lunatico non era ancora sopito. In fondo era una buona donna, e un’ottima Vestale. Se non fosse stato per questo, l’uomo non l’avrebbe mai scelta come alleata.
“Eravamo d’accordo che avrei deciso io. Se non ti lasci curare le ferite si infetteranno, e allora diventerà veramente inutile proseguire.” Quindi la donna si mostrò più accondiscendente; non voleva farsi sottomettere, ma al contempo comprendeva la gravità della situazione. Il Veggente sfruttò il minimo d’acqua per lavare il sangue rappreso, poi strappò alcune strisce dal mantello già logoro di Kendra, e coprì le ferite.
Mentre si accingevano a riprendere il cammino per avvicinarsi nuovamente al tempio, Kendra si decise a parlare. “Signore, dovrei dirvi una cosa.” Mormorò, più gentile del normale. “Parla” rispose l’altro. “Durante il terremoto, quando mi arrampicavo… io… ecco… mi è caduto il Tyrsek. Però l’ho recuperato subito, adesso è con me.” E così dicendo estrasse l’oggetto dalla bisaccia. “Solo che non sono in grado di verificare se sia ancora intatto.” Aggiunse, preoccupata sia per il manufatto prezioso che per la reazione del compagno. Il Veggente rimase impassibile; muto, prese il Tyrsek dalle mani della donna e aprì lo scomparto nascosto. Numerose venature estranee intaccavano la pellicola grigiastra. Lo puntò al cielo. Comparirono alcuni punti, qualche scritta, ma nello schermo erano evidenti i vuoti enormi nelle prossimità dei graffi. “Si è rotto.” Constatò il Veggente, atono, senza manifestare rabbia o rammarico. “Mancano numerose stelle, e i pianeti sono invisibili. Però non tutto è andato a male. Ringrazia il fato se con le mie conoscenze astronomiche riusciremo lo stesso a capirci qualcosa.” E così riprese a camminare, attento ad aggirare gli abissi e i sentieri pericolosi. Non restituì la bussola celeste, bensì la tenne stretta nella mano avvolta da uno spesso guanto di pelle. Non aveva mostrato la sua collera per il semplice fatto che sarebbe stato del tutto inutile, in una situazione così era ovvio cercare di evitare ogni minima discussione, e quindi andare avanti verso la meta in ogni caso.
Raggiunsero nuovamente l’altare. Restarono alcuni secondi a contemplarlo: pareva invitarli a fare un altro passo falso, un altro ancora, così da poter porre fine alle loro vite. Ma i viandanti non si sarebbero arresi così presto. “Che facciamo?” chiese Kendra. “Sinceramente, non lo so” e così il Veggente si sedette sulla terra brulla, entrando in meditazione.
“Ti sembra questo il momento per dormire?” disse la donna dopo un po’, guardandolo di sottecchi. “Forse è ora che cominci a calmarti, signorina. Fino adesso ho tollerato il tuo comportamento, ma a quanto pare non ti sei accorta che per tutto il tempo sei stata d’intralcio. Ora, fa qualcosa di utile. Fammi vedere che hai portato con te.” Gli rispose a tono l’uomo.
Kendra obbedì. Svuotò di malagrazia il contenuto della borsa: una sacca di tela che conteneva il cibo, due borracce d’acqua e una più piccola contenente un liquido dai poteri curativi, un grimaldello, quattro cerchi di onice di diverse dimensioni e una pietra bianca levigata di dubbio uso. Il Veggente prese questi ultimi, e li osservò nella scarsa luce riflessa dagli smeraldi. Era un sortilegio comune, spesso influenzato dal Sacerdote che imponeva l’incantesimo, che quasi certamente non avrebbe funzionato. Ma ormai era agli sgoccioli, e anche la sola speranza di una riuscita era capace di rianimarlo. Quindi posò i quattro cerchi uno all’interno dell’altro, esattamente di fronte all’altare. Poggiò la pietra sopra di essi e attese. I cerchi levitarono lentamente, assorbendo la luce rossastra emanata dal piccolo tempio, trascinando con sé anche la pietra. Questa prese a brillare lievemente, per poi mandare una luce tale da impedirne la vista. I bagliori erano vermigli con sfumature bianche, e scendeva lentamente, tanto che sembrò che i cerchi si stessero pian piano riportando a terra. Tutto tornò come prima, tranne che al posto della pietra adesso giaceva qualcos’altro… “Visto che dei miei sortilegi non si può mai dubitare?” esclamò Kendra, sentendosi finalmente riscattata.
giovedì 22 ottobre 2009

PostHeaderIcon Tyrsek, la bussola del cielo II



Ora di supplenza. Non so che cosa fare. Ripenso al contest, ai commenti al mio racconto. Una pecca: manca di azione.
...And
what if...?








Una luce li travolse. Furono scaraventati pochi metri più in là, mentre il tremore che scuoteva il pianeta si faceva sempre più insistente. I due si guardarono intorno spaesati. L’altare era circondato da un bagliore rossastro, che impediva loro di vedere l’oggetto posto al suo interno. Il panno di seta giaceva scuro sulla rena, e veniva pian piano sommerso dai granelli di sabbia scossi da quel terremoto perenne. “C’è qualcosa che non va” mormorò il Veggente con voce spezzata. Stare in piedi era impossibile, il tutto tremava costantemente. Solo l’altare rimaneva immobile nel suo tenue splendore.
Gli attimi trascorrevano densi, e le menti dei viaggiatori correvano veloci alla ricerca di una via d’uscita. Per un istante il tremore cessò, e i due ebbero il tempo di rialzarsi. Il silenzio regnava sovrano, nascondendo qualcosa in agguato.
All’improvviso le dune parvero rinchiudersi su sé stesse, attirate da una forza oscura, mentre la sabbia veniva aspirata in profondità. La terra ricominciò a tremare, e dalle voragini s’innalzarono alture di smeraldo puro e tetro, dalla forma di piramidi capovolte, con numerosi spuntoni ai lati. I viandanti vennero risucchiati verso i gorghi, ma riuscirono comunque a inerpicarsi sulle colonne di pietra. I bordi erano taglienti, e le superfici lisce e levigate. Un solo passo falso e avrebbero potuto ricadere nell’abisso in continuo movimento, che adesso scorreva come fiume verso le fenditure apertesi nel terreno.
Kendra respirava a scatti, il petto che si alzava irregolare. Mai nella sua vita aveva immaginato un luogo così irreale, quasi fantastico, eppure adesso le si presentava così, nella sua più struggente e fatale bellezza. Afferrava gli appigli che trovava, incurante del tagli alle mani che avevano preso a sanguinare copiosamente. Il mantello le si impigliò su una sporgenza appuntita. Fece per liberarsi, ma la stoffa si aprì in un lungo squarcio, lasciando scivolare un oggetto appeso a una sottile catenina dorata.
La donna proruppe in un grido. La loro ultima speranza di ritrovare la via era svanita, se l’era fatta sfuggire dalle mani… ma forse non tutto era perduto. Un lieve luccichio proveniva da qualche metro più in basso. Kendra cominciò la discesa e riafferrò il Tyrsek. Non aveva tempo per controllare se fosse ancora intatto, così lo cacciò nella sacca che portava a tracolla e riprese la sua dura inerpicata.
Il Veggente attendeva sulla cima dell’altura che gli aveva quasi salvato la vita. Si trattava di un quadrato liscio, di un verde bottiglia che non rifletteva nulla. Il terremoto si stava lentamente calmando. L’uomo di guardò intorno, supplicando mentalmente Keren’hir di lasciarli andare: in fondo, erano solo profughi alla ricerca di un bene perduto; sì, certo, i loro scopi non erano dei più puri, ma forse meritavano ancora una possibilità per riscattarsi.
Da quell’altezza aveva un’ottima visuale della distruzione che lo circondava. Non v’era più nemmeno il ricordo di quel manto fosforescente che era stato Keren’hir. Gli smeraldi enormi troneggiavano cupi sul paesaggio. Nel fondo, fra gli stretti sentieri che distanziavano le alture, vi erano numerose crepe e baratri che impedivano il passaggio. Lontano, si intravedeva, velato, l’altare, immutato. Sulla sua destra scorse la sua compagna, anche lei ferma a osservare i dintorni, intenta a metà della scalata. Le fece cenno di cominciare a scendere, e lei rispose con un deciso cenno del capo.
Entrambi erano all’oscuro delle motivazioni di tutto ciò. Cosa era accaduto? Ma, soprattutto, perché? Il pianeta stava forse giocando con loro? Se era davvero così, allora li aspettava il gioco più duro che avessero mai intrapreso nella loro breve vita. Solo una cosa era certa: la caccia era ricominciata.
martedì 20 ottobre 2009

PostHeaderIcon Ho bisogno di una storia


Stamattina a scuola si entra alle nove e un quarto. Mia madre mi accompagna con un discreto anticipo, quindi aspettiamo un po’ di minuti in macchina ascoltando il cd di Yanni. Sul marciapiede al mio fianco passa una persona a minuto, a volte due. Sono di mezza età, e mi viene da pensare che con le tre scuole superiori tutte affiancate sulla strada probabilmente siano tutti prof. C’è anche una donna, che cammina con passo aggraziato, e noto la strana bombetta cilindrica che porta sulle ventitré, nera e tutta in feltro. Cavolo, la vorrei avere anch’io.

Scendo e mi unisco agli altri. La mia scuola ha un’entrata misera, con il soffitto così basso che i più alti devono abbassare la testa per non sbattere. L’intonaco scrostato, il marciapiede in frantumi. Nel lungo e angusto porticato, ragazzi che fumano fra una lunga fila di motorini.

I miei compagni prendono una strada sulla destra: da lì si arriva al retro della ragioneria, dove fra gli alti muri austeri trovi le solite scritte oscene. Parlano, gridano, canticchiano motivetti da spot pubblicitari. E lì, su una panchina verde scuro, di quelle che si trovano nei parchi, c’è lei.

Di solito non faccio caso agli sconosciuti che mi attorniano, distolgo lo sguardo dai brutti elementi, evito i luoghi affollati perché mi mettono in soggezione. O meglio, faccio caso solo a chi m’interessa e m’ispira qualcosa. Ma lei è diversa, lo sento.
Ha accavallato le gambe, e ora legge un plico di fogli bianchissimi intrisi di scritte, tenuto insieme da una di quelle spirali che ti mettono nelle copisterie. Ha dei guanti di un rosa antico, che stringono decisi i fogli e fanno scorrere le dita sulla carta. Degli
stivali neri che arrivano fin sotto al ginocchio, e un paltò che fa molto retrò, dello stesso materiale della bombetta. Una borsa verde a tracolla, che poggia semifloscia sulla panchina. I capelli sono verdastri, o almeno così vedono i miei occhi. È un colore indefinito, che manifesta superiorità, nei boccoli poco curati e forse crespi. Non saprei dire quanti anni ha, ma sono rimasta a fissarla tutto il tempo, prima che lei si alzi e si diriga elegantemente verso l’entrata posteriore della ragioneria. È strano come nello squallore sia lo stesso perfetta, quella perfezione figlia della saggezza, dove le parole fanno scudo al progresso. Ho pensato che in un lontano futuro avrei potuto essere come lei, sicura, inattaccabile. Ho anche pensato che un disperato bisogno di rincontrarla, forse solo per guardarla più a lungo.
Quali misteri può nascondere una donna così?


Dieci punti e il mio sorriso per chi mi offre lo spunto più convincente :D
P.S.: vi avrei messo una foto dell'entrata della scuola, o 'di quei paraggi là', ma sono stati così gentili da non inserirla sul sito :) ...inoltre nei link ci sono delle immagini che si avvicinano alla descrizione, diciamo per rendere più l'idea.
giovedì 15 ottobre 2009

PostHeaderIcon Tyrsek, la bussola del cielo



Questo è il racconto che ho proposto per la prima fase del contest della Ragazza Drago, organizzato attraverso i commenti da noi fans :)


Due figure ammantate procedevano lente fra le dune del deserto. I loro corpi erano leggermente piegati, e il vento sferzava il loro viso. Flebili orme segnavano il loro percorso, subito cancellato dalla sabbia depositata dall’aria gelida. La volta celeste era buia come l’oceano invernale, l’orizzonte ornato da curvi cumuli di rena, appena distinguibili nella tempesta. I granelli scintillavano, nonostante non ci fosse nessuna fonte di luce, di un verde fosforescente. Tutto il paesaggio riluceva di quei colori spettrali e al contempo mistici.
E le due ombre, macchie indefinite nella desolazione, proseguivano imperterrite.
“Keren’hir non è mai stata così spenta…” bisbigliò uno dei viaggiatori, con una soave voce femminile coperta dal mantello avvolto attorno alla bocca. “Ma, guarda, la rena splende ancora.” Rispose l’altro, con lo stesso tono sommesso, appena udibile. Erano uomo e donna, i due viandanti sperduti.
“Sei ancora sicuro che funzioni? Sono giorni che camminiamo, e il tempio non è ancora in vista.” Riprese la donna.
“A volte sottovaluti con chi hai a che fare, Kendra. Non è ciò che sembra. O, almeno, Keren’hir non lo è.” L’uomo fece un gesto di stizza, ma non aggiunse altro.
“Stai forse insinuando che il tempio sia sotto i nostri piedi, o, peggio ancora, a un palmo dalle nostre mani? E noi non siamo capaci di vederlo perché questo stupido pianeta non ce lo permette?” Infuriata, l’ombra di nome Kendra accelerò il passo, come se il vento la stesse inseguendo rabbioso.
“Prova a farti accettare, e forse anche le stelle torneranno a splendere. Oggi è buio. Non vedo nemmeno le nove lune nere…” e l’uomo alzò lo sguardo al cielo, assorto, dimentico delle folate che si abbattevano violente sul suo volto.
“E lo capisco, che non le vedi, Veggente, con questa oscurità sarebbe impossibile riconoscere qualcosa a un palmo dal mio naso, figurati le tue lune tenebrose a cui piace tanto giocare a nascondino…” quindi la donna proruppe in una breve risata acuta, zittita subito dal suo compagno. “Taci, idiota.” Lei lo guardò irritata. “Pensa piuttosto a controllare il Tyrsek.” Più parlava, più il tono del Veggente si faceva distaccato. Ormai i due non camminavano più.
“Sì, Signore.” Rispose Kendra, questa volta sottomissiva, prendendo da sotto il mantello qualcosa dai riflessi dorati. Si trattava di un oggetto piatto, dallo spessore di due centimetri circa, caratterizzato da un semicerchio d’oro inciso di rune lucenti. Al suo interno un cerchio blu scuro, punteggiato di brillanti. La donna fece scorrere il disco verso sinistra, mostrando un pannello nascosto, una pellicola quasi trasparente sui toni del grigio. Lo puntò verso l’alto. Attraverso il piccolo schermo, invece di scorgervi il cielo scuro, si accesero numerosi puntini aurei, bianchi e luminosi, con varie sfumature di diversi colori. Affianco ad ogni punto, si stavano formando minute scritte, che come nastri d’oro si intersecavano a formare nomi e coordinate di stelle e pianeti.
“Veggente…” ma la donna non seppe proseguire, la voce repressa da un gemito compiaciuto.
“Siamo sotto Deneb, non è così?” proseguì al suo posto l’uomo, accennando a un sorriso da sotto il cappuccio. “Allora credo che il tempio stia solo aspettando il momento giusto per mostrarsi.” E così dicendo si sedette fra la sabbia, come aspettando qualcosa, e dando l’impressione che ciò che attendeva si sarebbe fatto desiderare per molto tempo ancora.
Kendra si era addormentata quando ormai le prime stelle illuminarono il cielo, schiarendo di poco il buio circostante. “Svegliati, Kendra.” Disse il Veggente, scuotendola. Era rimasto seduto a gambe incrociate, in meditazione. “Keren’hir ci ha finalmente accettati.”
La donna aprì gli occhi giusto quando un nastro d’oscurità scese da una luna nera e avvolse le dune verdi che li circondavano, prendendo la forma di un altare d’ebano, scarno e privo di decorazioni, sulla cui cima sostava un oggetto ricoperto da un panno, nero anch’esso.
Le due figure si alzarono lentamente, accelerarono il respiro, stupite. La terra vibrava leggermente sotto i loro piedi, alzando cumuli di sabbia. Il Veggente scostò lentamente il drappo di seta…
domenica 11 ottobre 2009

PostHeaderIcon Il Riflesso del Lago

Mia sorella: perchè non scrivi una favola? Come Andersen o i fratelli Grimm???
Io: cosa? Ma è roba per bambini.
Mia sorella: ti pregooo...!
Io: vabbè poi vedo...
Ieri sera le ho mostrato la bozza della favola, le è piaciuta tantissimo... solo che mi ha fatto cambiare il finale: voleva il lieto fine :)


Anni orsono, alle belle bimbe vanitose e presuntuose, si soleva raccontare una fiaba che narrava di una principessa e di un umile scudiero.
L’uomo passava sere intere ad ammirare la principessa che si specchiava nelle acque del lago che delimitava il castello, affacciata dalla minuta finestra della sua stanza. Ogni sera, mentre spazzava l’atrio antistante la scuderia, volgeva gli occhi all’apertura sulla torre più alta, aspettando che la sua bella facesse la sua comparsa. I boccoli dorati della principessa rilucevano dello stesso splendore della luna, e come sua figlia il suo riflesso compariva accanto alla romantica falce nelle scure acque del lago.
Lo scudiero era a conoscenza dei capricci della ragazza, del suo umore mutevole, e, appoggiato all’asta di legno del rastrello, rimuginava su come poterla conquistare. Solo la perfezione meritava una donna così eterea, solo una rosa senza spine poteva sfiorarle il volto… e fu di quest’ultima che partì alla ricerca lo scudiero disperato. Chiese al giardiniere del re il permesso di visitare i vasti roseti del castello, e di indicargli le piante più belle e perfette. Fra esse, un pomeriggio di tarda primavera, scorse un piccolo bocciolo che si affacciava timido fra i rovi: coperto dalle sue sorelle già sbocciate e quasi sfiorite, appariva giovane e indifeso. I fiori più belli sono quelli che impiegano più tempo a fiorire, e così quel bocciolo si era preso una primavera intera per crescere sull’unico stelo privo di spine dell’intero giardino. Del rosso di un tramonto estivo, chiedeva, ambiva, ad essere colto solo per la donna più incantevole. Lo scudiero prese le forbici che gli tendeva il giardiniere del re, e recise quello stelo sottile con la massima cura. I rovi gli avevano provocato numerosi graffi sulle mani e sulle braccia, ma il sacrificio era nullo per un dono simile.
Quella sera, quando la principessa si affacciò alla finestra, sul davanzale c’era qualcosa ad attenderla. Una rosa, bellissima e senza spine, con i petali più morbidi e delicati della pelle di un neonato o della seta più fine. La principessa la prese fra le mani, ne carezzò le forme, per poi lasciarla cadere con un sorriso triste nel lago sottostante. Non una rosa poteva conquistare la più bella.
Lo scudiero si sentì il cuore trafitto da quel sorriso, ma non desistette. Una rosa prima o poi muore, la mia amata ha bisogno di qualcosa che duri in eterno, pensava fra sé.
La mattina dopo andò a far visita alla sarta di corte, colei che tesseva gli abiti migliori della contea e, se possibile, con le sue creazioni rendeva la principessa ancora più bella. Le chiese un abito color della sera, in cui si sarebbero specchiati tutti i giochi di luce del lago leggermente increspato nelle notti di luna piena. La sarta accettò quel difficile compito, perché era una donna buona di cuore che soleva aiutare gli innamorati. Quando l’abito fu pronto, fu lei stessa a portarlo nella stanza della principessa, come dono da parte di un ammiratore. La ragazza guardò l’abito, ne saggiò la fattura. Non ne aveva mai visti di migliori, e il tessuto le scorreva fra le dita come acqua di ruscello, liscio e fresco al tatto. A ogni movimento, la stoffa blu notte mandava bagliori argentati e riluceva di luce riflessa. Ma la principessa, sola nella sua stanza, non indossò l’abito, ma si affacciò alla finestra e lo fece scivolare con un sorriso triste fra le acque del lago, dove si confuse fra le profondità marine. Non un abito poteva conquistare la più bella.
Lo scudiero si sentì il cuore trafitto da quel sorriso, ma non desistette. Cosa poteva rendere felice la sua amata? Cosa poteva, quindi, renderla gentile e più propensa nei suoi confronti? Se la bellezza altrui non riusciva a scalfire il suo animo, allora sarà lei stessa ad appagarla, pensava fra sé.
Il giorno successivo, lo scudiero scese giù al villaggio, e si recò dall’artigiano più rinomato del paese. Egli costruiva oggetti dal dubbio uso e dall’incontestabile magnificenza. Fra essi, scorse uno specchio che rifletteva in ogni particolare l’ambiente circostante. Era piccolo e dotato di un manico sottile e intarsiato da filamenti d’oro. Lo comprò e lo portò al castello.
Quella sera, un altro dono attendeva la principessa. Si era ormai fatto inverno, e una folta pelliccia ricopriva le sue spalle quando si affacciò alla finestra. Sul davanzale c’era lo specchio. Lo prese, si specchiò, e una dolce lacrima amara le scese sulla guancia, seguita poi da molte altre. Gettò anche il terzo dono nel lago, che lo inghiottì sordo appena l’oggetto sfiorò la sua superficie. La donna chiuse i battenti della finestra e tirò la tenda, per nascondere a occhi indiscreti il suo pianto. Non lei stessa, non lei stessa era capace di conquistare la più bella.
Lo scudiero si sentì triste, partecipe di quel dolore oscuro, e ogni sua fatica sparì alla vista della sua bella in lacrime. Possibile che il suo gesto d’amore le avesse ricordato tristi giorni passati? Possibile che fosse egli stesso creatore di quella disperazione?
Nei giorni a seguire la principessa non tornò più alla finestra. Ogni sera lo scudiero l’attendeva, e ogni sera attendeva invano.
Ma una notte una figura incappucciata prese parte all’immutabile paesaggio del lago: l’acqua, la luna e lo scudiero furono interrotti dal loro malinconico e muto scambio di sguardi. La principessa si era riaffacciata, era tornata a far parte del quadro. Gocce trasparenti le rigavano il volto, quando con un balzo leggero si buttò nell’acqua del lago. Il suo volo fu lento come la discesa di un cigno, e l’impatto del suo corpo non fece alcun suono. Nel timido freddo invernale si era formata una sottile lastra di ghiaccio, che dalle rive si propagava in tutto il lago come le venature delle foglie di quercia, per poi perdersi nelle gelide profondità lacustri, dove il corpo della principessa affondava lento e bianco come un lenzuolo, inghiottito dalla voracità del lago. Il suoi occhi erano aperti, ma sereni nell’ultimo addio, le labbra aperte in un sorriso triste. Neanche l’uomo che aveva assistito alla scena proferì verbo, ma corse verso la riva per gettarsi anche lui dietro la sua amata. Quando riemerse, stringeva un corpo inerte fra le braccia. Posò la principessa sull’erba verde e umida del prato, e nella notte pianse e gridò il suo dolore, di amante disperato, di amante mai amato.

Se c’era una cosa che lo scudiero non aveva compreso, era che la stessa bellezza a volte è fautrice del male: la principessa odiava la sua perfezione in quanto tale, perché era una donna saggia che cercava all’interno i doni del fato. Quando lo scudiero gli regalò la rosa, ne ebbe la prima conferma. Quando ricevette l’abito, ebbe la seconda conferma. Lo specchio fu ciò che la fece sentire peggio. Nella sua vita non aveva mai voluto superfici riflettenti nella sua stanza, per paura di vedere un corpo che non voleva come suo. La notte si specchiava nel lago perché l’acqua increspata deformava le sue fattezze, e al contempo rifletteva il suo animo vero: frutto di un incantesimo di una fata del bosco, regalo per il suo decimo compleanno, era l’unica cosa che le rimaneva di caro al mondo. Nella solitudine dei giorni che seguirono, trovò pace: decise di liberarsi della sua bellezza, perché solo così, per lei, ci sarebbe stata consolazione, e la sua anima avrebbe vagato finalmente libera da quel sgradito fardello. Dietro alla sua morte, però, c’era un dispiacere: le portava tristezza non poter più vedere quel giovane uomo che, ogni sera, per anni, l’aveva ammirata dalle sponde del lago…
Fu questo ciò che raccontò la principessa allo scudiero, quella sera stessa, davanti al piacevole calore di un camino acceso. L’amore aveva battuto ancora una volta il mistero della morte, riportando indietro la principessa per darle la possibilità di ricongiungersi al suo amato.


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